lunedì 22 dicembre 2014

" Bella Addormentata nel Bosco "





1415 – Castello di Sababurg, Assia, Germania


C’era una volta un piccolo villaggio, Sababurg, dominato da un grande castello. La vita scorreva tranquilla all’ombra delle potenti torri di guardia; i principi d’Assia, signori incontrastati della regione, governavano con saggezza e giustizia, ed erano molto amati dai loro sudditi.

Quel giorno però, tra le mura del castello, l’atmosfera si stava surriscaldando. Era in corso la riunione della Consulta, e il principe Karl, solitamente calmo e compassato, stava tuonando contro i suoi consiglieri, con un fiero cipiglio e i pugni stretti dalla rabbia.

“Bella è soltanto una bambina, perbacco! Come potete pensare che sia in età da marito? Non voglio sentire una fesseria del genere per almeno... almeno.... altri dieci anni, ecco!”

I consiglieri, gli sguardi bassi, non sapevano come arginare l’ira del loro signore. Ma al tempo stesso sapevano che il suo abitualmente sereno giudizio era, in questo caso, offuscato da un amore paterno che sfiorava un’insana gelosia. La principessa Bella, seppur giovane, era sicuramente in età da marito; e vista l’instabilità della regione, il suo matrimonio con uno dei potenti vicini avrebbe ampliato le frontiere del regno, rendendole più sicure. Soprattutto, avrebbe assicurato un erede, evitando che alla morte del principe Karl, gli ingombranti rivali provassero ad assicurarsi il possesso di Sababurg a fil di spada. Non dubitavano dunque che la ragion di Stato avrebbe presto avuto la meglio, spingendo il loro principe a cedere.

Il problema, semmai, era un altro...


1415 – Granducato di Brunswick, Germania


“Eccellenza, vostro padre vi attende in sala consiliare”. Il valletto si inchinò con deferenza, mantenendo un’espressione totalmente impassibile. Anni e anni di disciplina gli consentirono di non far trasparire i propri pensieri, evitando che raggiungessero i suoi muscoli facciali. Ma dentro... avrebbe voluto strozzare con le proprie mani quel piccolo presuntuoso maleducato. Nobile di altissimo lignaggio, erede del granducato di Brunswick, giovane e di bell’aspetto, il duca Edward sedeva, o per meglio dire, giaceva scompostamente, scalzo, di traverso su una poltroncina, gli stivali abbandonati a caso in mezzo alla stanza. Stava bevendo del vino da una grande coppa smaltata, mentre una cameriera gli massaggiava i piedi, con l’aria un po’ troppo sognante, a dire il vero.

Il granducato versava in condizioni critiche. Tutti lo sapevano, a palazzo, e quel bellimbusto oziava inconsapevole, godendosi i suoi privilegi come se non ci fosse un domani.

Il duca Edward alzò appena lo sguardo, controvoglia, e squadrò il valletto come se avesse visto uno scarafaggio. Anche lui, però, sapeva di non poter disobbedire a un ordine diretto del granduca. Si stiracchiò, porse la coppa alla giovane cameriera, dandole un buffetto disinvolto che la fece diventare di brace, e si alzò con un elegante saltello. Si fece aiutare dal suo attendente personale a indossare con tutta calma gli stivali e si avviò verso la sala consiliare.

Cosa mai poteva volere suo padre da lui? Negli ultimi tempi, in effetti, aveva spesso richiesto la sua presenza in Consiglio e aveva iniziato a coinvolgerlo nella gestione politica del granducato, anche se fino a quel momento non aveva dato mostra di voler delegare al figlio alcunché di importante. Non che Edward lo desiderasse, in fondo. Se non per orgoglio, e anche un po’ per noia, non ci teneva particolarmente ai doveri connessi al suo rango. Era di gran lunga più interessato ai piaceri, per dir così. Quel giorno, però, non c’era una seduta ufficiale, dunque Edward era curioso e anche un po’ timoroso di ciò che l’attendeva una volta varcata la soglia della sontuosa sala Consiliare.

Quando entrò, infatti, i suoi timori vennero confermati. Suo padre sedeva sul trono, segno che si trattava di una faccenda seria. Ai suoi lati, il ciambellano e il camerlengo fissavano Edward in un modo che gli fece venire i brividi.  Anche sua madre era presente, oltre ai quattro principali dignitari di corte e a suo cugino Kasper. Tutti lo guardavano, in silenzio. L’atmosfera era così pesante e in qualche modo accusatoria, che a Edward mancò il respiro, come quando da ragazzino era caduto nello stagno mentre giocava con Kasper, e aveva aspirato una putrida boccata d’acqua e fango che gli aveva tappato i polmoni e lo aveva quasi mandato al Creatore.

“Edward”. La voce profonda di suo padre lo strappò ai suoi pensieri. “Padre...”, si inchinò Edward, che per una volta ritenne opportuno rispettare l’etichetta alla lettera e non peggiorare ulteriormente la situazione, qualunque essa fosse.

“Figliolo... oramai sei grande. Già da tempo partecipi alle sedute consiliari al mio fianco e hai iniziato ad assumere le tue responsabilità come erede del granducato. Avrei voluto che il tuo apprendistato fosse più lungo e sereno...”

Il granduca fece una pausa, come se il seguito del suo discorso gli pesasse, in bocca, e non sapesse come farlo uscire.

“Sai già che il regno versa in gravi condizioni economiche. L’epidemia di peste bovina ha reso poveri i nostri sudditi, la guerra contro la città di Magonza ci ha ulteriormente indeboliti, e le piogge torrenziali hanno devastato i nostri raccolti. Dobbiamo versare le tasse all’Imperatore, e per farlo dovremo cedere l’ultimo dei nostri castelli.”

Edward sapeva tutte queste cose. Solo, non gli sembravano così gravi: il granducato contava comunque due grandi città mercantili, il raccolto sarebbe senz’altro migliorato l’anno dopo... e in ogni caso... non capiva cosa c’entrasse lui in tutto questo. Volevano forse sacrificarlo agli dei, come facevano i loro antenati Sassoni?

Quasi leggendogli nel pensiero, suo padre proseguì, fissandolo con uno sguardo quasi spiritato:

“Edward. Tu hai la possibilità di salvare il granducato. Tutto dipende da te. Se fallirai... la nostra decisione è di cedere il granducato all’Imperatore. Rinunceremo al titolo e ci ritireremo nel piccolo forte di Brunswick. Saremo nulla più che piccoli nobili di campagna, Edward.”

Un piccolo singhiozzo, esalato da sua madre, fece sussultare il giovane. Rinunciare al titolo... ritirarsi in campagna... che diamine stava mai dicendo il granduca suo padre? Man mano che il discorso di Karl Heil si faceva strada nella mente di Edward, egli si rese conto che ancora non gli avevano detto cosa avrebbe dovuto fare per salvare tutto il suo mondo.

Alzò lo sguardo e vide che suo padre gli porgeva una pergamena. Si avvicinò, la prese. Portava il simbolo araldico del vicino principato d’Assia e in calce agli eleganti caratteri gotici c’era il sigillo del principe d’Assia in persona.

Edward lesse, col cuore in gola. E poi ... rilesse. Un matrimonio. Parlava di un matrimonio. Chi è che si sposava? La principessa Bella, ma con chi? E che c’entrava lui?

Edward a quel punto lesse ad alta voce, per schiarirsi le idee: “... matrimonio di sua Altezza Serenissima la principessa Bella con il nobile principe, duca, conte o marchese, che ella sceglierà tra i pretendenti che riveleransi degni della di lei mano, portando in dote il castello di Sababurg e i suoi possedimenti, e garantendo in eredità al frutto di detta unione il titolo del principato d’Assia e tutti i beni e possessioni ad esso competenti”.

Il principato d’Assia. Il più florido dei territori vicini, reso fertile dal fiume, centro di commerci, dotato di vasti pascoli, amministrato con saggezza. Ricco. La salvezza, per il granducato di Brunswick.

“... quindi dovrei sposare questa principessa Bella...?” azzardò Edward.

A questo punto la voce del granduca Karl Heil si fece tonante: “Dovrai provare a sposarla, Edward. Hai letto il bando: sarà lei a scegliere. Dicono, peraltro, che sia una fanciulla di rara avvenenza.”

Aveva calcato sulla parola “provare” di proposito. E anche sulla “rara avvenenza”, ovviamente. Edward amava le sfide, era orgoglioso e vanitoso, e piaceva alle donne. Questa missione non poteva non solleticarlo. D’altro canto, la minaccia di perdere tutti i privilegi, le ricchezze di cui aveva goduto profusamente, le uscite a caccia, i cavalli, gli abiti, era sicuramente un incentivo notevole.  In un piccolo maniero di campagna, Edward sarebbe morto di noia. Dunque Karl Heil era sicuro che il figlio avrebbe accettato la sfida e che avrebbe fatto di tutto per vincerla.

Non erano molti i nobiluomini della zona a poter vantare natali così puri e un aspetto così affascinante. Aveva avuto i migliori istruttori d’armi, era elegante e disinvolto; anche se non era stato uno studente volenteroso, pure era un conversatore piacevole e la sua cultura era accettabile. Certo, a livello politico non era all’altezza di suo cugino Kasper. Distratto e superficiale, durante i Consigli a cui aveva partecipato Edward non aveva brillato per il giudizio, né per la visione politica o il talento di amministratore. Kasper invece, taciturno, gradevole ma non così sfacciatamente bello,  serio ed elegante, non perdeva un colpo. Tra i due, fortunatamente, non c’era gelosia, ma una vera amicizia. Karl Heil sperava che l’influenza di Kasper potesse rendere suo figlio un granduca migliore, un domani.

“Dunque, è bella, dite?”

Karl Heil si rilassò. Tutto stava andando come previsto. “Ciambellano, prego, procedete.”

Il ciambellano mostrò ad Edward un ritratto. La fanciulla era poco più che una bambina, capelli scuri, occhi grandi, fiori bianchi nei capelli. Lui alzò lo sguardo e fissò sua madre, la cui espressione lo gelò. Non era sorridente e incoraggiante, ma triste e... imbarazzata?

“Madre...? Cos’è che non mi state dicendo, su questa Bella? E perché si danno tanto disturbo per trovarle un marito? Il principato è ricco... Cos’ha lei che non va? Puzza? Non ha i denti? E’ malata? E’ una strega? ... cosa?”

Un altro singhiozzo soffocato sfuggì alle labbra della granduchessa Esmeralda. Edward si girò verso il ciambellano, lo sguardo di fuoco. “Dunque?”

“Diteglielo, Hofmeister. Tanto lo scoprirà lo stesso…” ringhiò Karl Heil.

Il povero ciambellano, sotto gli sguardi severi del granduca e del suo erede, dava la sensazione di volersi rimpicciolire fino a sparire. Ma la magia non funzionò, e lui rimase lì in bella vista, a dover rispondere a quella imbarazzante domanda.
“Ecco... eccellenza... dicono.... dicono... che sia bellissima... e gentile... e buona... ottima educazione ... ah e...”

“E...?” Incalzò Edward con aria minacciosa.

“E... pare danzi con molta grazia e...”

”Diamine Hofmeister, piantatela con questa lagna!” abbaiò Karl Heil.

“Sì mio signore... ecco... dicono... dicono che sia un po’... un po’... solo un pochino però...”

“Suonata! Svampita! Addormentata! Ecco! Era così difficile, perdiana?!” interruppe il granduca, ormai esasperato. “Dunque Edward, pensi di riuscire a convincere una donna bella e un po’ svampita a sposarti, per salvare il granducato? Pensi ne valga la pena? In fondo, le donne sono tutte un po’ ...”

Un sussurro: “No.”

“Perfetto, come pensav.... cosa hai detto, Edward?”. Il granduca, sul suo trono, si erse in tutta la sua altezza ragguardevole e fissò Edward come se non l’avesse mai visto prima.

“No, padre, mi dispiace. Non sposerò questa...Bella... un po’, o tanto, addormentata. Io... mi dispiace, non posso.” Ripeté sottovoce Edward, con l’espressione un po’ stupita sul volto, come se lui stesso non riuscisse a capacitarsi di cosa stesse dicendo. Poi, approfittando dello sconcerto di tutti, si congedò velocemente e abbandonò la sala.

Percorse il lungo corridoio, sempre più velocemente. I piedi che lo portavano, ancora prima che la sua mente ne fosse consapevole, in una direzione precisa. Perché una volta realizzato di cosa stessero parlando, nella sala consiliare, cosa avessero intenzione di pretendere da lui, quale fosse la posta in gioco e il futuro che lo attendeva se avesse accettato, il suo cervello era riuscito a formulare un solo pensiero coerente, anzi un solo nome: Tanya. Quasi senza fiato giunse nell’ala del castello dove si trovavano le sue stanze, e senza farsi annunciare, irruppe nella sala dove la fanciulla stava ascoltando il concerto di un musicante, in compagnia delle sue dame. “Tanya!”

Il musico stonò, e si interruppe. La ragazza alzò lo sguardo, comprese lo sconvolgimento di lui con una sola occhiata, e congedò immediatamente le sconcertate damigelle. “Ma marchesina...” provò a protestare la prima dama. Non era certo consono al suo rango, che la fanciulla restasse sola con un uomo, anche se si trattava del cugino. Ma lei, come al solito, si fece obbedire con un gesto imperioso delle piccole mani e tutti uscirono.

A quel punto, Edward le si avvicinò a grandi passi e la prese tra le braccia. Lei si lasciò stringere, ma rimase immobile, senza ricambiare l’abbraccio. Dopo pochi istanti, Edward si accorse che qualcosa non andava.

“Tanya, che succede?”

“Dovrei chiedertelo io, Edward. Sembra che tu abbia visto uno spettro.”

“Forse è così” ribatté lui. Si allontanò di qualche passo e le raccontò la faccenda, per sommi capi. Lei, con lo sguardo gentile ma impassibile, non lo interruppe. “Non dici nulla... tu...lo sapevi già, non è così? E’ per questo che sei così distaccata? Oh, tesoro mio... “

Edward le si avvicinò di nuovo, le strinse le mani, la guardò teneramente negli occhi. “Tanya, io... mi dispiace non averlo capito prima che mi chiedessero di sposare un’altra, forse perché non avevo mai pensato davvero al matrimonio prima d’ora ma... io voglio te. Voglio sposarti. Non mi importa nulla del granducato, troverò un altro modo per sistemare tutto, ma se non dovesse funzionare... andremo a vivere in campagna se necessario, saremo felici, vedrai. A me basti tu.”

A quel punto però Edward, per la prima volta da quando era entrato, riprese fiato e guardò attentamente in viso la ragazza. Vide passare diverse emozioni sul bel volto di lei, ma nessuna assomigliava a quella che lui si aspettava, dopo che le aveva così aperto il proprio cuore.

Tanya, sua cugina, la sua bionda, bellissima cugina, con cui aveva percorso in lungo e in largo i meandri del castello fin da quando erano piccoli. Quella che aveva coperto le sue birichinate perché era una femmina, e le femmine non venivano frustate. Quella con cui aveva scoperto gli abbracci, e poi i baci, e poi altro, molto altro. La donna che aveva tenuto stretta a sé, ubriaco di lussuria, per un’intera nottata sotto il tavolo della grande sala da pranzo, nascosti solo dalla tovaglia, quella volta che erano stati bloccati lì dal sopraggiungere degli ospiti del padre. Colei nelle cui stanze si rifugiava, la sera, dopo aver lasciato credere a tutti di essere andato a trovare l’ennesima servetta. Tanya, la sua Tanya, ora lo fissava, con gli occhi traboccanti di tenerezza ma anche di... cos’altro? Tristezza? Imbarazzo? Pena? “Cosa?“. Non si era nemmeno accorto di averlo detto ad alta voce.

Lei sospirò, lo prese per mano, lo condusse a sedersi vicino al camino. “Edward,” iniziò. E lui seppe, in quel momento, che non sarebbe uscito nulla di buono da quella conversazione. Tolse le mani da quelle di lei.

“Edward, tesoro. Ci siamo divertiti, io e te...”.“Divertiti, Tanya?” disse lui, incredulo. Lei sollevò il mento, e continuò, più spavalda. “Sì, Edward, divertiti. Sei mio cugino, sei il mio migliore amico. Ma ... credevo che fosse chiaro anche a te che... insomma Edward, siamo entrambi adulti ormai, lo sai come vanno queste cose.”

“No, Tanya, evidentemente non lo so. Illuminami, ti prego.”

“Edward. Tu, sei povero. Sei un futuro granduca, ma se non sposi qualche nobildonna con una ricca dote, ti resta solo un vuoto titolo nobiliare. Io, ho solo la mia bellezza da spendere. Ma lo farò, stai sicuro. Non voglio passare la mia vita in una piccola dimora di campagna, a invecchiare filando. Voglio abiti, gioielli, feste e balli. Voglio andare a corte, essere ammirata, voglio... voglio tutto, Edward. E tu non puoi darmelo. Mi dispiace se hai creduto... se ti ho fatto capire... mi dispiace. Avevi quest’aria così strafottente, così spensierata ... credevo fossi come me, Edward. Forse mi sbagliavo... comunque, io sarò presto fidanzata con il Duca di Hannover, cugino dell’Imperatore. E’ uno degli uomini più potenti della Germania...”  

“Il Duca di Hannover! Ma è un vecchio, Tanya! Come puoi?”

Lei lo guardò dritto in viso, fredda ora, determinata. “Sì, è anziano. E ricco, Edward, e potente. E’ quello che voglio. Tu, sposa la principessa addormentata, se puoi, e salva il granducato. E’ il tuo dovere. Ma se non vuoi compierlo, non farlo per me.”

Lui la guardò, incredulo, per alcuni lunghissimi istanti. Poi senza una parola, si girò e se ne andò, senza più voltarsi indietro.

Due giorni dopo, accompagnato dal fidato cugino Kasper, con una piccola scorta, Edward partì alla volta di Sababurg.



Castello di Sababurg


La notizia del prossimo matrimonio della principessa Bella si era sparsa in un baleno.

Tutti i servitori erano alacremente impegnati a rendere il castello ancora più splendido e accogliente, per ospitare in modo sontuoso i tanti principi e gentiluomini che si sarebbero presentati per chiedere la mano della fanciulla. Le molte camere da letto vennero pulite da cima a fondo, preparate con le lenzuola più fini e ad ognuna vennero assegnati due valletti, dedicati alle esigenze del pretendente che l’avrebbe occupata.

Erano state ordinate stoffe pregiate, sia per gli arredi che per gli abiti dell’intera corte, e le sarte cucivano giorno e notte. L’abito da sposa era stato addirittura confezionato presso la corte Imperiale e si diceva che fosse stato benedetto dall’Arcivescovo in persona. Vennero ingaggiati i migliori musicanti e giocolieri, i cuochi spedirono i loro garzoni in tutti i mercati del principato a ordinare ingredienti raffinati e le spezie più saporite. Ai guardacaccia venne richiesta una grande quantità di selvaggina per poter imbandire banchetti luculliani per giorni e giorni, dato che nessuno sapeva quanto tempo sarebbe stato necessario alla principessa per scegliere il suo sposo.

Questa, infatti, era stata l’unica condizione posta dall’affranto principe Karl, per dare il consenso al matrimonio della sua unica e adorata figliola: che lei, contrariamente all’uso comune per le fanciulle della sua condizione, potesse decidere quale pretendente sposare.

Il principe aveva amato profondamente la moglie Renée. La loro era stata un’unione felice, profonda, che aveva addirittura ispirato i menestrelli a cantare del loro amore, purtroppo spezzato dalla precoce morte di lei. Karl, alla moglie morente, aveva giurato che quando fosse giunto il momento avrebbe fatto di tutto perché anche alla loro figliola fosse consentito di provare le gioie del vero amore, a dispetto del rango e della ragion di Stato.

La principessa, coccolata e protetta dal potente genitore, era così cresciuta bella e gentile, d’animo nobile e delicato. Un tenero fiorellino, insomma, e ora Karl temeva che non fosse pronta ad affrontare la durezza del mondo esterno, le pretese di un marito e i doveri della vita coniugale. E poi c’era quel piccolo problemino...

Davanti a lui, ovviamente, nessuno osava parlarne; ma Karl sapeva perfettamente che la principessa, pur molto amata per la sua bellezza e bontà, era però lo zimbello del principato per quella sua abitudine di assentarsi all’improvviso, nel bel mezzo di un discorso, di un ballo, o di qualsiasi altra azione. Rimaneva imbambolata, a fissare il vuoto, insensibile ai richiami, finché di colpo si riscuoteva e riprendeva esattamente da dove si era interrotta, a volte pronunciando commenti sibillini, ma sempre senza dare alcun segno di aver compreso o sentito alcunché, né di essersi accorta del passare del tempo. Karl aveva interpellato medici, guaritori, esorcisti, persino stregoni e indovini; aveva provato rimedi di ogni genere, alcuni dei quali avevano fatto star male la povera Bella per giorni. Ma nulla aveva potuto farla guarire da quella che, Karl ne era convinto, non poteva che essere la maledizione di qualche fata invidiosa.

Ora, Bella si sarebbe sposata. E lui non avrebbe più potuto proteggerla dalla cattiveria del mondo e dalle malelingue. Poteva solo sperare che tra i pretendenti, attratti ovviamente dalla possibilità di acquisire col matrimonio le tante ricchezze del principato, se ne presentasse almeno uno capace di apprezzare anche le molte virtù della principessa, passando sopra a quella sua innocua stranezza; e che la compianta Renée potesse, per qualche miracolo, ispirare alla figliola la scelta giusta.

Intanto che Karl così si angustiava, solo nel suo studio, Bella si trovava nella propria stanza, immobile, sdraiata ad occhi aperti sul suo letto con il lenzuolo tra le dita.

Dietro di lei, due servette non riuscivano a smettere di ridere: proprio prima che lei entrasse stavano appunto facendo piccanti supposizioni sulla prima notte di nozze della principessa, su come di sicuro si sarebbe bloccata davanti al marito, fissando il suo corpo nudo e risultando così inquietante nella sua immobilità, da farlo appassire davanti ai suoi occhi come una rosa sotto il sole. Altra ipotesi, altra risata: proprio durante l’amplesso, si sarebbe addormentata come suo solito, dando al malcapitato l’impressione di amoreggiare con una morta... e compromettendo invariabilmente ogni sua velleità virile. Così, quando Bella era entrata nella stanza, era andata diretta verso il letto, aveva sfiorato il lenzuolo nuovo appena ricamato e lì si era immobilizzata, aveva involontariamente confermato tutte le ipotesi che le due si erano appena immaginate, rinfocolando la loro maliziosa ilarità.

Come sempre le accadeva, all’improvviso lei sbatté un paio di volte le palpebre e tornò nel mondo dei vivi, sussurrando:

“La povera Wanda cuce troppo, è stanca.”

Un commento apparentemente così campato per aria, che le due servette quasi soffocarono dal ridere. Ma per fortuna lei, ancora un filo incantata dal suo sogno ad occhi aperti, non se ne accorse. 

Semplicemente, come seguendo un impulso tutto suo, si alzò dal letto, e senza un’altra parola sparì fuori dalla porta della camera. Attraversò veloce i suoi appartamenti, dove le damigelle si inchinarono al suo passaggio, e proseguì verso la grande stanza da lavoro dove le sarte erano all’opera.

“Wanda”, chiamò la principessa, con un sorriso. L’anziana donna alzò gli occhi dalla tela che aveva davanti, sbatté le palpebre e cercò di orientare lo sguardo verso la sorgente di quella voce argentina. “Vostra Altezza”, sussurrò, guardando vagamente in direzione di Bella.

“Wanda, basta cucire per oggi. Ti devi riposare. Questo matrimonio sta creando troppo scompiglio per i miei gusti. I nostri ospiti staranno benissimo, anche senza lenzuola ricamate. Oggi è una magnifica giornata di sole... andate tutte a fare una bella passeggiata, vi va? Wanda, pensavo di andare in paese. Se mi accompagni, posso lasciarti da tuo nipote, ti farebbe piacere vederlo?”

L’anziana sarta, commossa da tanta gentilezza, annuì, contenta. E dopo un attimo di perplessità, le altre donne e fanciulle, tutte allegre, abbandonarono i telai, i ferri e gli aghi da cucito e da ricamo, e come uno stormo di uccellini si dileguarono, tra un frusciare di stoffe e gridolini di entusiasmo.

Che fosse stato il lenzuolo ricamato a suggerirglielo, un sogno premonitore o un’intuizione del cuore, Bella ci aveva azzeccato. Dopo giorni e giorni a cucire e ricamare, Wanda non ne poteva più. La sua vista non era più buona come una volta, e se lei era felice e onorata del suo ruolo di Maestra Ricamatrice, che le dava il privilegio di essere l’unica a poter ricamare e rifinire le stoffe destinate al principe Karl e alla principessa Bella,  sentiva però davvero il bisogno di un po’ di riposo. A volte i punti si confondevano davanti ai suoi occhi stanchi e temeva che qualche imperdonabile difetto nei suoi ricami le facesse perdere il favore del principe, e con esso il suo onorabile ruolo, a vantaggio di qualche sarta più giovane. Inoltre non vedeva il suo nipotino da diversi mesi, dunque l’offerta generosa della principessa l’aveva veramente commossa.

D’altronde Bella era così. Aveva delle delicatezze verso chi la circondava, delle intuizioni profonde, una comprensione istintiva delle necessità delle persone, che la rendevano davvero speciale, soprattutto considerando che il suo rango le avrebbe consentito di essere servita e riverita senza riguardo per nessuno, eccetto che per il suo nobile padre.

Peccato che tutti, pur conquistati dalla sua bontà d’animo e stregati dalla sua bellezza, fossero però sempre pronti a deriderla dietro le spalle per quella sua abitudine di addormentarsi qua e là, perdendosi all’improvviso dietro immagini che solo lei vedeva. Gli aneddoti al riguardo si sprecavano, e a volte si caricavano di particolari inventati che rendevano le storie più gustose e imbarazzanti per la povera Bella. Wanda scosse la testa, intristita da quel pensiero. Era sinceramente affezionata alla dolce principessa che aveva visto crescere e sperava che questo matrimonio non le portasse altra sfortuna, dopo quella che l’aveva colpita con la morte prematura di sua madre.

Wanda si fece trovare poco dopo davanti al portone del castello, con un piccolo cesto di leccornie per il suo nipotino. Era un po’ dispiaciuta di non avergli potuto cucire nulla di nuovo, d’altronde era stata così presa dai preparativi per il matrimonio che non aveva proprio trovato il tempo.

Bella arrivò poco dopo, vestita con un semplice abitino tradizionale, come era sua abitudine quando si recava in paese. Eppure, anche senza gli abiti sontuosi propri del suo rango, era se possibile ancora più bella. Porse sorridendo a Wanda un piccolo fagotto che aveva in mano. Conteneva un delizioso cappottino rosso, con dei ricami dorati che Wanda riconobbe immediatamente, perché li aveva fatti lei, tanti e tanti anni prima, per la principessa quando era piccola. Altro che andare a mani vuote: quell’inverno il suo nipotino avrebbe indossato un capo principesco! Che onore! L’anziana Wanda non sapeva come ringraziare, ma Bella la tolse d’imbarazzo, voltandosi e saltando con leggiadria, come una piccola farfalla, sul carro che le avrebbe portate in paese. Infatti per quelle piccole spedizioni lei non usava mai il cocchio principesco, che era riservato alle cerimonie ufficiali. Wanda si accomodò sul retro, il cocchiere frustò i cavalli, e il carro con un piccolo scossone partì alla volta del villaggio di Sababurg.


Intanto, il piccolo convoglio proveniente da Brunswick era finalmente giunto al limitare del grande bosco che circondava Sababurg. Il duca Edward cavalcava a fianco del cugino Kasper e a mala pena aveva pronunciato due parole durante tutto il viaggio. Lui, sempre così allegro e loquace, era stato scontroso e taciturno per giorni, e aveva costretto i malcapitati compagni di viaggio a scomode, lunghissime tappe, come se non vedesse l’ora di arrivare a Sababurg. Edward non riusciva a riposare, evidentemente, dunque aveva acconsentito a sostare solo per lo stretto necessario a rifocillarsi e cambiare i cavalli.

Mentre gli armigeri e Kasper dormivano, stremati, nelle locande lungo la strada o accampati nel bosco, lui vegliava, irrequieto e nervoso. Solo poche volte era stato finalmente vinto dal sonno; e in quelle rare occasioni il bel viso di Tanya era venuto a torturarlo, con parole persino più acide e crudeli in sogno, di quelle che la fanciulla gli aveva effettivamente rivolto nel loro ultimo, penoso colloquio. E poi nei suoi incubi, compariva la fanciulla bruna del ritratto che gli avevano mostrato; ma nemmeno quel fantasma dal volto indefinito gli rivolgeva parole d’amore, piuttosto di scherno per la sua povertà e inadeguatezza, talvolta lasciandolo singhiozzante e meschino a terra; talaltra addirittura privandolo dei segni tangibili del suo rango, e rimandandolo da suo padre vestito da contadino, per umiliarlo ancora di più.

Se la notte non gli portava conforto, anche da sveglio Edward non aveva pace. Rimuginava e si macerava, mangiato dall’umiliazione di essere stato rifiutato a favore di un vecchio. Si doleva per il suo cuore ferito e il suo amore non corrisposto, sentendosi come il protagonista di una di quelle novelle cantate dai menestrelli davanti al camino nei mesi invernali, che aveva sempre trovato melense e noiose. Si rimproverava di aver frainteso la natura del suo rapporto con Tanya, per quanto in realtà lui stesso non fosse stato consapevole dei propri sentimenti per lei fino a che non si era parlato di matrimonio. Peraltro non era nemmeno così convinto di voler portare a termine la sua missione. L’aveva accettata soprattutto per rifarsi dell’affronto subito, e anche un po’ per allontanarsi da palazzo, ma a dire la verità, piuttosto che andare in giro a cercar di conquistare chicchessia, avrebbe solo desiderato infilare la testa in un sacco e rifugiarsi in un cantuccio a far guarire l’orgoglio, il cuore o tutti e due.

In preda a questi tristi pensieri Edward fermò il cavallo, imponendo l’alt al piccolo convoglio. Alzò lo sguardo e per la prima volta vide gli imponenti torrioni del castello di Sababurg ergersi al di sopra delle chiome degli alberi. Ai piedi del castello si estendeva il piccolo villaggio e, più oltre, campi e pascoli punteggiati di belle e ordinate cascine, fino al fiume. L’insieme era florido e piacevole e Edward provò una fitta di invidia e di rancore, confrontandolo con il suo povero granducato che aveva attraversato per arrivare fin lì, martoriato dalle calamità naturali e sull’orlo della bancarotta. Edward aveva sempre dato per scontati i suoi possedimenti, ma ora per la prima volta in vita sua se ne sentiva responsabile e protettivo; e fu invaso da una nuova, improvvisa determinazione. Avrebbe fatto di tutto per conquistare la principessa imbambolata e dare nuove ricchezze al suo paese. I suoi sudditi non sarebbero finiti alle dirette dipendenze dell’Imperatore, che non poteva avere a cuore il loro benessere come invece aveva fatto la sua famiglia da generazioni. Il dominio dei granduchi di Brunswick non sarebbe finito con lui. Spronò il cavallo, e si avviò con decisione verso il villaggio.


Bella intanto aveva concluso il consueto giro per le case di Sababurg, a portare piccoli doni ai bambini, sincerarsi delle condizioni degli anziani, congratularsi con le famiglie di giovani sposi. Aveva, con questo, rinnovato una tradizione familiare tristemente interrotta con la morte della principessa Renée, sua madre. Il principe Karl infatti era più schivo e chiuso. Pur essendo giusto e generoso verso il suo popolo, non aveva la sensibilità e compassione della moglie, inoltre non gli sembrava virile indulgere in coccole ai bambini, a meno che naturalmente non si trattasse dell’adorata figlioletta. Così quando Bella era cresciuta, era stato ben felice di scoprire che le migliori virtù di Renée erano innate anche nella giovane principessa, che aveva spontaneamente ripreso le attività caritatevoli della madre. 

Il villaggio era tutto in fermento per il prossimo matrimonio, riguardo al quale Bella aveva ricevuto dai suoi paesani felicitazioni, auguri di buona fortuna, preghiere e amuleti di ogni tipo. La sua sorte d’altronde era legata alla loro. E se Bella provava un’indifferenza strana sul fatto di sposarsi, forse perché l’identità del futuro sposo le era ovviamente ancora ignota, però sentiva fortemente la responsabilità di scegliere un marito che fosse anche un futuro buon principe per i suoi sudditi, come lo era suo padre Karl. Presa da questo pensiero, dopo che l’ennesima vecchina le aveva messo tra le mani un infallibile portafortuna per la felicità coniugale, Bella si fermò a dissetarsi alla piccola fonte in pietra situata al limitare del paese, proprio fuori dall’ultima casetta, prima di salire sul carro che l’attendeva per riportarla al castello, con la fedele Wanda già seduta sul cassone.


Edward, Kasper e la scorta si stavano affrettando lungo la strada che costeggiava il paese, quando Edward inaspettatamente diede l’alt. Confusi, i soldati si guardarono intorno alla ricerca di qualche ostacolo o pericolo imprevisto, ma lo sguardo del duca era fisso al lato della strada. Una visione idilliaca si era appena materializzata davanti a lui: una fanciulla, bianca e delicata come un angelo, i lunghi capelli scuri che le danzavano intorno al viso e alle spalle, illuminati dal sole. Stava leggermente chinata sulla fontanella e con la piccola bocca di rubino beveva, a piccoli sorsi, aiutandosi con una manina di porcellana.

In preda a chissà quale istinto, Edward si precipitò giù dal cavallo e la raggiunse con due balzi. Lei, sorpresa, si drizzò, schizzando acqua dappertutto, e fissò sconcertata il bellissimo giovane che le era comparso davanti. Attirata irresistibilmente dagli occhi più verdi che avesse mai visto in vita sua, si immerse con la mente in quei due cristallini laghi di montagna e, ovviamente, iniziò a sognare. Vide se stessa, in un abito bianco, il ventre leggermente arrotondato, sulle rive di un laghetto verde come quegli occhi; due bambini, anch’essi con gli occhi verdissimi e brillanti, giocavano nell’acqua schizzandosi, riempiendo la visione dell’allegro schiamazzo delle loro due vocette. Intenerita, la Bella del sogno si voltò verso il bellissimo uomo che, appena dietro di lei, le sorrideva, più luminoso del sole….

La principessa era immobile, davanti alla fonte, incantata nel suo mondo come al solito. Ma per una volta il suo interlocutore non se ne accorse, incantato almeno quanto lei, perso in quegli occhi dorati, in quella piccola bocca perfetta…

“Edward, Edward!!! Maledizione, dobbiamo andare! Che ti prende?” gridò Kasper esasperato, rompendo l’incanto. I due giovani si riscossero, fissandosi imbarazzati.

“Siete qui per il matrimonio…” sussurrò lei, con ovvietà, vedendo il seguito del duca.

“Sì… maledizione!” confermò lui. Un’ondata di rabbia lo assalì, insieme col ritorno della triste realtà nella sua mente. A quanto pareva, non poteva mai avere la donna che desiderava: prima Tanya, ora questa splendida sconosciuta che l’aveva stregato con uno sguardo. “Sono qui per sposare quella… quella vostra principessa stordita, addormentata o come diavolo...”

“...Ma non la conoscete nemmeno, come potete giudicarla!” lo interruppe Bella, sussultando.

“Non mi serve”, ribatté velenosamente lui. E proseguì: “Tutti i pretendenti qui sono venuti solo per le sue ricchezze… chi potrebbe mai amare una così, una stupida che si addormenta mentre le parli… ma non temete, piccola principessa dei boschi. Tornerò da voi. Se lei è stordita la metà di quel che dicono non sarà difficile venirvi a trovare qui al villaggio … e allora avremo tempo per noi...”. Le sorrise galante, ma gli occhi ora erano gelidi.

“Edward!” vociò ancora Kasper, che in quel penoso viaggio si era già irritato a sufficienza col cugino, ancor prima di essere giunti al castello.

“Sì, arrivo…” confermò riluttante Edward, che con un ultimo sguardo risalì a cavallo e si avviò al galoppo verso il castello, ancora perso in quella visione, intenerito dalla piccola lacrima che aveva visto scendere sulle guance della fanciulla e che lui, ovviamente, fraintese.


Alcuni giorni dopo, al castello.


Bella, nella sua stanza, circondata dalle damigelle, si guardava allo specchio, pensierosa. Era davvero meravigliosa, nel suo abito da ballo, con la ricca e preziosa acconciatura di perline nei capelli e i gioielli di sua madre ad adornarle il collo delicato.

Tutto era pronto per il ricevimento durante il quale i pretendenti, che nei giorni precedenti avevano via via raggiunto il castello, si sarebbero presentati alla principessa. Da lì, in un susseguirsi di cene, tornei, partite di caccia, si sarebbero sfidati per conquistare il suo favore e ottenere la sua mano. Il principe Karl non aveva badato a spese, perché sua figlia potesse scegliere il marito migliore per lei.

Ma Bella, pur grata al padre per il privilegio concessole, era ormai, da diversi giorni, preda della più sconsolata malinconia. In parte perché non riusciva a scacciare dalla mente la visione di quegli occhi verdi e l’intensa felicità che aveva provato in quel suo breve sogno ad occhi aperti. E ancora di più, perché a quella felicità seguivano la delusione e il dolore, per la verità che l’inconsapevole Edward le aveva spiattellato in faccia senza riguardo: lei non sarebbe mai stata amata. Nessuno era lì davvero per lei, ma piuttosto per accaparrarsi la sua eredità. Ancor peggio, era acutamente consapevole e vergognosa di quella sua stranezza, che la faceva apparire agli occhi degli altri, ora lo sapeva, come una stupida.

Le damigelle e lo stesso principe Karl, vedendo Bella, sempre così radiosa, improvvisamente taciturna e ombrosa, pensavano fosse per la preoccupazione rispetto al prossimo matrimonio e confidavano che, una volta incontrato il giusto pretendente, quella tristezza si sarebbe sciolta come neve al sole. Quale fanciulla d’altronde può resistere a intere settimane di feste e balli in suo onore, e alle attenzioni di tanti giovani nobili tutti intenti a conquistarla?

Peccato che le parole di Edward avessero squarciato il velo di quella pantomima, per cui ora a Bella tutto sembrava finto: non solo i tentativi che i pretendenti, lo sapeva, avrebbero messo in atto per piacerle; arrivava addirittura a dubitare della sincerità dell’affetto e dell’amore che tutti, da suo padre all’intera corte, le avevano sempre dimostrato. Poi, però, pensò agli abitanti del villaggio e delle campagne e degli altri paesi e città del suo principato; a tutti quelli che dipendevano da lei. E promise a se stessa che, se tanto la sua sorte era di vivere infelice e negletta, avrebbe però fatto di tutto per scegliere, tra i pretendenti, quello che avrebbe dimostrato di essere il miglior futuro principe per i suoi sudditi, indipendentemente da quanto sgradevole potesse risultare per lei come uomo. Dunque si guardò allo specchio, raddrizzò le spalle e voltandosi si avviò decisa verso il salone, circondata dalle sue damigelle.

Intanto, nella sala dei ricevimenti, splendente di mille candele e di tutti i preziosi arredi che il principe Karl aveva voluto fossero predisposti per l’occasione, i pretendenti si studiavano tra loro, per capire quali fossero le probabilità di successo e quali i rivali più pericolosi.

Edward si sentiva, da un lato, piuttosto baldanzoso. Era senza dubbio, e di gran lunga, il più bello dei candidati. Gli sguardi delle dame erano tutti per lui. Visto che questa principessa dormiente era comunque una donna, dunque, lui poteva ragionevolmente confidare che risultasse altrettanto sensibile al suo fascino.

D’altro canto, però, Edward non riusciva a togliersi dagli occhi la visione della fanciulla alla fontana; i suoi occhi, le sue labbra. Per questo, quando squillarono le trombe e se la ritrovò proprio davanti, però negli abiti della principessa Bella, lui scosse stolidamente la testa come per scacciare quell’immagine, che senz’altro stava ingannando la sua vista.  Ma niente da fare, l’immagine rimaneva lì.

Anzi, si palesò in carne e ossa proprio davanti a lui e, quando l’araldo di corte presentò solennemente nome e titoli di Edward, lei con uno sguardo gelido lo apostrofò:

“Che piacere conoscere il vostro nome, duca Edward; sono impaziente di scoprire altre vostre doti nei prossimi giorni, come lealtà e fedeltà...”. E passò oltre, tra il brusio della corte che non sapeva proprio come interpretare le strane parole della principessa. Edward si sentì morire. Aveva perso in un sol battito di ciglia sia la principessa che poteva salvare il suo granducato, che la sua angelica fanciulla della fontana.

“Complimenti, Edward, davvero ben fatto,” sibilò Kasper, “farai bene a iniziare ad abituarti alla vita di campagna!”.

Bella proseguì il suo giro di presentazioni, scambiando qualche parola di cortesia con ogni pretendente. Graziosa e dignitosa, faceva osservazioni e domande tutt’altro che frivole a ognuno, fedele al criterio che si era imposta, ovvero di scegliere un governante e non un marito.

Edward la osservava rapito e sempre più disperato, cercando nel contempo di darsi un contegno per non disonorare ulteriormente la sua famiglia con una fuga imbarazzante. Però gli pareva che tutta l’aria fosse stata risucchiata dalla sala, così, appena poté farlo senza essere notato, abbandonò il salone diretto alle proprie stanze.

Le brutte parole che, in preda all’irritazione, aveva rivolto alla povera principessa, pur senza conoscere la sua identità, gli rimbombavano in testa: “...chi potrebbe mai amare una stupida che si addormenta mentre le parli...”. Come aveva potuto?

Peraltro, in quei due brevi incontri, lei non gli era sembrata per nulla stupida né addormentata, anzi era di una bellezza accecante e di un contegno delizioso. Avrebbe voluto correre a chiederle perdono in ginocchio per le sue avventate parole, basate sul pregiudizio e sull’orgoglio, ma sapeva che lei non gli avrebbe creduto.

Edward era cresciuto viziato, un po’ superficiale e molto vanesio fino a quel momento, ma non era cattivo, né stupido. E recentemente, le due donne di cui si era innamorato gli avevano insegnato l’educazione tutto d’un botto, a calci, per così dire. Gli rincresceva sinceramente aver ferito la principessa, che di sicuro non lo meritava. Così decise di essere “uomo”, almeno una volta nella vita. Sarebbe tornato da lei, si sarebbe scusato umilmente, confessandole anzi tutto il suo apprezzamento per lei, poi avrebbe abbandonato la competizione.

Infatti, rifletté tristemente Edward, rinunciare a chiedere la sua mano era l’unico modo per dimostrarle con i fatti che le sue scuse erano sincere, non un bieco tentativo per rientrare nuovamente nelle sue grazie. Tanto Bella non lo avrebbe mai scelto, comunque, quindi in fondo si trattava solo di riparare un torto.

Poi avrebbe scritto a suo padre dell’infelice esito della missione, si sarebbe recato alla corte Imperiale a rimettere il possesso del granducato e si sarebbe messo a disposizione dell’Imperatore, per qualunque ruolo Egli lo avesse ritenuto adatto. Forse avrebbe potuto dare così un nuovo senso alla sua inutile vita...

Triste e umiliato, ma sentendo almeno attenuarsi un po’ il rimorso per il suo comportamento, Edward imboccò da capo il lungo corridoio, diretto verso il salone dei ricevimenti. Avrebbe atteso il momento giusto per parlare a Bella con discrezione e poi sarebbe partito, immediatamente. Mentre camminava, un po’ sovrappensiero, urtò col piede qualcosa. Sembrava una missiva, sigillata da un simbolo che non conosceva. Forse era caduta ad uno dei pretendenti, pensò, raccogliendola. L’avrebbe fatta consegnare da Kasper al ciambellano del principato, che sicuramente conosceva quel simbolo e l’avrebbe recapitata al legittimo proprietario.

Intanto che si concentrava su cosa dire a Bella, Edward sul momento non fece troppo caso al fatto che il corridoio sembrava deserto. Ma quando giunse sulla soglia del salone, per la seconda volta in quella orrenda serata gli mancò il fiato. Gli armigeri in alta uniforme di guardia al salone, giacevano a terra morti, passati a fil di spada. “Bella!” gridò Edward con orrore, prima di spalancare il portone e precipitarsi dentro.  

Dentro, non volava una mosca.  Tutti sembravano pietrificati e nessuno parve registrare il suo ingresso, gli sguardi fissi sull’uomo imponente, protetto da una pesante armatura, in piedi al centro della sala e circondato da altri cavalieri armati che reggevano, ognuno, una fiaccola accesa.

Il re Karl aveva la mano sulla spada, che pendeva al suo fianco, ma che non aveva ancora sguainato. Sembrava fuori di sé dalla rabbia, ma qualcosa di grave gli impediva evidentemente di balzare addosso all’uomo al centro del salone. In piedi, di fronte all’energumeno barbuto, stava immobile una figuretta bianca e ingioiellata, con i lineamenti stravolti e lo sguardo vitreo, rivolto non all’uomo ma appena fuori dalla finestra, come se invece di esserci completamente buio fuori, ci fossero immagini che solo lei vedeva e che però la riempivano d’orrore.  

Dopo un interminabile, eterno minuto in cui l’intera sala, l’intero castello, forse l’intero principato stette immobile, trattenendo il fiato, come preda di un incantesimo, Bella si riscosse. Pallida, ma con un’espressione determinata sul volto, fissò lo sconosciuto e disse, a voce bassa ma sicura: “E sia. Accetto. Vi sposerò.”

Molte cose accaddero in quel momento.

“Bella! No!” dissero contemporaneamente re Karl e Edward, facendo entrambi istintivamente un passo verso di lei.

“Dio ti ringrazio”, sussurrarono molte persone nella sala, facendosi scappare un sospiro di sollievo, e “Dio ti aiuti”, mormorarono altre, fissando la principessa con compassione e commozione.

I cavalieri attorno all’uomo levarono alte grida di giubilo, inneggiando al loro signore. Il quale al centro, apparentemente impassibile, scoccò alla principessa un sorriso così sinistro che avrebbe fatto stramazzare un soldato di ventura. Poi attaccò con voce melliflua:

“Molto bene, principessa, avete preso una saggia...”

“... a due condizioni” lo interruppe Bella, guardandolo fisso negli occhi.

“Come?!?” abbaiò incredulo il cavaliere.

Ma lei non si lasciò intimidire e continuò, con una vocina piccola piccola ma senza tentennamenti, fissando l’omone dritto negli occhi:

“La prima è che il matrimonio, anche se già celebrato, sarà considerato invalido, se non manterrete la vostra parola di lasciar salva la vita ai miei sudditi. Vuol dire che non erediterete legalmente il principato. La seconda è che tutti gli altri pretendenti, miei ospiti, potranno immediatamente far ritorno sani e salvi alle loro terre. Non torcerete loro un capello.”

“Non siete in grado di porre condizioni, principessa,” commentò minacciosamente il cavaliere.

Ma la giovane Bella, ancora una volta, resse magnificamente la surreale trattativa, come nemmeno suo padre Karl sembrava in condizioni di fare:

“Certo, voi potete attuare le vostre minacce e far dare immediatamente fuoco ai villaggi che i vostri soldati hanno circondato. Ma sarà la guerra. Molti vostri uomini saranno uccisi. Voi stesso, dovreste comunque riuscire ad andarvene indenne da qui. E comunque i danni che farete intaccheranno le ricchezze del principato, anche se riusciste a metterci le mani sopra. Non è forse per questo che siete qui, a chiedere la mia mano, invece di attaccarci direttamente con i vostri soldati?” Proseguì  provocatoriamente lei.

Il truce cavaliere la fissò, lo sguardo fiammeggiante che, mentre percorreva senza vergogna il giovane corpo di lei, si trasformò in lascivo e strafottente. L’uomo scoppiò in una risata sguaiata, quindi si ricompose.

“E sia, principessa. Accetto le vostre ...ehm... richieste. Consideratelo il mio dono di nozze.”

Si avvicinò a Bella, le prese il piccolo mento con due enormi dita. Karl, Edward e, per dire la verità, tutti i cavalieri presenti, fremettero a quella vista, mentre lui le soffiava sul viso: “Ma non fateci l’abitudine. E’ la prima e l’ultima volta che prendo ordini da voi.”

Quindi si allontanò di un passo, producendosi in un inchino sghembo, che comunicava estrema tracotanza più che cavalleria: “Arrivederci, mia cara. Mi trovate al mio accampamento, proprio qui fuori dal castello. Fino a domenica prossima, quando sarete finalmente mia sposa.”

E con questo si voltò e se ne andò, i cavalieri con le fiaccole dietro di lui e gli sguardi di tutti fissi nella direzione da cui era uscito.

Per un po’ nessuno fiatò. Quindi il principe Karl raggiunse la figlia, le prese le mani, dicendole teneramente: “Bella, non sei costretta a farlo. Combatteremo. Noi... io ti salverò! Non puoi sposare quel…”

Ma Bella lo interruppe: “Padre, ho dato la mia parola. Questo era il patto e così sarà. Ho scelto, per il bene del nostro popolo. Non lascerò che si versi del sangue per me. Io... l’ho visto. Ho visto quello che avrebbe fatto. E sulla mia vita, non lo permetterò.”

A quel punto, unico indizio del tumulto interiore che l’agitava, una piccola lacrima sfuggì alle sue ciglia, mentre aggiungeva:  

“In ogni caso, so bene che tutti questi gentiluomini non sono certo qui per una sciocca come me, che sogna ad occhi aperti, ma per il principato. Hanno solo usato maniere più gentili.”

Nel dir così si girò per andarsene verso le sue stanze, passando proprio davanti a Edward che, a quelle parole e davanti a quello sguardo, morì di mille morti, una più atroce dell’altra. Lei lo superò e si avviò a piccoli passetti veloci fuori dal salone, verso le sue stanze. Nessuna delle damigelle la seguì, tutte troppo agghiacciate per ricordarsi l’etichetta e i propri doveri.

Edward, come istupidito, si guardò la mano, scoprendovi la missiva che aveva raccolto poco prima e che ancora stringeva convulsamente. Solo che quello stemma... ora sapeva a chi appartenesse. In preda alla rabbia e a un impulso inconfessabile, rischiando forse molto se il proprietario fosse tornato a reclamarlo,  ruppe il sigillo, aprì il dispaccio e lesse. Poi, senza una parola, corse fuori dalla sala.

Bella, sola nella sua stanza, si era finalmente abbandonata alla disperazione. Scossa dai singhiozzi, ripercorreva con la mente le immagini agghiaccianti che le erano scorse davanti agli occhi, nei lunghi secondi che le erano serviti per prendere una decisione. La strage, il sangue, la distruzione che lei poteva evitare. Ma anche la prima notte di nozze che l’attendeva, con quell’orrido energumeno sopra di lei, a godere della sua sottomissione, a farsi beffe della sua innocenza. E i giorni a seguire, a disposizione del suo signore e padrone quando e come lui l’avesse richiesto. Sola, senza protezione, senza amore, sfiorita e smunta come una tenera piantina lasciata al gelo.

“Bella...”, sentì sussurrare, e pensò di esserselo sognato.

“Vattene!“, gridò lei tra le lacrime, credendo di scacciare l’ennesimo sogno a occhi aperti, di cui ormai voleva liberarsi con tutte le sue forze.

Fin da piccola, quelle immagini vivide le avevano portato gioia, a volte suggerendole giuste intuizioni, facendole immaginare il possibile evolversi delle cose, mettendola in contatto con i bisogni più profondi di chi la circondava, facendole vedere una realtà nascosta appena sotto la superficie delle cose, come una specie di sesto senso; le avevano riportato la madre quando le mancava tanto, l’avevano fatta viaggiare con la fantasia in mondi lontani, solo sfiorando un tessuto, assaggiando una bevanda, inspirando un profumo. Ma ora non le voleva, non le voleva più. La realtà che l’attendeva era già abbastanza brutta, da non voler rischiare di raddoppiarla rimpiendosi la testa di incubi.

“Bella...mi dispiace... ma io posso.... consentitemi.... vi prego, vi prego, ascoltatemi, Bella...”. Quella voce carezzevole continuava, nella sua testa, cullandola come sua madre faceva quand’era bambina. E Bella non voleva più scacciarla, no, voleva che continuasse, voleva ... dormire... Estenuata, chiuse gli occhi e svenne. Per una volta, un vero sonno senza sogni, profondo e pietoso.

Edward, sconvolto, angustiato, disperato, non sapeva cosa fare. Lei doveva sapere, era in pericolo, non c’era tempo! Ma a vederla così, piccola, indifesa, bianca, i boccoli scuri sparsi sul letto, il visetto angelico ancora bagnato di lacrime, non ebbe cuore di svegliarla. La prese tra le braccia e la sistemò meglio sul letto, le asciugò il viso, le lisciò i capelli, le appoggiò le manine sul petto in modo che stesse comoda, e stette lì, a vegliare il suo sonno, incantato, finché fuori il buio non lasciò il posto al primo albeggiare.  A quel punto, prima di svegliarla, prima di perderla per sempre, prima di sopportare il suo sdegno, fece quello a cui il suo cuore anelava, e la baciò.

Bella aprì gli occhi, piano. Due pozze verdi, brillanti d’amore, la fissavano. Lei non si mosse, ancora intorpidita dal sonno. Si lasciò cullare da quello sguardo, da quella piccola bolla di calore che sentiva intorno, come una coperta calda.

“Bella” ... ancora quella voce dolce... ora sapeva a chi appartenesse, ma non lo interruppe. Non ne ebbe la forza, né voleva, in realtà. Tutto era perduto, tanto valeva concedersi un momentaneo refrigerio, una ultima, piccola, dolce fuga dalla realtà, da portare con sé all’inferno.

“Bella...”, continuò lui, incoraggiato dal suo silenzio: “Mi dispiace. Perdonatemi. Ero io lo stupido. Voi siete ... coraggiosa, generosa e fiera, come nessun’altra donna di questa terra. Voi vedete cose che nessun altro vede, perché siamo tutti troppo presi da noi stessi, mentre voi, voi guardate col cuore. Non mi aspetto niente, e non merito il vostro perdono. Quando tutto questo sarà finito, io me ne andrò e non tornerò mai più. Ma non posso lasciare che il vostro cuore resti ferito dalla mia idiozia. E non posso consentire che il piano di quello sciagurato si compia e vi privi dell’affetto di vostro padre, dei possedimenti che vi spettano e della vostra felicità.”

A quel punto Bella si alzò a sedere sul letto, chiedendo meravigliata: “Che dite? Che piano?”

Lui le mostrò la lettera, e le spiegò: “Bella, lui vuole fare uccidere vostro padre subito dopo la nascita dell’erede, per mettere le mani al più presto sul principato d’Assia. Questa lettera era indirizzata a un suo emissario, di stanza in uno dei villaggi. Vi si spiega chiaramente che appena assunto il pieno potere, intende triplicare le tasse, incamerando tutte le ricchezze del principato e facendo giustiziare chiunque si opponga. Questi sono gli ordini. Voi pensate di salvare il vostro popolo, col vostro sacrificio, ma non è così. Gli avete imposto di non uccidere i vostri sudditi, pena la nullità del matrimonio, ma nulla gli vieta di derubarli di tutto, e di applicare le sue leggi con la forza.”

“Oh, duca Edward... che posso fare? Il matrimonio è domenica!”, mormorò lei, torcendosi le mani. Edward gliele prese, carezzandole con le sue.

“Dovete rimandare, in qualche modo. Dovete darmi tempo. Negozierò con gli altri pretendenti, faremo mandare rinforzi dai territori confinanti. Nessuno vorrebbe quell’uomo ambizioso e crudele come vicino, la sua ingordigia non si fermerà certo al principato d’Assia! E poi ve lo devono: voi avete ottenuto la libertà per ognuno di noi, che saremmo stati facile moneta di scambio per ottenere ricchi riscatti... sono sicuro che lui ci avesse già pensato. Troverete il modo di prendere tempo, Bella? Lo farete?”

Bella raddrizzò le spalle, lo guardò negli occhi, sicura: “Sì Edward, lo farò. Per il mio popolo, per mio padre. Ma voi... voi perché vi state dando così tanta pena per me, rischiando la vostra vita? Dopo quello che avete detto, io... non capisco...”

Edward la guardò, muto. Il suo cuore gridava una risposta, ma non fu quella che raggiunse le sue labbra. Pensò alla piccola principessa coraggiosa, che si era presentata dignitosamente ai pretendenti, nonostante l’umiliazione che lui le aveva inflitto facendola sentire stupida e inadeguata; che aveva tenuto testa a un violento guerriero, nella sala del trono; che aveva sacrificato se stessa per il suo popolo. E così Edward le tributò l’onore che l’etichetta riservava solo all’Imperatrice: si inginocchiò davanti a lei, il capo chino, la mano destra sul petto: “Perché vi rispetto, principessa.”

E con quelle parole si alzò, le augurò buona fortuna e si affrettò fuori dalla porta.

“...vi rispetto .... vi rispetto.” Bella continuava a ripetere a bassa voce quelle parole, assaporandole, traendone forza. Rispetto: non credeva di averne mai ricevuto, nella vita. Era stata amata, questo sì: da suo padre, moltissimo; da sua madre finché era in vita, dalle nutrici e dalle damigelle, anche dai suoi sudditi, probabilmente. Ammirata per la sua bellezza; guardata con riconoscenza da chi aveva beneficiato della sua generosità. Ma rispettata, mai. Probabilmente a causa della sua bizzarra abitudine di addormentarsi all’improvviso, anche chi le voleva bene tendeva a trattarla più come un tenero animaletto da proteggere; d’altronde, il rispetto era qualcosa che raramente le donne ottenevano, nel suo mondo.

Così riflettendo, le venne in mente con chiarezza come rimandare il matrimonio senza destare sospetti. La sua più grande debolezza sarebbe diventata la sua forza: avrebbe dormito. Alla vigilia del matrimonio, avrebbe finto di cadere in un sonno profondo. Chi si sarebbe mai stupito? Tutti sapevano che lei si addormentava in continuazione: comprensibile che l’emozione avesse portato a un aggravarsi di questa sua condizione. E se non era cosciente, non poteva sposarsi, giusto? Certo non poteva resistere per sempre, ma sperava che qualche giorno fosse sufficiente a Edward per mettere in atto il suo piano.  

Edward.... Ora più che mai, Bella non riusciva a smettere di pensare a lui. Al suo sguardo intenso, quando l’aveva guardata dormire; alle sue labbra decise, quando le aveva detto “ti rispetto”; all’espressione contrita con cui le aveva chiesto perdono. Poteva credere alla sua sincerità? Bella non avrebbe saputo dirlo. Ma davanti alla difficile prova che l’attendeva, preferiva trarre forza dal ricordo del bel duca, piuttosto che farsi domande inutili...


Due domeniche dopo


Il marchese Jakob Schwarz, nella sua tenda, si stava allacciando con impazienza la fibbia d’oro dell’alta uniforme. Finalmente gli avevano comunicato dal castello che la principessa si era svegliata dal suo sonno e che il matrimonio poteva avere luogo. Aveva temuto a lungo che si trattasse di un inganno, ma a quanto pareva, quella piccola mentecatta era davvero malata come dicevano.

Addormentata o meno, comunque, lui non vedeva l’ora di godere delle sue grazie: la fanciulla era bella come poche. Sarebbe stato un vero piacere attuare il suo piano, dato che prevedeva di mettere al mondo subito un erede per assumerne la reggenza. Se fosse nata una bambina, Schwarz era già pronto a farla sparire e sostituirla con un maschietto prelevato da qualche parte. Non gli importava certo che non fosse suo figlio, a lui interessava solo che fosse il lasciapassare per godere delle enormi ricchezze del principato. Sì, si sarebbe divertito davvero a sottomettere quella ragazzina che aveva osato tenergli testa, imporgli delle condizioni.... ah, gliele avrebbe imposte lui le condizioni, ora. Privata della protezione del padre, la principessa sarebbe stata una marionetta nelle sue mani, almeno finché lui non se ne fosse stufato.

Assorto nei suoi pensieri trionfanti, gongolante per la vittoria, il marchese uscì dalla sua tenda a grandi passi e senza guardarsi troppo intorno. Così fu colto completamente di sorpresa quando si ritrovò al centro dell’accampamento deserto. I suoi uomini, gli aiutanti di campo, i suoi cavalieri: tutti spariti. In compenso, proprio davanti a lui, c’erano due nobiluomini,  riccamente vestiti e armati di tutto punto. Dietro di loro, quattro cavalieri che trainavano un carro pieno di... cadaveri? E con sopra una bandiera gialla! La peste!

Il prode Schwarz indietreggiò, inciampando.

“Adagio”, lo apostrofò ironico uno dei due cavalieri. “State sbagliando direzione, Schwarz. Non vi attendono al castello per un matrimonio? Il vostro, per l’appunto?”

“Chi siete? Siete impazziti? State lontano da me... state lontano con quei cadaveri... non voglio morire! Ma... la peste? Come...dove?”

“La peste è nel vostro cervello, Schwarz” proseguì minaccioso lo sconosciuto cavaliere. “Ma i vostri uomini sono fuggiti a gambe levate. Vi hanno abbandonato qui, da solo. E il principe Karl vi attende impaziente al castello, dopo aver letto il dispaccio scritto di vostro pugno e col vostro stemma, con le dettagliate istruzioni per disporre della sua vita e delle sue ricchezze.”

Il marchese iniziò ad annaspare, guardandosi intorno. Con tono rilassato, l’altro cavaliere iniziò a descrivergli la situazione come se stesse constatando che il cielo era azzurro:

“Come potete vedere, le fiaccole di segnalazione per i vostri uomini accampati negli altri villaggi sono ancora ben visibili, per non destare sospetti: le abbiamo fissate alle picche, dunque non vi arriveranno rinforzi; d’altronde, ogni paese e città del principato che avete messo sotto il controllo dei vostri sgherri, è ora circondata dalle truppe dei regni confinanti... sapete, nessuno vi vuole come vicino. E i nobili della zona non hanno gradito che voi abbiate minacciato i loro figli, i loro eredi, e abbiate invalidato con l’inganno la scelta del futuro principe d’Assia da parte della principessa Bella. Potete decidere di combattere, Schwarz, sempre che riusciate a raggiungere quelle fiaccole. Ma perderete. E perderete molto più di una mancata eredità.”

Jakob Schwarz, avendo ereditato dal padre il titolo di marchese e nient’altro, aveva eletto a missione della propria vita il saccheggio dei beni altrui, per riparare quello che riteneva un torto sanguinoso della sorte. Era dunque un avventuriero senza scrupoli, crudele e vizioso, ma non era uno sprovveduto. Sapeva riconoscere una battaglia persa, o quanto meno una di esito molto incerto.

Il cavaliere concluse: “Se ve ne andrete subito, per non tornare mai più, avrete salva la vita. Potrete andare a far danni lontano da qui. Altrimenti, preparatevi a combattere. Ora.”

E con questo, i due cavalieri e gli altri quattro del seguito, più i finti cadaveri, in realtà vivissimi e prontamente balzati giù dal carro, sguainarono le spade.

Schwarz, a questo punto, si arrese, anche con un certo nobile garbo, a dire il vero: “Ben giocata, giovani signori... qual è il vostro nome, di grazia?”

“Edward, duca di Brunswick, per servirvi”, disse Edward, riuscendo a far suonare la formula di cortesia come una minaccia.

“Kasper, conte di Hannover”, aggiunse Kasper, così calmo e sereno da risultare a sua volta sinistro, dato il contesto. E proseguì, sempre imperturbabile:

“Le truppe del principe Karl vi attendono davanti al castello per condurvi al confine. Se collaborerete non vi verrà torto un capello e il principe non vi deferirà all’Imperatore. Potrete vergare di vostro pugno i dispacci che faremo consegnare ai vostri uomini, dando loro ordine di smobilitare e disponendo che vi raggiungano al di là del Reno, se lo desiderate. Converrete che sia auspicabile evitare inutili spargimenti di sangue... inoltre, i vostri uomini vi serviranno in futuro per le vostre ...ehm... attività... suppongo.”

Schwarz si lisciò gli abiti, si raddrizzò,  raggiunse il suo cavallo e vi salì, quindi si avviò verso il castello, incontro al suo destino.

Edward e Kasper si guardarono, un largo sorriso che pian piano si faceva spazio sui loro volti, facendoli apparire nuovamente giovani e scanzonati come in effetti erano. “Ben fatto, Edward”, disse Kasper, con un leggero, scherzoso inchino.

“Ben fatto a te, cugino”, replicò Edward. “Sei un vero stratega! Lo stratagemma del carro degli appestati ha funzionato a meraviglia... così come l’idea di dislocare le truppe alleate ognuna a protezione dei villaggi occupati più vicini ai rispettivi confini, in modo da guadagnare tempo... e aver capito il loro sistema di segnalazione con le fiaccole poi! Ci saremmo facilmente traditi se tu non avessi capito che i fuochi dovevano restare in vista per non far scattare l’allarme.”

“Edward, se tu non fossi riuscito a convincere gli altri pretendenti a collaborare, non avrei potuto fare nulla. Hai dimostrato delle doti politiche e di persuasione davvero notevoli”, ribatté Kasper e proseguì, più seriamente: “Tuo padre sarà fiero di te.”

A quel pensiero, Edward si intristì un po’. Aveva salvato la principessa e aveva anche protetto il granducato da un potenziale, pericoloso e aggressivo vicino. Ma non aveva potuto evitare la povertà alla propria famiglia, né che i suoi possedimenti venissero ceduti all’Imperatore. No, non credeva che suo padre sarebbe stato tanto contento.

“Edward”, lo chiamò Kasper, interrompendo il flusso dei suoi pensieri. “Perché non vai a salutarla, prima di partire per la Corte Imperiale?”

“Dici che vorrà vedermi?”, domandò ansiosamente Edward, improvvisamente spaurito e incerto come un bambino. Kasper gli sorrise, incoraggiante: “Io credo di sì. Ma se non provi, non lo saprai mai, giusto? Parlale col cuore, Edward. Mi sembra una fanciulla piuttosto intuitiva...”


Due settimane dopo


Nella bella Cattedrale di Sababurg, alla presenza del vescovo, delle rispettive famiglie, di nobili e notabili e di una grande folla di popolo che invadeva tutte le strade attorno alla Cattedrale, Edward attendeva la sua sposa, in piedi davanti all’altare. Bello come il sole, emozionato, felice, elegante e lucidato dalla punta dei capelli alla punta degli stivali, tentava invano di mantenere la principesca compostezza che si imponeva al suo rango in quel frangente. Ripensava a quando, poche settimane prima, reso più maturo dalle tante lezioni che la vita gli aveva impartito duramente negli ultimi tempi, aveva seguito il consiglio del saggio cugino ed era andato a dire addio alla principessa che gli aveva rubato il cuore. Le aveva allora confessato i propri sentimenti con una sincerità che Bella, così dotata nel leggere tra le righe dei comportamenti e sentimenti altrui, non poteva non percepire. Le aveva detto che pur amandola profondamente, era disposto a rinunciare a lei e andarsene per sempre, piuttosto che sopportare il dubbio che lei lo credesse ancora il superficiale bellimbusto che era giunto alla sua corte qualche tempo prima. E Bella, le stelle negli occhi, aveva sussurrato dolcemente: “Edward di Brunswick, promettete di amare e rispettare il mio popolo, i nostri sudditi, anche i deboli, i malati, i poveri, come dite di amare e rispettare me?”    

Quando Bella arrivò, nel suo abito principesco confezionato settimane prima alla corte Imperiale, persino le pietre della Cattedrale trattennero il fiato, da tanto era meravigliosa. La cerimonia solenne ebbe inizio e durò a lungo, fino a che il vescovo pronunciò la domanda di rito: “Volete voi, Isabella d’Assia, principessa di Sababurg, prendere come vostro sposo Edward, duca di Brunswick, erede del granducato di Brunswick e Lüneburg?”. Edward le sorrise, emozionato, e Bella... ovviamente, si incantò. Fissava senza vederlo il vescovo, che tossicchiava imbarazzato senza saper che fare. Un lieve brusio si diffuse tra i presenti, e il principe Karl si prese la testa fra le mani, sconsolato. Ma Edward, accortosi di quanto stava succedendo, si avvicinò sorridendo alla sua Bella, la circondò con le braccia, come a proteggere il suo sonno, e se la tenne lì, dolcemente, badando a non stringerla troppo per non disturbarla. Davanti a quella tenera immagine, un’ondata di commozione percorse la navata, e fluì fuori, tra la folla.  Tutto il principato stette lì, in attesa, in rispettoso silenzio, ad aspettare che la piccola principessa che aveva lottato come un leone per la salvezza dei suoi sudditi, si risvegliasse tra le braccia del suo sposo. Quando Bella si riscosse dal suo incanto, trovò ad accoglierla l’amato volto di Edward, che le sussurrò teneramente “…la mia Bella Addormentata”, trasformando così quello che poteva essere un insulto, nel più dolce dei nomignoli, simbolo di amore e protezione.



L’anziana Wanda, che ormai non poteva più cucire perché non ci vedeva abbastanza, ma visse ancora a lungo al castello occupandosi dei bambini, raccontò mille e mille volte questa storia ai molti figli di Bella e Edward e anche agli altri fanciulli del villaggio e della corte. Ogni volta ci aggiungeva un dettaglio, un particolare, un abbellimento, un’invenzione. A un certo punto, essendo tessitrice, ci infilò anche la storia di un certo fuso fatato, responsabile dell’incantesimo che ogni tanto spediva la principessa nel mondo dei sogni. E così la storia del principe Edward e di Bella Addormentata fu tramandata di generazione in generazione, cantata dai poeti, messa in musica dai compositori, sussurrata dalle mamme ai loro bambini per propiziare dolci sogni.  Rivista, corretta e interpretata, ma sempre dedicata al vero amore, che vince le avversità, supera le differenze, unisce ciò che è lontano e sa trovare comunque la sua via. 

17 commenti:

  1. Finora è la mia shot preferita. Mi è piaciuto come ambientazione e stile dell'autrice si sposano dando alla storia il sapore di fiaba che il titolo promette. Ho adorato il perfetto gioco sul confine tra reale e fantastico dovuto alle allucinazioni di Bella e soprattutto il percorso di Edward: viziato, innamorato, deluso, arrabbiato col mondo, leale, innamorato... Un excursus molto coinvolgente dei suoi stati d'animo. Bravissima!!!
    Aleuname

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  2. Fino a qui é la mia preferita in assoluto. Bella, fiabesca, delicata. Bellissimi i personaggi e per ora é la mia Isabella preferita, anche lei. E mi piace anche che Edward sia cosí meschino all' inizio per poi ravvedersi. È come un mini bildung roman concentrato per la figura del protagonista. Guarda che per scrivere una storia cosí bisogna essere bravi forte eh! Potrei tranquillamente vederla spuntare da un libro di testo. Il finale con Wanda che racconta è proprio azzeccato. Le storie di questo tipo spesso finiscono cosí. Hai giocato benissimo con i nomi. Ora non vorrei scrivere un commento chilometrico, ma davvero non riesco a smettere di trovare cose belle da dire. Bravissima!

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  3. Stora scritta bene e nonostante l'ambientazione non è stata ripetitiva ed ha evitato paragoni con la classica Bella Addormentata nel bosco ;-) Mi è piaciuta l'evoluzione del personaggio di Edward:dall'essere il solito bastardo diventa poi dolce grazie all'ammmoreee <3 Brava :-D

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  4. Ma mi è piaciuta da morireeeee!!! Scritta in maniera superlativa e mai ripetitiva, si snoda nella storia con eleganza ed abilità, intrigando il lettore fin da subito. Bei personaggi, tutti. Il matrimonio con quell'abbraccio di Edward a proteggere la sua amata nel suo momento "particolare" poi, è stata la ciliegina sulla torta.
    Bravissima!!!
    -Sparv-

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  5. Storia molto raffinata ed elegante, impeccabile nella forma e nel dipanarsi degli eventi. Personaggi splendidamente descritti e ampia cura dei dettagli storici e di lingua. E' perfetta e non trovo difetto di sorta. Trovo soprattutto geniale l'intreccio della trama che conduce al finale legato alla favola che noi tutti conosciamo. Complimenti davvero.
    Francies

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  6. E' b.e.l.l.i.s.s.i.m.a.!!
    Scritta in maniera egregia, è la riprova che si può giocare con la storia anche senza narrare gli avvenimenti della "storia reale". Come tutte le fiabe è ambientata in un periodo dove principi e cavalieri si prodigano per il bene delle loro dame. E questo Edward non fa eccezione. Si presenta come un giovane indisponente, viziato e perdigiorno per scoprirsi poi un cavaliere nel significato più profondo del termine.
    Il gesto finale di lui che abbraccia la sua "bella addormentata" racchiude tutta la sua essenza.
    Io sono innamorata delle favole da sempre. E questa entrerà senza ombra di dubbio tra le mie preferite.
    Grazie.

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  7. Questa è la storia che, fino ad ora, mi ha colpita di più per il "mestiere" con cui è stata scritta. Non so chi tu sia, ma il modo con il quale sei stata in grado di narrare gli eventi mi ha lasciata senza parole. Concordo con chi ha commentato anche la genialità sottile della trama. La peculiarità del "disturbo" di Isabella e il finale ricondotto alla fiaba classica. Insomma. Una storia, senza dubbio, da podio. Cristina.

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  8. Non so come commentare. Questa storia è stupenda. I personaggi sono perfetti, Edward passa dall'essere un ragazzino viziato ad essere l'eroe incontrastato. Bella è meravigliosa, dolcissima ma anche forte e determinata. Tutti i coprotagonisti hanno un ruolo ben definito che avrebbe tolto molto alla storia se fossero mancati. La storia ha uno svolgimento naturale che non stanca ma anzi invoglia a continuare fino all'ultima parola.
    L'ultimo pezzo in cui Edward protegge la sua Bella dallo scherno rendendo la stranezza della sposa una cosa tenera piena d'amore è bellissima. E poi mi è piaciuta un sacco la chiusura con l'inevitabile collegamento alla fiaba.
    Complimenti davvero (fortuna che non sapevo come commentare ).

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  9. Bella è la principessa delle fiabe, però..."difettata". E si deve guadagnare il suo lieto fine. Edward parte molto lontano dall'essere un vero principe azzurro, ma con fatica e impegno cresce, matura, si trasforma. In fondo anche nelle favole, la felicità bisogna meritarsela...E l'amore è la forza invincibile che tutto può e tutto trasforma.


    Federica-Fede13

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  10. Questa storia m fa pensare ad un nido accogliente e protettivo, è così che vive Bella alla sua corte, è così che si ritroverà a vivere fra le braccia di Edward. Entrambi come passerotti poi, partono dal nido ed iniziano a volare con forti ali nel cielo della vita.

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  11. Bellissima, dolcissima, incantevole. Ben scritta, particolareggiata, precisa nelle descrizioni dei personaggi e dell'epoca. Trama avvincente.
    Una favola, una chicca... Stupenda! Semplicemente perfetta!!!
    Bravissima!!!
    Una delle mie preferite sicuramente!!!

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  12. Questa approfondita e resa una long sarebbe meravigliosa. Avere più capitoli per dare spazio alle vicende, ai personaggi, alle descrizioni, renderebbe la storia davvero stupenda. Ho poche parole... Non posso commentare la parte storica perchè non so niente, ma le sensazioni trasmesse sono meravigliose.
    Ti faccio i miei più sentiti complimenti! Bravissima.

    ps: sempre con la speranza nel cuore che tu abbia voglia di rendere una long!

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  13. Ma è veramente una favola.......brava i miei complimenti!!!
    È stato bellissimo leggerti e forse mi è venuto un dubbio su chi tu sia.......vedremo!!!
    Mi è piaciuto molto come hai trasformato i loro nomi, il finale che si allaccia alla favola che tutti conosciamo.....loro due ...... cucciolosi.......
    Grazie, un Bacio

    JB

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  14. Ma che bella e'???
    Mi unisco ai complimenti delle altre.
    Storia scritta benissimo e originale l'idea di rivisitare la "bella addormentata".
    E ho amato Edward quando alla cerimonia l'abbraccia come a difenderla.
    Bravissima davvero e sono curiosa di capire a chi appartiene questa mano

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  15. Una vera favola. .......dame e cavalieri, il ravvedimento di Edward, il lieto fine. Decisamente una delle mie preferite. Complimenti! !!

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  16. CHE.FAVOLA!!!!
    anche questa rientra a pieno titolo nel mio podio personale!!!!
    Bella narcolettica, ma vispa e attenta a tutto.
    Edward, stronzo all'inizio ma poi impeccabile e dolcissimo cavaliere alla fine.
    Inutile dire che al momento del matrimonio avevo gli occhi a cuoricino più grandi che si siano mail visiti!!!
    Scritta bene e scorrevole ha il reso tutto una piccola magia

    Bravissima!! Complimenti!!

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