lunedì 22 dicembre 2014

" Gaijin "





Premessa Storica e non....
Il tema di sottofondo di questa storia è il buddismo, e anche se non voglio addentrarmi troppo nel discorso religioso, sono doverose delle spiegazioni basilari.
Il buddismo nasce in India circa 2500 anni fa.
All'epoca il Principe Siddartha (conosciuto anche come Shakyamuni - Sciachiamuni – il Saggio degli Shakya) era tormentato dal trovare soluzione alle sofferenze umane.  Voleva abbandonare il regno per condurre una vita di meditazione ma il padre contrariato cercava di non farlo mai uscire dal palazzo. Ciò non bastò a fermarlo.
Durante alcune uscite incontrò un'anziano, un malato, un cadavere, un asceta. Da questi incontri capì quali erano le sofferenze basilari della vita...nascita, vecchiaia, malattia e morte.
L'incontro con l'asceta lo fece decidere ad abbandonare il suo rango per dedicarsi alla meditazione e trovare la soluzione a queste sofferenze.
Dopo una lunga meditazione si risvegliò (Budda – Il Risvegliato) alla verità della vita: 
percepì le sue vite passate e giunse a conclusione che la sua vita presente era parte di una catena infinita ed ininterrotta di nascite, morte e rinascita;
comprese la legge del karma che governa la vita di tutti gli esseri senzienti nel passato, nel presente e nel futuro;
comprese la legge di casualità, concetto che spiega il processo con cui tutti i fenomeni dell'universo nascono a seguito di cause. Tutti i fenomeni sono soggetti alla legge di causa ed effetto, ogni fenomeno è simultaneamente causa ed effetto. Nulla può esistere in modo indipendente, tutti i fenomeni sono collegati fra loro sia nello spazio sia nel tempo e traggono origine da una rete di causalità.
Dopo aver percepito la verità dell'esistenza, si domandò se doveva rivelare questa legge ai suoi simili o rimanere in silenzio come era abitudine fare.
Dovette così lottare contro l'egoismo radicato nella natura umana, ma alla fine vinse manifestando la grande compassione e pronunciando il voto del Budda: "Questo è il mio pensiero costante: come posso far si che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda".
Essendo un insegnamento rivoluzionario per l'epoca, decise di preparare le menti, enunciando poco per volta le varie leggi.
Poco prima di morire espose il Sutra del Loto, dove rivelava, anche se non in maniera esplicita, la verità fondamentale: la buddità è dentro di noi. Tutti la posseggono compreso le donne, considerate da sempre esseri inferiori.
Siamo tutti dei Budda.... dobbiamo solo manifestarlo nella nostra vita attraverso le azioni.
Dopo la sua morte, i suoi insegnamenti vennero trascritti e raccolti in vari sutra (letteralmente filo, trama qui inteso come insegnamento) che si diffusero in tutta l'India e giunsero fino in Giappone. Ebbero origine  varie scuole buddiste che nel corso dei secoli cambiarono o seguirono solo alcuni dei precetti, perdendo l'insegnamento fondamentale. Tutto ciò causò  disordini sociali e disastri naturali affliggendo nuovamente la popolazione.
Nel 1222 in Giappone presso un villaggio di pescatori, nasce Nichiren Daishonin (Niciren Daiscionin), considerato un grande riformatore del Buddismo Medievale.
Nichiren, fin da ragazzo si domandava perché gli insegnamenti buddisti avessero perso il potere di far vivere le persone in modo felice e realizzato.
Decise di trovare la risposta.
A sedici anni divenne monaco, dedicandosi completamente agli studi delle scritture buddiste. L’approfondimento dei sutra lo convinse che il Sutra del Loto contenesse l’essenza dell’illuminazione di Shakyamuni, la chiave per trasformare la sofferenza umana facendo rifiorire la società.
Nichiren stabilì che l’invocazione del titolo del Sutra del Loto “Myoho-renge-kyo” (Mioho-renghe-chio) preceduto dal termine Nam (Nam mioho renghe chio – mi Dedico alla Legge Mistica del Sutra del Loto) fosse la pratica universale che consentiva a tutti di manifestare la propria Buddità e di cambiare il proprio karma trasformando gli effetti delle cause poste in passato.
Nichiren era molto critico nei confronti delle altre scuole buddiste dell’epoca, considerandole funzionali agli interessi della classe dirigente.
Che lo Stato esistesse per il bene del popolo, che tutti indistintamente sono dei Budda e quindi degni del massimo rispetto, che si può essere felici ora e non nella prossima vita mettendo le cause giuste....erano ancora una volta idee rivoluzionarie per l’epoca.
Ma al contrario di Shakyamuni, Nichiren decise di enunciare direttamente la verità poichè il Giappone viveva un periodo veramente disastroso incorrendo anche nell'invasione Mongola.
Per questo fu vittima di assalti e persecuzioni anche molto violente da parte del governo militare e delle scuole buddiste più potenti, ma a rischio della sua vita stessa, non indietreggiò mai e non negò mai i suoi principi.
Nel 1271 Nichiren fu esiliato sull’Isola di Sado, posto dal quale non si faceva ritorno, accompagnato dal suo fedele discepolo Nikko (Nicco), furono alloggiati in una capanna fatiscente in una zona in cui venivano abbandonati i cadaveri dei miserabili e dei criminali.
Le loro condizioni migliorarono quando alcuni abitanti del luogo divennero fedeli......ed è qui che ha inizio la storia.
(Ndr. Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai)

Pov.Bella
Sono quasi arrivata. Da quando quotidianamente faccio visita a Nichiren e a Nikko, le mie giornate sono migliorate. E’ un piacere conversare con loro e sicuramente è più facile pregare con loro che da sola. Nonostante le loro difficoltà, sono sempre disponibili, gentili e rispettosi. Un rispetto che non ho mai ricevuto prima, a parte Chie (Cie – Saggezza)…..ma che succede?!?
Mi avvicino al gruppo di gente che ha formato un cerchio al centro del villaggio, sbircio e noto un giovane uomo svenuto o… morto?!? 
Dai suoi lineamenti deduco che non è dei nostri e non è neanche giapponese anche se i suoi abiti sono orientali.
Le voci concitate dei cittadini si accavallano l’un l’altra ma riesco a capire che lo hanno trovato vicino al valico che porta al feudo di Hojo Tokimune (Hogio Tochimune), l’hanno trovato quasi sepolto da una valanga che ha, purtroppo, chiuso il passo. Ovviamente nessuno lo vuole aiutare è un gaijin (gaigiin), uno straniero, attendono la decisione del Signore del villaggio…….che mi sta ora guardando con lo sguardo di chi ha appena trovato…. una soluzione?!?
“Lei!!! Lei è la nostra soluzione!!! Dato che non sappiamo chi sia costui, dato che è stato portato qui contro ogni buon senso, chi meglio di lei, un’altra gaijin, potrà prendersi cura di lui? E se sopravviverà faremo luce sulla sua provenienza. Così ho deciso, portatelo nella sua casa e tu.... fammi sapere se si risveglia”.
Così detto, così fatto, senza possibilità di replica…. Alcuni uomini caricano lo straniero su un cavallo e si dirigono verso la mia dimora con me al seguito.
Entrati in casa, preparo velocemente un tatami (una stuoia che sostituisce il letto) accanto al fuoco che riavvivo mentre loro lo adagiano, ovviamente sarebbe troppo chiedere di aiutarmi a svestirlo, sono già stati troppo a contatto con noi.
Mi avvicino al suo corpo inanime, lo studio, ha dei bellissimi lineamenti, da uomo, ma non deve essere tanto grande, la sua carnagione è chiara come la mia, siamo simili……la mia mano autonomamente corre al suo viso ma appena lo sfioro mi rendo conto che è gelato. Devo muovermi, se ha una speranza di sopravvivere non posso sprecarla contemplandolo.
Metto a scaldare dell’acqua e prendo dei panni. Torno da lui e comincio a spogliarlo, non con facilità, sia fisicamente che moralmente.
Fisicamente…..è pesante non solo perché è svenuto ma anche per la sua muscolatura, bei muscoli….non eccessivi ma ben delineati e sodi.
Moralmente……beh non ho mai spogliato un uomo e neanche ne ho mai visto uno nudo!!! Non ho termini di paragone ma credo che sia davvero…davvero un bell’uomo e credo….credo che....devo sbrigarmi se non voglio che prenda altro freddo!
Imbevo un panno nell’acqua calda e comincio a detergere completamente il suo corpo frizionando un po’ cercando di scaldarlo. Quando ho finito, lo copro con più di una coperta, è ancora freddo e svenuto.
Metto altra legna sul fuoco e mi dedico un po’ a me…..oltre ad un bagno, alla cena, lavo i suoi vestiti, li stendo e per concludere recito anche un po’ di mantra (frase che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa, in questo caso la recitazione di Nam mioho renghe chio) anche a beneficio della salute dello straniero.
Una volta finito vado a controllarlo ed è ancora molto freddo, chissa per quanto tempo è stato sotto la neve…..devo….devo riscaldarlo ma come?!? Forse…..forse potrei….posso?!?.....si posso!!!
Mi spoglio completamente, mi sdraio accanto a lui ma anche un po’ sopra di lui cercando di coprire più corpo possibile. Sento il suo leggero e lento battito contro il mio orecchio, il suo respiro è regolare, è forte ce la farà…..deve farcela…..con il passare del tempo sento che il suo corpo riprende calore e più speranzosa mi addormento.
Mi sveglio allo schiarirsi del cielo ma anche a causa di piccoli movimenti provenienti dal mio lato e un cuore che batte all’impazzata. Piano, piano alzo la testa e trovo due occhi grigi che mi fissano e si guardano intorno per poi tornare su di me.
Mi scosto un po’ cercando di non scoprire ne lui ne me, prendo il mio kimono e dandogli le spalle, inginocchiata, lo indosso. Mi giro verso di lui
“Mi dispiace, non sapevo come scaldarla. Come si sente? Si ricorda qualcosa dell’incidente?”
“Io….io…dove sono? …..La valanga….chi sei tu?”
“Si trova nel primo villaggio dopo il passo che porta al feudo del reggente Hojo Tokimune, degli uomini l’hanno trovata quasi morto e sepolto sotto la neve…..hanno incaricato me di prendermi cura di lei. Nonostante il fuoco e le coperte era ancora molto freddo e ho pensato di sdraiarmi accanto a lei per scaldarla…..mi dispiace non avrei dovuto”
“Io......io.......non.....” 
Non fa in tempo a finire che sviene di nuovo. Lo controllo e mi accorgo che ora ha la febbre. Preparo degli impacchi di acqua fredda e rimango accanto a lui, recito a bassa voce e mentre lo faccio mi perdo nell'osservarlo.
Ora che i suoi capelli sono asciutti, noto il loro strano colore ramato evidente anche nell'accenno di barba, nelle sue sopracciglia, le ciglia sono lunghe quasi sfiorano gli zigomi, le mandibole ben delineate, le labbra, quello inferiore più carnoso del superiore, il suo torace e le sue spalle così larghe, ohhhh e le sue mani, così grandi con dita lunghe, mani che non hanno mai lavorato, strano i suoi vestiti non sono da nobile, mah! .......è così.......è bellissimo!!!
Il tempo scorre, tenendolo sempre sott'occhio mi occupo della casa e di me per fortuna ieri ho portato abbastanza provviste a Nichiren, oggi e nei prossimi giorni non potrò andare.
Dopo cena mi inginocchio accanto a lui, durante il giorno si è lamentato poco, la febbre è scesa.....ecco si sta risvegliando....apre lentamente gli occhi, sbattendo le palpebre più volte, poi posa lo sguardo su di me che gli sorrido
“Ha perso di nuovo conoscenza, aveva la febbre alta ma ora è scesa. Se la sente di mangiare....ho fatto una zuppa.....è calda......le farà bene” mi fa cenno di sì “Bene, torno subito”.
Prendo il suo nagajuban (nagagiuban - una specie di sottoveste aperta davanti che si intravede da sotto il kimono, il tessuto varia a seconda delle stagioni), una scodella di zuppa e torno da lui che cerca di mettersi seduto ma è debole, con lo sguardo chiedo il permesso di aiutarlo, acconsente.
Gli appoggio in nagajuban sulle spalle e gli passo la scodella, stavolta è lui che con lo sguardo mi chiede aiuto ed io comincio ad imboccarlo.
Nel silenzio assoluto sento i suoi occhi su di me e le guance imporporarsi, non oso guardarlo anche se vorrei rimirare i suoi occhi, ma posso guardare le sue splendide labbra, il petto, intravedere i suoi fianchi, la peluria che si infoltisce verso il pube, le ......
“Mi hanno affidato a te perchè sei una gaijin......grazie per esserti presa cura di me!” dice inchinando la testa, quando la rialza nota il mio sguardo sorpreso e mi sorride......uno splendido sorriso....
“Lo so, non sei abituata a questo rispetto ma io sono abituato a darlo. Inoltre credo di doverti molto di più, sono vivo grazie a te! Era una mia allucinazione o mi hai riscaldato con il tuo corpo?"
Arrossisco violentemente e abbasso la testa ma lui posando l'indice sotto il mio mento me la fa rialzare e i miei occhi s'incatenano ai suoi, ora il suo grigio tende all'azzurro
"Mi dispiace......lei....."
"Non dispiacerti, te l'ho detto mi hai salvato e per favore dammi del tu. Io sono Edward, tu sei......"
"Isabella."
"Isabella....non scusarti più, penso che tu abbia fatto quello che era giusto fare."
"Come avete detto" una sua occhiataccia mi fa correggere "Come hai detto" sorride e io di rimando "il Signore del villaggio ti ha affidato alle mie cure, non ha mandato nessuno ad aiutarmi, nemmeno il medico, eri ghiacciato, ti ho....ti ho spogliato e .....ti ho passato un panno caldo su tutto......il corpo ma non è bastato. Ho pensato che il mio calore ti avrebbe aiutato." metto da parte la scodella ormai vuota.
"E così è stato. Grazie era molto buona. Avrai fatto fatica a spogliarmi da sola."
"Già, sei così..."
"Così...." inarcando un sopracciglio
"Così......tanto!!!" e scoppia in una risata mentre io sono sempre più rossa ma la sua risata mi arriva al cuore e mi rallegra.
"Dunque.....visto che ormai mi....conosci...avrei bisogno di lavarmi. Te la senti di aiutarmi? Non credo di farcela da solo ma se ti chiedo troppo, ci provo."
"Dammi il tempo di preparare il bagno, intanto riposati."
"Grazie."
Quando è tutto pronto lo aiuto ad alzarsi, lo conduco alla tinozza che ho già riempito d'acqua e da dietro gli sfilo il nagajuban per aiutarlo ad entrare in acqua, nell'immergersi tira un sospiro di sollievo ed inizia a lavarsi.
Io lo aiuto dove non arriva da solo.
"Allora Isabella, raccontami di te."
"C'è poco da dire, so che la nave su cui viaggiavo è affondata lasciandomi unica superstite, ero molto piccola. Chie, la donna che mi ha trovato nonostante tutto si è presa cura di me, le devo molto. Mi ha cresciuta finchè ha potuto come se fossi stato un ragazzo, permettendomi così d' imparare a leggere, a scrivere e anche un pò l'arte della spada."
"Davvero!?!"
"Si, finche ero un uomo, bene o male non era difficile interagire con il resto del villaggio. Poi sono stata definatamente allontanata, straniera, donna......e la cosa è peggiorata alla morte di Chie"
"Non deve essere stato facile per te."
"No, ma me la cavo, adesso poi, va meglio da quando frequento un monaco che è stato esiliato qua." 
"Parli di Nichiren?" domanda agitandosi "Scusami, non volevo spaventarti, sono qui per lui in realtà!"
"Vuoi fargli del male?"
"No, no. La nostra storia è simile ma sono stato più fortunato di te. Chi mi ha trovato ha una mente aperta. Sono stato accolto nella famiglia di Tokimune, vivo a palazzo con loro. E' venuto a conoscenza dell'esilio del monaco e mi ha mandato a conoscerlo, a capire più approfonditamente il suo insegnamento. Come abbiamo inparato sulla nostra pelle è difficile arrivare e andarsene da qui, ricevere notizie. Quindi sono stato inviato solo per conoscerlo non per fargli del male. Ho accettato ben volentieri questo incarico solo che la valanga......avrei dovuto aspettare la primavera inoltrata, ora con i primi caldi la neve sta iniziando a sciogliersi, ma la voglia d'incontrarlo era tanta"
"Quando starai meglio, verrai con me. Vado tutti i giorni o quasi"
"Com'è?"
"E' un uomo così comune, diverso da tutti gli altri Maestri del buddismo anche fisicamente (lo stesso Siddharta era un bellissimo uomo come gli altri Budda, al contrario Nichiren era un uomo basso e non proprio bello. A testimonianza che tutti, indistintamente, possono manifestare la propria buddità). Ma è così saggio, umile e rispettoso verso tutti eppure ha una grande forza, fierezza e coraggio, ed è instancabile nella sua lotta per affermare la verità"
"Mentre ero svenuto, sentivo un suono....."
"E' il mantra che mi ha insegnato lui."
"Cosa.."
"Dai suoi studi è arrivato a conoscenza della verità fondamentale cioè che tutti noi siamo dei Budda, recitando questo mantra è come se chiamiamo per nome la nostra natura di Budda e questa si manifesta nella nostra vita. Questo spiegato in modo molto semplice."
"E' un insegnamento, rivoluzionario, molto rivoluzionario. Spero di conoscerlo presto. Mio padre sarà contento delle notizie che gli porterò!"
"Il passo è impraticabile ora, ci vorrà del tempo prima che potrai tornare a casa, non molto ma....."
"Spero di non recarti troppo disturbo"
"Affatto! Ce la fai a stare in piedi così ti risciacquo con acqua pulita?"
"Credo di si."
Si alza e no, non sono preparata alla visione completa del suo splendido corpo, notando il mio imbarazzo è lui che si passa il panno pulito sul corpo mentre io faccio scorrere l'acqua dalla brocca. Essendo molto alto, prende lui la brocca e si versa l'acqua sui capelli mentre io i panni per farlo asciugare e i vestiti.
"Se non ti spiace indosserei solo l'hadajuban (hadagiuban - di solito di cotone, si indossa sopra la biancheria e prima del nagajuban, può essere costituito da una gonna e da una camicia o da un unico pezzo)"
"Se ce la fai da solo vado a sistemare il tatami per la notte"
"Si, credo di si."
Quando ha finito mi raggiunge
"Gradisci qualcosa di caldo?"
"No, sto bene così grazie. Ho bisogno solo di riposare ancora"
"Prego.....è tutto tuo" sorrido indicandogli il tatami.
"Tu hai dove dormire o hai usato ciò che avevi per me?" abbasso il capo "Dalla tua non risposta, deduco di no! Puoi dormire accanto a me....se non ti crea problemi"
Accenno un si con la testa
"Vado a lavarmi e......ti raggiungo" 

Pov.Edward
Forse ho esagerato invitandola a dormre con me ma.....beh mi sembrava giusto e non mi sembra si sia offesa.
E' una ragazza, una donna spettacolare. Ne ha passate sicuramente tante ma è generosa e coraggiosa. Anche se è una gaijin come me, poteva benissimo fare il minimo indispensabile per non incorrere nell'ira del Signore del villaggio, invece è andata oltre. E devo dire, da uomo che sono, anche fisicamente è bellissima.
I suoi capelli castano/mogano che scendono in lunghe onde morbide quando li slega come adesso che si appresta a lavarsi. Lo so non dovrei guardare ma non ne posso fare a meno. Di profilo vedo i suoi piccoli seni, il ventre piatto, la curva dei glutei e le sue belle gambe. E' uno spettacolo ed è meglio che smetta di guardare se non voglio trovarmi in situazioni poco piacevoli o troppo piacevoli ma non credo che lei sia daccordo. E' così timida, le guance le si imporporano subito, credo che non sia mai stata con uomo anzi posso anche togliere il "credo"......
Perso nei miei pensieri non mi accorgo che Isabella si sta sdraiando accanto a me, indossando anche lei solo l'hadajuban. Le faccio posto alzando le coperte, cercando di non sfiorarla.
"Buonanotte Isabella"
"Buonanotte Edward"
I giorni passano e io riacquisto la mia forza fisica grazie anche ad Isabella e alle sue premure per me.
Le ho chiesto di non dire molto al Signore del villaggio, a parte che mi sono quasi ristabilito e che appena il passo è libero ripartirò.
Da quando ho cominciato ad uscire, quasi tutti i giorni andiamo da Nichiren, conoscerlo e conoscere i suoi insegnamenti direttamente da lui è un grande privilegio. Partecipo anche ai dibattiti che il monaco affronta con i preti delle altre scuole, ogni volta lui riesce a confutare i loro insegnamenti ma loro si rifiutano ugualmente di seguirlo. Sono assurdi (in quell'epoca si usava che i perdenti di un dibattito religioso abbandonava i propri insegnamenti per seguire quelli del vincitore).
Anche con Isabella il rapporto si approfondisce quotidianamente, ora la chiamo Bella, è il nome adatto a lei.
Oltre la prima sera anche le notti a seguire abbiamo dormito insieme. E se la prima volta siamo rimasti sdraiati senza sfiorarci, ora ci risvegliamo abbracciati, tanto da farlo appena ci corichiamo.
E' un piacere tenerla tra le braccia. Durante il giorno, parliamo, ridiamo, ci sfioriamo, a volte sono stato vicino, molto vicino a baciarla, il desiderio di lei è tanto ma ho paura di sbagliare, di fraintendere i suoi sguardi, le sue carezze....e ora non c'è più tempo. E' ormai una settimana che il passo è libero e domani tornerò a casa.
Da quando l'ho detto a Bella, il suo atteggiamento è cambiato ed è comprensibile, vorrei portarla con me ma lei come reagirebbe a questa proposta? Non che qui lascia chissà cosa e da me sarebbe trattata sicuramente meglio ma......
"Ed...Edward?"
"Si, sono qui....eccomi" rientro in casa, la trovo vicino al tatami pronto per la notte "Hai bisogno di aiuto?"
"No...." si avvicina, mi appoggia le mani sul torace "Domani te ne andrai..."
"Se tu me lo permetti, non sarà un addio Bella. Appena farò rapporto a mio padre tornerò da te, per te.....se lo vuoi"
"Oh Edward, certo che lo voglio" Le sue mani scendono alla cintura del kimono "Ma ora siamo qui, insieme, non voglio perdere questo momento, voglio viverlo, completamente! Vivi nel palazzo di Tokimune, è come se fossi suo figlio, sei abituato a ben altro ma lascia che ti offra ora la sola cosa che ho da donarti. Me stessa!"
Slaccia la cintura, facendo scorrere le sue piccole mani sotto il kimono me lo sfila, la stessa sorte tocca al nagajuban e l'hadajuban, quando rimango solo con la biancheria intima (una fascia fatta passare tra i fianchi e le cosce formando così una specie di perizoma), fa un giro completo intorno a me sfiorandomi e dandomi dei piccoli baci sul torace, sulle spalle che mi donano dei brividi di piacere.
Quando completa il giro si allontana di poco da me e compie la stessa operazione con i suoi vestiti. 
Rimango immobile a godermi lo spettacolo. 
Anche lei rimane solo con la biancheria (oltre alla specie di perizoma una fascia fatta passare più volte intorno al busto per schiacciare il seno,  all'epoca e non solo allora, non era indicato mostrare le prorie forme), nonostante l'audacia che dimostra, le sue gote arrossate la tradiscono.
Le tremano le mani mentre cerca di slacciarsi la fascia che copre il suo seno, delicatamente fermo le sue mani e le sostituiscono con le mie. Mentre le tolgo la fascia la sfioro. La sua pelle si copre di brividi. Lascio scorrere l'indice sullo sterno fino al ventre, dove incontro il nodo dell'ultimo pezzo di biancheria, chiedo il permesso con gli occhi e l'ottengo.
Ora è completamente nuda, davanti a me, è la prima volta che posso guardarla senza nascondermi, mi manca il fiato 
"Sei bellissima....no non nascondermi i tuoi occhi, guardami, sei meravigliosa, è vero ho avuto molte donne ma tu le superi tutte e non solo in bellezza, per come sei, per il tuo cuore puro......non sai quanto ti desidero! Sono grato e onorato di questo tuo dono"
"Mai quanto me Edward"
Le sciolgo i capelli, li riavvivo, le accarezzo il viso e lentamente le mie labbra incontrano finalmente le sue, così morbide, così inviolate ma così responsive. Piccoli baci, piccoli sfioramenti, i nostri respiri s'incontrano e si scontrano, la mia lingua cerca la sua e iniziano a giocare, a danzare.
Quando metto fine al nostro bacio, la prendo in braccio e l'adagio sul nostro tatami, andandole dietro
"Lascia che ti prepari per me"
La bacio di nuovo, dalla bocca passo al collo per poi perdermi sui suoi seni, entrambi godono delle mie carezze, della mia bocca, della mia lingua. Lascio le mani a prendersi cura di loro mentre con la bocca continuo il mio percorso fino ad arrivare al suo fiore inviolato. 
Sussulta, il suo respiro è affannato, i nostri sguardi s'incontrano, le faccio sentire la mia lingua, il suo bacino s'inarca e invoca il mio nome mentre le sue mani vanno ai miei capelli.
Gioco all'esterno e all'interno delle sue labbra intime, sento le prime gocce del suo nettare, ne voglio di più. La mia bocca si ferma al clitoride mentre la penetro piano con un dito, s'irrigidisce ma è un attimo, le do il tempo di abituarsi e la penetro con il secondo dito, di nuovo mi fermo un attimo per poi riprendere il lento movimento che bramo di compiere con altro. Non mi stacco dal suo fascio di nervi che è pronto ad esplodere ed è quello che fa appena lo succhio.
Prolungo il suo orgasmo continuando a muovere le dita, a leccarla, a succhiarla, quando il suo corpo si calma, ripercorro allo stesso modo la strada di prima, tornando alle sue labbra e le profano di nuovo con la lingua, mentre le mie dita ritrovano la strada di quell'atrio caldo e accogliente.
Sento le sue mani sulle spalle, sulla schiena, sul fianco vanno in cerca del lembo che le permette di spogliarmi definitivamente, la mia erezione scatta in avanti e preme proprio dove vuole entrare, richiamata dal suo calore, si bagna dei suoi umori per prepararsi a farla sua, a farla mia.
Fermo il bacio e lascio uscire lentamente le dita che prendono la mia asta e la posizionano alla sua entrata, la guardo, mi sorride, i nostri occhi non si lasciano e lentamente, la penetro un poco per poi fermarmi, ritirarmi, non del tutto e avanzare ancora, e così fino alla fine.
Una volta completamente dentro, i nostri respiri si fermano un attimo, per poi riprendere e riniziare a baciarci.
Sono ancora fermo, mi voglio godere quest'attimo, poi inizio a muovermi e ogni spinta ci regala emozioni nuove, ad entrambi, perchè è diverso stare dentro ad una donna che ami. Oh si la amo, ho imparato ad amarla giorno dopo giorno.
E' un piacere immenso sprofondare dentro di lei, sempre di più, sentire le sue cosce, le sue gambe intorno ai fianchi, che piano, piano mi aiutano ad immergermi dentro di lei. Sentire le sue mani nei capelli, sulla schiena, sui glutei, la sua bocca che mi bacia, mi lecca, mi morde come d'altronde faccio io. Più sono dentro di lei, più diventa attiva......la mia Bella!
Ed eccola che raggiunge l'apice seguita da me. Rotolando sulla schiena, lascio che si riprenda a cavalcioni sopra di me, sono ancora dentro di lei, non voglio uscire da lei, ancora no.
Mentre i nostri respiri, i nostri battiti tornano alla normalità, le accarezzo i capelli, la schiena
"Stai....bene? Ti ho fatto male?"
"Sto bene, no, non me ne hai fatto."
""Bella, non ho mai provato quello che ho provato con te stanotte. Io " mi chiude la bocca con una mano e mi guarda quasi implorante
"Non lo dire, non dirlo"
Le bacio il palmo "Non lo dico, ma te lo dirò!!!", riposa il capo sul mio cuore rilassandosi "Te lo dirò", le ultime parole pronunciate prima di addormentarci.
Le prime luci dell'alba mi svegliano, i miei occhi cercano subito lei e la trovano al mio fianco. Dorme serena, le immagini della notte mi tornano in mente e non posso fare a meno di iniziare a toccarla. Mugugna un pò ma continua a dormire fino a quando non la penetro con le dita
"Mhmm, Edward...."
"Perdonami, ma non ne ho potuto fare a meno" la sua risatina mi da il via e quando sento i suoi primi umori entro dentro di lei, mozzandole ancora una volta il fiato.
"Mhmm, mi è mancato stare dentro di te." e do il primo affondo, "Sei così calda" affondo, "e stretta" affondo, "così perfetta" affondo, "perfetta per me" affondo, "solo per me" affondo, "Mia!!!" la bacio e di nuovo i nostri corpi iniziano la loro danza d'amore fatta d'intrecci, di carezze, di baci, di lingue, di morsi, di sospiri, di nomi invocati fino a raggiungere insieme il massimo piacere e lasciarci poi senza forze l'una accanto all'altro.
Poco dopo Bella si alza, prepara dell'acqua calda e torna da me con la brocca e un panno. Mi alzo capendo che mi vuole lavare così.
Comincia a passare il panno bagnato partendo dal viso, per poi scendere al collo, al torace, alle spalle, alla schiena, ai glutei, all'inguine, dove la mia asta si risveglia non del tutto mai rilassata in sua presenza, e notiamo entrambi la prova di ciò che mi ha donato, con delicatezza porta via ogni traccia, scende sulle cosce, sulle gambe e termina con i piedi. Il tutto in religioso silenzio, so che non vuole parlare, non vuole che la rassicuri sul fatto che tornerò, l'accontento e mi godo queste ultime carezze.
Prende i miei vestiti e inizia a mettermeli, indumento dopo indumento.
Quando termina mi porge un sacco con dei viveri per il viaggio, si scosta un poco e s'inchina profondamente. 
Penso che non l'amerò mai tanto come l'amo in questo momento. Vorrei stringerla e baciarla, ma non me lo permetterà, questo è il suo saluto, il suo rispetto, il suo amore.
Inchino leggermente la testa, per permetterle di rialzarsi. Mi dirigo verso la porta, verso il mio cavallo, seguito da lei.
No, non posso lasciarla così. Mi fermo e girandomi la faccio indietreggiare fino all'interno, lontano da occhi indiscreti, l'abbraccio stretta a me e la bacio, l'ultima danza delle nostre lingue fino a quando ci rincontreremo. 
La tengo ancora un pò stretta a me, poi lentamente la lascio andare e velocemente, prima che ci ripensi, salgo sul cavallo, un' ultimo sguardo e poi via al galoppo, senza più voltarmi.

Pov. Bella
E' passato quasi un mese da quando è partito. Un messaggero di Tokimune ha consegnato una lettera a Nichiren, lo informava del fatto che concordava con i suoi insegnamenti e che aveva intercesso per lui presso il governo per far revocare l'esilio (Hojo Tokimune divenne veramente un simpatizzante di Nichiren e intervenne per far revocare l'esilio) ma nessuna notizia per me.
Fino ad oggi, fino a quando stamane non hanno bussato alla mia porta e mi sono ritrovata davanti una scorta militare mandata da Tokimune per proteggermi durante il viaggio verso il suo palazzo, dove da oggi in poi vivrò. Così mi è stato detto.
Mi concedono del tempo per salutare Nichiren e Nikko, ai quali ho fatto dono delle mie scorte di viveri e ora sono in viaggio verso il mio futuro.
Per raggiungere la mia destinazione ci mettiamo una settimana, appena arrivo delle donne si occupano di me, mi lavano, mi profumano, mi vestono con abiti così ricchi che non ho mai visto. 
Al termine, alcune guardie mi accompagnano davanti ad una porta che aprono, al di là di essa vi è un immenso salone.
La gente, seduta sui cuscini intorno ai tavolini, si ferma e mi guarda, mi scruta.
"Isabella, avvicinati" deduco sia Hojo Tokimune a chiamarmi, lentamente arrivo fino agli scalini dove m'inchino e rimango in attesa. Lo sento alzarsi e arrivarmi vicino mentre si leva un brusio nel salone.
"Lascia che ringraziamo la donna che ha salvato colui che è come un figlio per noi" inchinandosi leggermente e rialzandosi.
"Vieni con noi" e insieme saliamo i pochi gradini che ci separano dalla sua seduta "Ci hai reso un grande servigio prendendoti cura di Edward." e mi da il permesso di parlare.
"E' stato un onore per me, mio Signore"
"Sei saggia quanto bella, ciò che ci è stato detto corrisponde a realtà. Avremo modo di conoscerci meglio ma ora dovrai rispondere ad una domanda che a qualcuno sta a cuore porti"
Ed eccolo il mio Edward, bello più che mai, l'istinto è quello di aggrapparmi al suo collo ma mi ricordo in presenza di chi sono e mi limito ad inchinarmi.
Lui lentamente mi fa alzare e contro ogni etichetta mi abbraccia, stretta, a lungo.
"Isabella.... Bella, finalmente sei qui, tra le mie braccia. Mi sei mancata da morire. Finalmente torno a respirare." Si stacca lentamente, mi prende le mani tra le sue, bacia il palmo di entrambe, poi incatena i suoi occhi ai miei.
"L'ultimo giorno che mi hai ospitato non hai voluto sentirlo, so che temevi di non rivedermi, ma ora sono qui davanti a te e con il cuore in mano ti dico che ti amo Isabella. Ho imparato ad amarti giorno dopo giorno, conoscendoti e apprezzandoti. Mi hai curato, mi hai nutrito, dividendo con me tutto quello che avevi. Donandomi tutto e tutta te stessa. Se me lo permetti ora sono io che voglio offrirti tutto me stesso, il mio cuore, tutta la mia vita e non solo nell'esistenza presente ma anche in quelle future. Perchè voglio stare con te vita dopo vita. Vuoi Isabella?!? Vuoi farmi lo straordinario onore di diventare mia moglie per l'eternità?"
Le lacrime mi offuscano gli occhi.....
"Da quando sei entrato nella mia vita, nel mio cuore ho sperato, ho pregato che non ne uscissi più. Ti amo Edward ed è un grande onore per me diventare tua moglie vita dopo vita, io ti troverò sempre!!!" un sorriso appare sul suo volto, illuminando anche i suoi occhi meravigliosi e mi ritrovo ancora una volta stretta tra le sue braccia.
"Mi rendi un uomo felice, non piangere mia dolce piccola Bella"
"Amici, festeggiamo mio figlio e la sua futura moglie!!!"
Così detto, così fatto, senza possibilità di replica.....mentre le labbra del mio Edward si posano sulle mie.

" La Decima Tacca "





La prima cosa che Edvard percepì riprendendo conoscenza fu il gusto della terra e del sangue che gli avevano  impastato la bocca. 
Poi fu l'odore pungente e soffocante  del fumo   a risvegliarlo del tutto e  a riportarlo alla realtà. 
Sbattendo gli occhi si sforzò di aprirli. Erano incollati dal sangue che gli gocciolava da un taglio sulla  fronte e, solo  dopo qualche tentativo, riuscì  a mettere a fuoco la scena che lo circondava.
Cadaveri !
Era  attorniato dai corpi martoriati della gente del suo villaggio. 
Con gli occhi sbarrati dall'orrore  si guardò intorno, mentre calde e amare  lacrime scivolavano   copiose, lasciandogli candidi solchi  sulle guance sporche di terra e  cenere.
Alte e colorate,  le fiamme  si alzavano dai tetti  delle capanne,  sembrava danzassero   allegre dentro al fumo che saliva nero nel cielo,  incuranti  e indifferenti ai  corpi  riversi nella desolazione della morte. 
Tutto intorno a lui gemiti di dolore proveniente dai feriti  coprivano il crepitare delle fiamme,  mentre i soldati romani passavano tra i moribondi mettendo fine alle loro sofferenze.
Edvard, steso a terra, la coscia   trafitta da una freccia, il braccio sinistro che non rispondeva ai suoi comandi, un piccolo ma doloroso  taglio  sulla fronte,  osservava la scena come fosse stato uno dei numerosi corvi che volavano alti nel cielo pregustandosi il bacchetto che li attendeva. 
Non voleva credere a ciò che vedeva, non voleva accettare la  nuda e cruda verità.
 A pochi metri da lui, la sua casa, quella stessa casa di legno e paglia, spartana ma confortevole,   in cui era cresciuto   felice e spensierato fino a poche ore  prima,  stava bruciando, ed era sicuro che al suo interno, se avesse avuto la forza e il coraggio di andare  a  controllare,  avrebbe trovato il corpo di sua madre e  di sua sorella. 
Probabilmente le avevano violentate o forse, se  erano state fortunate, una spada pietosa aveva messo  velocemente   fine alle loro sofferenze. Il padre, invece, ricordò all'improvviso con un brivido di dolore, giaceva pochi metri più in là trafitto al petto  da tre frecce di quegli assassini che avevano colpito a tradimento.  Era morto  quasi subito fra le sue braccia, non una parola, non un gemito, solo un ultima  carezza sul viso del figlio. Un saluto e la speranza che almeno lui sopravvivesse a quella carneficina annunciata. 
Ma Edvard ricordava  ancora le storie  tremende, che  gli anziani raccontavano la sera vicino al falò, sulle sorti dei prigionieri di guerra dei romani.
Si mormorava spaventati  che  gli invasori  bruciassero vivi su un enorme rogo  i superstiti alle loro stragi o che li legassero ad una croce,   lasciandoli  poi a  perire lentamente  di dolore, fame  e sete.
Edvard non voleva finire così, non voleva morire tra atroci sofferenze. 
Lui era solo un ragazzo all'apparenza, ma   per la gente del  suo villaggio era già   un uomo e un   guerriero. Per questo non si sarebbe   arreso, non avrebbe cercato una pietà inesistente nei suoi nemici, ma  sarebbe morto stringendo  un arma fra le mani,  onorando così  la sua famiglia, il suo popolo  e i suoi dei.
Il suo braccio destro, l'unico che ancora funzionava, strisciò lentamente sul terreno fino  a che la sua mano non  strinse  l'elsa  del gladio nemico  che giaceva abbandonato  lì vicino. La punta  era rotta, la lama scheggiata, ma ad Edvard non importava, sarebbe bastata per battersi. Sapeva che non sarebbe comunque  sopravvissuto e che  scappare era  impossibile. Quindi l'unica sua  speranza era cercare una morte rapida e indolore  battendosi   contro i suoi nemici.
Puntellando il gladio contro il terreno diventato fangoso dal sangue versato e dalla pioggia caduta quella notte,  facendo leva con il braccio e la gamba sana si tirò in piedi e osservò la pattuglia di cinque soldati che si stavano avvicinando cercando fra   i corpi dei morti  quelli dei  loro compagni disseminati sul terreno per dargli una degna sepoltura. I cadaveri dei  barbari, come li definivano i legionari,  sarebbero stati  invece lasciati in pasto  alle bestie selvatiche.

“Ehi guardate là. C'è ancora uno di quei  bastardi in piedi” la voce del soldato romano  coprì il crepitare delle fiamme e il gemito dei moribondi.
I  suoi quattro compagni   si voltarono,  videro Edvard,  e si avvicinarono spavaldi e sicuri di sé. Lui li aspettava e quando il più assetato di sangue  gli si avvicinò stringendo il suo gladio,  Edvard colpì con tutta la forza che aveva. 
Il soldato si scostò illeso e scoppiò a ridere nell'osservare il ragazzo  finire a terra  e  provare ad alzarsi lentamente a causa delle sue ferite.
“Questo idiota  vuole ancora  combattere” esclamò il legionario ridendo di lui mentre con un piede colpiva Edvard nel sedere facendolo nuovamente cadere  e rotolare nel fango.
Un coro di risate scoppiò mentre i soldati, ancora ebbri del sangue versato ed eccitati dalla  facile vittoria riportata in quelle  terre ostili,  additavano il ragazzo, divertendosi a schernirlo. Ma Edvard non voleva cedere alla disperazione,   e  la certezza della sorte, che pensava attenderlo se si fosse arreso docilmente a quegli assassini, gli diede la forza di alzarsi ancora una volta  in piedi. Poi all'improvviso, radunando le ultime forze che aveva e tutta la rabbia che provava,  si scagliò con un ringhio contro  l'uomo più vicino a lui. I due caddero a terra in un groviglio di braccia e gambe e solo l'intervento dei suoi amici salvò il soldato romano dalla morte. Edvard infatti era riuscito a colpirlo con l'elsa della spada alla testa e, se non lo avessero prontamente  bloccato gli altri legionari,  lo avrebbe senz'altro finito in pochi secondi tagliandogli la gola.
I soldati lo strattonarono via  e lo misero in ginocchio tenendolo fermo con le loro mani forti e robuste mentre lui, sporco di fango e sangue,  continuava a divincolarsi indomito.   Poi il più anziano in grado,  mormorando frasi che Edvard non poteva capire, ma che supponeva fossero insulti, alzò la spada con l'intento di decapitarlo.
“Fermo Felix. Non lo uccidere” la voce del legato Alexander  arrivò ferma  e perentoria. Era un ufficiale   molto giovane, quasi un ragazzo, piccolino e magro ma nonostante tutto aveva ottenuto presto la sua posizione  e il rispetto dei suoi uomini. Ma soprattutto aveva un senso dell'onore tutto suo e un arguzia per gli affari non indifferente. 
“Legatelo e mettetelo con gli altri prigionieri. Lo porteremo a Roma e lo rivenderemo come schiavo. E' un buon lottatore a quanto pare,  e scommetto che  Caius  ce lo pagherà molto bene. Ha tutte le carte in tavola per diventare un buon gladiatore”

Edvard non capì una sola parola  di quello che il Legato Alexander  disse e non ebbe neanche occasione di ragionarci sopra perché  perse subito i sensi quando i soldati, dopo avergli legato le braccia dietro alla schiena,  lo colpirono alla testa per farlo stare fermo.

Lui non conosceva la lingua di Roma e nemmeno  i suoi usi o i suoi costumi. Non sapeva cosa fossero i gladiatori ne quale sarebbe stato il suo futuro, ma presto l'avrebbe scoperto... 
Presto sarebbe diventato   un famoso  gladiatore, un    secutor  amato e conosciuto  con il soprannome di  Smargidus, smeraldo, dovuto ai suoi occhi verdi, brillanti e splendenti.    
Con la fatica,  il   dolore e il coraggio dimostrato nell'arena ad ogni combattimento,  avrebbe  presto conquistato l'affetto e il rispetto  del popolo romano, e il cuore delle matrone che   se lo contendevano,   ammaliate   da quella grazia e agilità  che lo contraddistingueva in ogni duello.
E  il suo vero  nome e  le sue origini   sarebbero  andate dimenticate  nel corso degli anni,  lasciando solo il suo   soprannome  impresso  nelle menti dei romani  fino a quando...

* * *

“Smargidus, sveglia c'è una ragazza che ti cerca” 
Edvard aprì gli occhi lentamente, si tirò in piedi  e iniziò a stiracchiarsi come un gatto. Il suo corpo nudo, muscoloso e pieno di cicatrici era cambiato da quando era stato portato e rivenduto come schiavo alla scuola per gladiatori gestita dal nobile Caius, un uomo che si mormorava fosse molto vicino all'Imperatore  Domiziano e  che si era arricchito con i combattimenti dei suoi gladiatori,  che allenava e faceva esibire  negli spettacoli più importanti della capitale.
La sua scuola,  la Ludus Magnus,  era famosa per la sua durezza, ma i suoi gladiatori  erano fra i migliori combattenti esistenti in tutto l'impero, tanto che lo stesso Imperatore  Domiziano assisteva spesso agli spettacoli di lotta  dentro ad uno strapieno Colosseo che aveva contribuito ad ampliare.
A chiamare Smargidus,  era stato un altro gladiatore soprannominato   Invictus, ossia  l' invincibile.  Edvard non sapeva che il  vero nome di nascita  del suo  migliore amico era Emmett e neanche gli interessava più di tanto. 
Erano arrivati nello stesso periodo  alla scuola di Caius, entrambi soli,  prigionieri e schiavi disperati. Avevano scoperto Roma e le sue leggi, la sua lingua e le sue tradizioni,  ma soprattutto  il significato della parola ubbidienza, e rassegnati al loro destino, si erano allenati assieme duramente  e con caparbietà,  poiché entrambi  condividevano il  grande sogno di riconquistare  la loro libertà.
Lui era grande e grosso, una montagna di muscoli dai corti  capelli neri e gli occhi scuri e sornioni. Un lago calmo e profondo in cui era facile perdersi, uno specchio trasparente della sua anima allegra.
Ad Edvard bastava guardarlo negli occhi   per capire ciò che gli frullava per la mente e  adesso lo sguardo divertito dell'amico, che lui considerava come  un fratello, lo mise subito sul chi vive.
Si erano allenati con gli altri tutta la mattina, e dopo il pranzo gli era stato concesso un paio d'ore di riposo durante le quali Edvard si era addormentato sfinito.
Aveva combattuto in allenamento come al solito  impugnando il rudis, la spada pesante  e smussata,  contro Leo, il leone,  un altro grande suo amico chiamato così a causa della capigliatura folta, ricciola e biondissima.
Leo era un vero guerriero  esperto. Aveva già vinto 15 incontri  all'ultimo sangue  e dopo aver conquistato la libertà dal suo status iniziale di schiavo e  tre palme d'oro aveva scelto di rimanere ad allenare ed istruire gli altri  gladiatori. Ormai famoso aveva dichiarato che quella vita era  ciò che desiderava. Aveva sesterzi in quantità e donne che lo cercavano per i suoi favori dentro e fuori i letti. Insomma non gli mancava nulla, ma malgrado la vita agiata che tutti loro  avrebbero potuto conquistare  con il sudore e il sangue versato,  Edvard  non avrebbe mai continuato a vivere lì come aveva scelto Leo. Combatteva per la sua  libertà proprio come Invictus, e sul suo collare da schiavo erano già incise nove tacche.  
Una ancora. 
Gli sarebbe bastato vincere ancora un  altro incontro all'ultimo sangue   e sarebbe stato finalmente  libero. 
Aveva  infatti  accumulato con gli scontri minori, quelli nel quale nessuno ci lasciava la pelle ma che servivano solo per divertire il pubblico e far lievitare  le tasche a Caius,   già un discreto gruzzolo che teneva  nascosto dentro al proprio cuscino. Sesterzi che lui incrementava anche in  altro modo e che  gli avrebbero permesso di rifarsi una vita una volta libero.  

Rapido si vestì sotto gli occhi divertiti di Invictus “Cosa hai da ridacchiare?” gli chiese capendo al volo che l'amico gli nascondeva qualcosa.
Invictus si strinse nelle spalle divertito “Voglio vedere la faccia che farai quando incontrerai la ragazza che ti aspetta”
Edvard non aspettava nessuno e la curiosità aumentò mentre sorrideva al compagno d'armi “E' brutta?” 
“Non saprei. Dipende se ti piacciono le cerbiatte come lei o se preferisci le tigri arrabbiate  come Tania” commentò alludendo alla matrona che   Smargidus  incontrava regolarmente,  in cambio di sesterzi,  per soddisfare i  bisogni  carnali  della sua ammiratrice  pazza di lui.
Edvard sbuffò, e dando una pacca alla poderosa spalla dell'amico si avviò al grande vestibolo  sul quale si affacciavano la porta d'ingresso e numerosi  corridoi e  scale che portavano alle varie  stanze e ai cubiculum riservati ai gladiatori per riposare. Da lì inoltre   si poteva  anche accedere direttamente al cortile interno usato  per allenarsi o esibirsi davanti ad un piccolo pubblico.

La ragazza era in piedi ferma e si guardava intorno incuriosita ma quando sentì i passi fermi e sicuri di Edvard si affrettò ad abbassare la testa intimidita.
Accompagnava sempre la sua padrona a vedere i gladiatori combattere  al Colosseo ed era nervosa  all'idea di conoscere  Smargidus, l'idolo di tutte le donne di Roma.
Lui entrò tranquillo e le si avvicinò.
“Ti conosco?” le chiese incuriosito mentre i suoi occhi vagavano sul corpo di lei, soffermandosi sulle gambe lunghe nascoste dall'ampio vestito, sui fianchi stretti e sul seno rigoglioso al punto giusto.
“No... io... mi manda la mia signora” rispose lei balbettando e alzando gli occhi su  di lui per la prima volta.
Edvard la guardò, le fissò il viso e socchiuse la bocca come per parlare ma il fiato gli mancò  mentre si perdeva dentro a due occhi enormi, marroni, con mille pagliuzze d'oro al loro interno. I capelli lunghi color castagna tirati indietro secondo le usanze del tempo, incorniciavano un viso dolce e delicato su cui spiccava una bocca piccola  contornata da due labbra rosse e piene che sembravano implorarlo di baciarle. 
Per un attimo entrambi rimasero in silenzio imbarazzati poi lei gli allungò una pergamena  arrotolata e chiusa da un nastrino.
“La mia padrona  ti manda  questo messaggio” sussurrò arrossendo leggermente.
Edvard la osservò, il suo meraviglioso sorriso sghembo dipinto sul viso mentre sentiva il cuore battere  vertiginosamente per poi bloccarsi nel notare il collare di ferro, che  come il suo,  le cingeva il collo lungo e delicato.
Era una schiava, ed era sicuramente al servizio di Tania, pensò,  adombrandosi per la sorte di quel fiore raro e bellissimo che aveva davanti.
Tania.  
Sapeva per certo che il messaggio proveniva da lei,  la pergamena  infatti odorava di rose e gelsomino,  il profumo che quella serpe in gonnella metteva sempre.
Tania. 
La moglie del senatore Marcus che  ogniqualvolta suo marito si allontanava mandava lo stesso messaggio ad Edvard.
Lui non aveva bisogno di leggere, sapeva esattamente ciò che c'era scritto  Ti aspetto questa sera e lui ci sarebbe andato. Si sarebbe presentato, l'avrebbe assecondata e avrebbe giaciuto con lei, poi presi i sesterzi sarebbe tornato alla Ludus Magnus.
Aveva bisogno di quelle monete elargite in cambio dei suoi favori e, anche se lei non gli piaceva e anzi la disprezzava, i suoi sesterzi, uniti a quelli guadagnati facendo il gladiatore, gli avrebbero permesso di avere una vita  agiata una volta che avrebbe conquistato la sua libertà, sempre che,    Plutone, il dio della morte,  non  decidesse prima di  prenderlo per mano e portarlo  via con sé.

I combattimenti erano sempre più duri e sempre più difficili e morire non sarebbe stato poi così improbabile.
Aveva visto molti amici rimanere feriti in maniera orrenda,  restare mutilati  per sempre o, se il fato era favorevole,  morire  direttamente nell'arena sotto gli occhi degli spettatori che urlavano il loro giudizio.
“Morte” gridavano se non erano soddisfatti del coraggio dei combattenti ed essa calava inevitabile  sul gladiatore prescelto dalla folla    per soddisfare la sete di sangue del popolo romano.

Edvard sorrise alla ragazza, poi gli chiese “Come ti chiami?”
Lei lo guardò e, abbassando gli occhi sui calzari mentre si mordeva  il labbro inferiore innervosita,  mormorò “Isabella. Il mio nome è Isabella.”
“E allora Isabella puoi riferire alla tua signora che staserà verrò da lei” rispose lui cercando di guardarla ancora una volta in volto, poi aggiunse “Sei molto bella Isabella, non privarmi dei tuoi occhi”
Lei alzò la testa di scatto, lo fissò e poi si girò scappando come una cerbiatta  inseguita dai cacciatori.
“Fermati, non andartene. Rimani ancora qualche minuto con me” le gridò Edvard inseguendola con un balzo e bloccandola per un braccio.
“Devo andare. Se arrivo tardi lei  mi farà frustare” asserì  la ragazza con la voce che le tremava.
Edvard pensò che fosse spaventata e lasciando la presa le disse “Scusami. Vai pure” poi si girò e si allontanò a grandi passi sparendo  verso il  cortile interno  dove Leo lo aspettava per l'allenamento pomeridiano.
Isabella rimase ancora lì un secondo, gli occhi fissi sulle sue gambe forti  e sulla  sua schiena muscolosa.  Nell'arena aveva potuto vedere il suo fisico e le sue abilità, lì nella ludus  aveva visto da vicino  i suoi occhi  e il suo sorriso. Non aveva tremato per la paura come lui aveva immaginato,  ma per l'emozione di sentire le sue mani forti  stringerla  a sé.
Quell'uomo era qualcosa d'incredibile, di magico,  ma lei sapeva che lui era al disopra di qualsiasi speranza.
Quel gladiatore, era  proprietà privata di Tania, la sua padrona. Un sogno irraggiungibile per un umile  schiava come lei, un desiderio che sarebbe rimasto per sempre tale, pensò mentre tornando a casa si sentiva umida sotto... anche da là scendevano lacrime silenziose.

* * *

Edvard arrivò puntuale alla domus  della bella Tania. Pur essendo uno schiavo, aveva il permesso e la libertà di recarsi da lei. Caius sapeva che fare incontrare le matrone ai suoi gladiatori non faceva altro che rafforzare la loro fama e smorzare la loro fame. Un connubio che faceva solo del bene a tutti e soprattutto alle sue tasche.
Erano  infatti spesso i  nobili,   spinti dalle loro mogli,   a richiedere gli incontri,  e Caius guadagnava proprio su questi.
Stava per bussare, quando il portoncino finemente decorato  si aprì ed Edvard si trovò davanti Isabella.
“Benvenuto. La mia signora ti sta  aspettando” mormorò lei sempre tenendo gli occhi rivolti verso il terreno per non incrociare i suoi due meravigliosi  smeraldi. Aveva paura di tradire i suoi sentimenti, che lui le leggesse in volto  la lussuria che aveva iniziato a covarvi  profonda.
Lui le sorrise mentre con due dita le alzava il mento fino a perdersi nei suoi occhi color cioccolato. 
“Te l'ho già detto, sei molto bella. Non mi privare della vista del tuo sguardo” poi senza preavviso attirato da una forza magnetica che nessuno dei  due sapeva potesse esistere, Edvard si avvicinò e posò le sue labbra su quelle di Isabella. I loro corpi tremarono e i loro cuori iniziarono a  battere forte all'unisono  mentre lui metteva fine a quella pazzia.  Adesso li separavano pochi centimetri... metri, chilometri parve loro non desiderando altro che toccarsi nuovamente, che fondersi in un corpo solo.
“Smargidus, finalmente  sei arrivato” la voce di Tania arrivò come un tuono improvviso  ad interrompere quel momento magico,  a risvegliarli e riportarli alla realtà.
Lui sospirò e si affrettò ad allontanarsi ancora di più  da Isabella, spaventato dalle conseguenza che lei  avrebbe potuto patire se  Tania avesse  intuito quello che era appena accaduto  fra di loro, cercando di mostrarsi meno turbato di quanto lo fosse in realtà da quell'unico bacio e da quel corpo che continuava a gridargli di stringerlo a sé e ad attirare i suoi occhi.
Venere, la dea dell'amore, aveva  appena lanciato il suo  magico dardo al cuore dei due giovani.
Poi  con calma studiata, calandosi sul viso una maschera d'indifferenza,  si voltò  sorridendo a quella serpe a cui  avrebbe venduto da lì a poco  il suo corpo ma  non la sua anima.
Essa ormai  era stata rapita da Isabella.

Tania gli si avvicinò sinuosa come un gatto e il  suo profumo forte entrò nelle narici di Edvard che arricciò il naso per l'odore pungente sforzandosi di sorriderle.
Lei lo afferrò per le possenti spalle e lo baciò con passione incurante della presenza di  Isabella,  mentre lui allungava  le mani accarezzandole il collo  dolcemente,  cercando di concentrarsi su di lei per risvegliare il suo corpo dormiente.
“Stasera sei freddo nel baciare,  Smargidus. Che cosa ti succede?” gli chiese Tania passando le dita sulle sue labbra ancora umide di lei.
Lui scosse la testa “Sono solo stanco” si giustificò tirando le labbra in un sorriso che lui stesso percepì  essere falso.
“Oh povero il mio Smargidus, dovrò sgridare Caius, così non va bene. ”  rispose civettuola  prendendolo per le mani e attirandolo ancora più vicino a sé, poi dopo un ultimo bacio lascivo,  si voltò di scatto “ Vieni, andiamo a letto. Hai bisogno di riposare” affermò  dandogli la schiena e tirandoselo appresso per una mano.
Lui la seguì  accondiscendente,   e mentre stava per uscire  dal vestibolo  si voltò. 
I suoi occhi cercarono ed  incontrarono quelli di Isabella. Quelli di lei erano tristi, addolorati e rassegnati ma si riscossero e presero vita incendiandosi,  quando lui muovendo solo le labbra senza emettere un  fiato le disse “Perdonami. ”.

Tania si rese subito conto che le cose non andavano come al solito. 
Il  suo Smargidus sembrava distratto, distante, e non riusciva a capire il perché di quel comportamento anomalo e freddo. 
Irritata  pensò di punirlo nel solo modo che conosceva: giocando con lui. 
Così quando giunsero  nella sfarzosa  cubicola  dove dormiva normalmente, dopo avergli intimato di  stare immobile  e in silenzio, iniziò ad usarlo:  spogliandolo lentamente, accarezzandolo nei posti in cui aveva imparato essere più sensibile, godendo della sua pelle morbida e liscia, dei suoi muscoli potenti, del suo ventre piatto e del suo pene che piano piano reagiva al tocco  fugace  della sua padrona.
Edvard la guardava spogliarlo e giocare con il suo corpo, accarezzarlo languidamente e   stuzzicarlo senza sosta, senza poter reagire o muoversi.   Sapeva  quanto Tania odiasse se lui gli disobbediva e quanto  potesse  essere crudele a letto, ma soprattutto  cosa lei si aspettasse da lui. Doveva in ogni caso sforzarsi di  soddisfarla  come al solito  per non attirare l'attenzione su Isabella. Aveva paura che Tania avesse potuto scorgere la luce che aveva illuminato i  loro occhi. Il loro sguardo disperato allorché era giunta lei, la scintilla che aveva iniziato a bruciare  nel suo animo.  
Era avida e prepotente,  ma non stupida, la  sua benefattrice.
Così chiuse gli occhi con un sospiro  e immaginò che quel corpo femminile e caldo appartenesse  ad Isabella e che fosse lei lì vicino ad accarezzarlo in maniera languida e vogliosa.
Quando Tania lo vide fremere ai suoi baci, quando si rese conto che lui non sarebbe riuscito ancora a trattenersi  immobile difronte a quella tortura studiata, convinta di essere la causa del suo desiderio,  lo fece sdraiare sul  letto e sfilatosi la cintura di cuoio gli legò i polsi alla testiera di  legno pregiato.
Lo avrebbe fatto soffrire per la sua freddezza iniziale, lo avrebbe torturato con studiata  lentezza, lo avrebbe usato a suo piacimento  beandosi del suo bisogno e del suo corpo.
Edvard la lasciò fare, non si oppose malgrado gli sarebbe bastato fare forza per spezzare o sciogliere quel insignificante legame. Aprendo gli occhi la guardò curioso fino a che lei gli buttò sul viso una pezza di cotone spessa  e bagnata.
“Non voglio che tu veda. Sentirai solo” mormorò leccando le goccioline d'acqua che scendevano lungo la sua gola scoperta.
Edvard si irrigidì cercando  di respirare sotto lo spesso panno  mentre un brivido violento di paura e lussuria  lo scuoteva dal  suo interno.
Ma Tania non aveva finito con lui e dopo averlo percorso con le labbra fino ai suoi lombi gonfi, soffermandosi a leccare e gustare il suo sapore, giocando con le goccioline che inumidivano la punta della  sua mascolinità, istigandolo a un piacere che non gli avrebbe ancora concesso,  si alzò bruscamente e afferrò una delle tante candele.
Impietosa godendo dei suoi lamenti  e dei suoi salti improvvisi allorché la cera cadeva sulla pelle provocando le piccole bruciature inaspettate, Tania continuò  a torturarlo sommessamente  lambendo con la lingua e succhiando avidamente  le zone arrossate e calde, che si avvicinavano sempre di più ai suoi genitali  in un lento ed estenuante  percorso  di desiderio e paura  che eccitava sempre di più entrambi.   
E quando fu stufa di quel gioco, quando il  suo bisogno si fece inarrestabile,  senza preavviso, senza alcuna parola,  tenendolo sempre prigioniero della sua volontà  lo montò come il cavallo di razza che era, esplodendo insieme a lui.
I loro gemiti di piacere non più trattenuti  si alzarono rompendo il silenzio della stanza,  impietosi delle orecchie che dietro la porta ascoltavano.
Isabella, accucciata nel corridoio,  piangeva sommessamente immaginando Edvard sopra la sua padrona montarla senza sosta, i suoi muscoli tesi, il suo sorriso soddisfatto, i suoi occhi affascinati dallo spettacolo mentre diventava rosso dallo sforzo e dal piacere che stava provando.
Ma Isabella non poteva sapere che sotto lo straccio bagnato mentre il suo amore proibito eiaculava  per trovare la pace dei sensi e soddisfare la sua benefattrice,  Edvard piangeva e la sua bocca era tirata in una smorfia di  vergogna mentre la sua mente era concentrata proprio  su Isabella...  la donna con la quale immaginava e  desiderava     fare  sesso in quel momento. La fantasia che gli stava permettendo di adempiere al suo dovere e soddisfare la bella e perversa Tania.

Ma le orecchie di Isabella non erano le sole ad ascoltare. 
Gianna, la schiava di origine gallica, aveva ricevuto  una missione, e con un sorriso perverso disegnato sulle sottili labbra corse nella sua stanza e scrisse  un messaggio... un messaggio che avrebbe cambiato molte cose e provocato molto dolore.

* * *

Nella settimana che seguì Edvard continuò la sua vita allenandosi ogni giorno con la solita dedizione malgrado la sua mente fosse perennemente altrove. Non aveva più rivisto Isabella, gli era proibito uscire senza un autorizzazione e se avesse provato a scantonare di nascosto,  sarebbe stato   cercato e punito severamente per la sua disobbedienza. Ma i suoi pensieri erano costantemente con lei. 
Dov'era? Cosa stava facendo? Gli mancava? 
Lui era confuso, non gli era mai capitato di essersi così fissato su una donna. Di non riuscire a pensare ad altro che a  quella meravigliosa dea. 
La notte nel buio della sua  piccola e spoglia cubicola, quando giaceva insonne sul duro letto di paglia compressa,  ripensava a lei. Ai suoi occhi marroni e dolci, ai suoi capelli che dovevano essere folti e morbidi una volta sciolti sulle spalle, alle sue labbra piene e  carnose.  Ricordava persino il mite profumo di pulito e sapone  che il suo corpo emanava. E nel silenzio del dormiveglia,  la  mano di Edvard,  scivolava  in mezzo alle sue gambe dove le ossa del bacino formavano una V perfetta appena coperta di una morbida peluria ramata.   Le sue dita  lunghe, smaniose  e impazienti  andavano a cercare sicure  e  senza timori il suo membro duro, stringendolo e percorrendolo   lentamente per tutta la sua  lunghezza per poi ricominciare  da capo  in un movimento sensuale e seducente  che gli strappava dei gemiti soffocati di piacere,  mentre la sua mente era perduta dentro di lei, dentro al suo corpo, dentro al desiderio che sapeva lo stava annientando.

“Smargidus. Per favore, voi concentrarti?” la voce irritata di Invictus lo richiamò alla realtà.
Edvard si stava allenando con il suo amico, entrambi avevano stretto in pugno un lungo  e pesante bastone intagliato  e smussato che imitava nella forma un ascia. Non era un arma consueta per entrambi,  ma Leo insisteva  affinché si allenassero con  le asce fasulle per prepararsi a qualsiasi eventualità e per allenare  quei  muscoli  della schiena che normalmente sollecitavano di meno. Erano rimasti  soli ed  erano ormai stanchi, quando Smargidus scrollò le spalle scocciato  dal  giusto rimprovero, e si sforzò di riportare  la concentrazione su   Invictus che, fermo davanti a lui,  lo osservava ridacchiando chiaramente  divertito. 
“Smettila di distrarti e cerca di allenarti seriamente. Domenica hai un incontro. Te lo sei  forse dimenticato?” lo riprese il grosso lottatore sorridendo e  affondando  con la sua ascia  contro quella di Smargidus.
Edvard si spostò rapidamente, parando il suo attacco, pronto a scagliarsi ancora una volta contro di lui quando sentì una strana tensione nel collo, come se una corrente d'aria improvvisa lo avesse colpito.
Tutto il suo corpo prese a formicolare in allerta e lui voltò lo sguardo per cercare la causa di quella strana sensazione,  quando i suoi occhi andarono a sbattere contro due pozzi marroni dolci e ammalianti.
Per un attimo si bloccò, il tempo sembrò fermarsi per lui, mentre  invisibili catene gli si stringevano intorno rischiando di soffocarlo. 
Isabella era lì.  
Seminascosta da  una colonna lo osservava con gli occhi brillanti ed eccitati.  Era sgusciata silenziosa come una ladra  all'interno della Ludus per cercarlo  e  adesso da quella posizione così ravvicinata  poteva vedere i muscoli di Smargidus contratti e lucidi di sudore, le sue gambe tornite e snelle piantate nel terreno come tronchi d'albero, e il cuore le stava battendo forte dall'emozione.
Neanche lei aveva più dormito serena. Lo aveva visto di nascosto allontanarsi dopo che la sua padrona lo aveva pagato e lasciato libero. Aveva ascoltato i suoi gemiti e lo aveva odiato. Ma  per quanto si sforzasse non era riuscita a dimenticarlo.  Non era riuscita a scordare i suoi occhi verdi,  profondi e teneri, lo  sguardo affascinato e lussurioso che le aveva rivolto, la sua voce roca e sensuale mentre le diceva di guardarlo e soprattutto  le sue labbra che avevano mimato quell'unica parola piena di speranza e rimpianto. No! Decisamente, non solo, non riusciva ad  odiarlo, ma aveva bisogno di rivederlo.
Smargidus era entrato nei suoi sogni e nei suoi pensieri.  Si era insinuato sotto la sua pelle   e nel suo cuore nel modo più profondo possibile e per quanto avesse provato a dimenticarlo,   non appena era riuscita ad allontanarsi dalla casa della sua padrona  con una scusa, si era diretta lì.  
Come una falena non aveva potuto  evitare di  cercare la luce, anche se sapeva che questa avrebbe potuto bruciarla.  
Era andata a cercarlo, consapevole di poter essere  rifiutata e allontanata, e appoggiata a quella colonna adesso  lo fissava   con gli occhi dilati e spaventati dal desiderio lussurioso che stava provando nell'osservarlo.

“Smargidusss”.
Il grido   di Invictus seguì di un attimo l'urlo spaventato di Isabella, quando  Edvard, che si era distratto  a guardarla,  non vedendo arrivare  il colpo inferto dal suo avversario,    era crollato  a terra privo di sensi senza un gemito,  sotto i loro sguardi  attoniti e spaventati.  
“Fratello! Svegliati!  Idiota, perché non hai parato?” la voce di Invictus era adirata e spaventata  nel contempo, mentre si era inginocchiato incredulo  al fianco dell'amico per soccorrerlo.
Poi alzato lo sguardo in cerca di chi aveva emesso quel  grido tipicamente  femminile che aveva udito,  vide  Isabella che osservava  immobile e atterrita la scena davanti a sé.
“Ah. Ecco perché. Sono stati quei  due paia d'occhi marroni a distrarti, dunque. Stupido ragazzo innamorato! ” commento a bassa voce  il grosso guerriero con un sospiro irato,  poi si rivolse ad Isabella “Tu! Donna! Vicino alla fontana ci sono delle pezze pulite di cotone, bagnane una e portamela” la sua voce autoritaria e urgente fece scattare Isabella come una lepre.
Quando si avvicinò reggendo la stoffa bagnata   vide che Invictus aveva girato  l'amico  su un fianco  e  con il volto corrucciato stava studiando la sua testa nel posto in cui lo aveva colpito.
Il grosso guerriero prese la pezza fredda  e la premette   con dolcezza  sulla tempia di Smargidus, poi si rivolse alla ragazza. “Stai qua e tienigli premuto il panno sulla tempia. Non perde sangue ma temo sia  stato un colpo violento.  Io vado a chiamare il medicus. Se  riprendesse conoscenza non fallo alzare,  ma tienilo sdraiato e tranquillo finché non torno  con un aiuto.”
Isabella annui mentre prendeva il posto di Invictus al fianco del suo Smargidus  continuando a tenere premuto   il panno  contro la sua testa  e sperando che non fosse nulla di troppo grave.
“Smargidus...” lo chiamò dolcemente quando gli vide sbattere gli occhi incerto.
“Allora è vero, sei qui e sei proprio tu!” mormorò lui mettendo a fuoco quella celestiale visione e sdraiandosi sulla schiena  ancora stordito mentre allungava  una mano per accarezzarle il viso incredulo.
“Ti ho talmente sognato a lungo  che pensavo fossi un fantasma scaturito dalla mia mente. O forse sono morto e finito al cospetto degli dei?” 
Isabella sorrise divertita, mentre sentiva prendere fuoco il suo io più profondo al contatto delle sue dita sulle guance. 
“Non sei morto, malgrado la paura che mi hai fatto prendere,  ed io sono reale” gli rispose afferrando con la mano libera quella di Smargidus che stava scendendo verso le sue labbra toccandola ed esplorandola per accertarsi che non fosse una visione.
“Dimostramelo” la provocò lui con un tremito di felicità repressa.
Lei era lì. Vicino  a lui. 
Isabella gli sorrise e il mondo sembro illuminarsi d'immenso mentre le labbra di lei scesero ad assaggiare quelle di lui.
Lentamente e timidamente si sfiorarono mentre una strana energia sembrava scaturire dai loro corpi. 

“Direi che sta bene” commentò Carlisle, il medicus  che si occupava dei gladiatori della scuola  e delle loro ferite,  osservando Edvard tirarsi su   e afferrarla per la nuca mentre la loro passione divampava e il loro bacio  all'inizio casto diventava sempre più approfondito e sensuale.
“Eh già. Direi che si è ripreso piuttosto bene ” mormorò Invictus con un sorriso soddisfatto sulle labbra.
“Allora è lei la misteriosa fanciulla  che lo distrae giorno e notte” commentò Leo che si era unito preoccupato per la salute del suo protetto  e che aveva notato il cambiamento di comportamento avvenuto in Smargidus quella settimana.
“A quanto pare adesso, almeno, abbiamo una colpevole in carne ed ossa” confermò Invictus scuotendo la testa divertito.
“Forse dovrei visitarlo” mormorò incerto Carlisle, chiedendosi se fosse il caso di interrompere i due prima che  degenerassero e dessero spettacolo davanti a tutti.
“Lascialo in pace. Sono sicuro che lei lo ha già guarito. E poi Smargidus non è uno sciocco e sa come e dove fermarsi... spero” proferì ridendo Leo.
Insieme, senza più aggiungere altro,  i tre si girarono lasciando Edvard  a godere di quel breve e raro  momento di felicità.
“Mi sei mancato” mormorò Isabella  staccandosi dalla sua bocca a malincuore  per riprendere fiato  e chiedendosi se non fosse solo un sogno il poterlo finalmente stringere a sé e il suo baciarla così appassionatamente.
“Anche tu.” rispose lui poi i suoi occhi all'improvviso si incupirono  come se una tempesta fosse sopraggiunta ad oscurare il sole.
“Ti ha mandato Tania?” le chiese temendo che fosse quello il vero  motivo per la quale Isabella fosse andato a cercarlo.
“No. Lei e il padrone saranno fuori per tutta la settimana e dovevo andare al mercato a comprare alcune stoffe per la cucitrice...” spiegò lei  timidamente mentre le sue gote si coloravano di un rosa pallido.
“La Ludus Magnus non è propriamente vicina al mercato” rispose Smargidus sorridendo nel vederla con il volto arrossato e le labbra rosse vive per i baci che si erano appena  scambiati.
“Lo so ma… volevo vederti e lei ha promesso di coprirmi...” mormorò  abbassando gli occhi intimidita senza immaginare che si sarebbe trovata a fissare la sua mascolinità risvegliata e pronta.
Le sue gote arrossirono ulteriormente diventando adesso  rosso fuoco  mentre Edvard ridacchiando con le sue  lunghe dita le alzava il mento “Te l'ho già detto  non privarmi dei  tuoi occhi.” mormorò affascinato dal suo viso, e conscio del pericolo che lei stava correndo  per poterlo incontrare.
“Isabella. Io...” le parole gli morirono in bocca. Cosa doveva dirle? Edvard non aveva mai avuto un vero amore, non sapeva neanche come si facesse a corteggiare una ragazza. Era stato catturato  troppo giovane e benché adesso fosse un uomo e avesse avuto diverse amanti, prima che Tania ottenesse l'esclusiva a suon di sesterzi, non aveva la più pallida esperienza di come bisognasse comportarsi o cosa si dovesse dire con esattezza a qualcuno che ti aveva rapito il cuore prima di ogni altra cosa.  
E visto che  non era un poeta ed era  solo un uomo d'azione  e un guerriero,  decise di agire nell'unico modo che conosceva e baciandola si alzò, la prese fra le braccia muscolose e la condusse  nella sua piccola, umida e spoglia cella. Poi una volta chiusa la porta, la fece adagiare  sul suo letto mentre  le sue mani callose  ma inaspettatamente delicate iniziarono a percorrerle tutto il corpo,  esplorandola ed accarezzandola languidamente  mentre lei mormorava  il suo consenso. I loro vestiti finirono uno dopo l'altro  sul duro terreno mentre insieme esploravano ed ammiravano  per la prima volta  i loro corpi nudi provando un piacere fino ad ora sconosciuto ad entrambi.
“Hai tantissime cicatrici” mormorò lei percorrendo con la mano il suo corpo  segnato. 
Smargidus le sorrise dolcemente  mentre la su mano afferrava la sua portandosela alla bocca e baciandole ciascun dito con lentezza e sensualità.  
“Sono un gladiatore” rispose semplicemente  con un sorriso tetro “ed uno schiavo” aggiunse mesto ripensando per un attimo a quando era stato catturato e a quando arrivato a Roma, spaventato e indisciplinato,   era stato piegato con la forza  per indurlo ad accettare  il suo destino.
“Ti amo” mormorò lei ingoiando le lacrime che gli erano salite agli occhi consapevole della loro condizione comune.
“Anch'io ti amo” rispose lui,  adesso finalmente  conscio  dei propri sentimenti condivisi.

Le cose non avrebbero  mai potuto cambiare per loro. Erano schiavi  assoggettati  ai capricci dei loro padroni,  ma soprattutto a quelli di Tania che non avrebbe mai dovuto sospettare nulla.  Ma nonostante tutto  la speranza di un futuro migliore germogliò nei loro animi, una pia illusione dettata da quel nuovo sentimento sbocciato con la forza di un vento impetuoso. 
E immersi nella consapevolezza che il destino avrebbe potuto dividerli da un momento all'altro, entrambi si donarono completamente senza più remore, senza dubbi o paure,  raggiungendo la pace dei sensi insieme a quella del cuore finora in tumulto.

* * *

Il tempo passò indomito senza portare  grossi cambiamenti. Edvard continuò ad allenarsi e a partecipare ai vari  scontri fra gladiatori  organizzati da  Caius duranti i quali combatteva  accumulando soldi e fama, in attesa di quello definitivo e mortale  che gli avrebbe permesso, nel  caso fosse sopravvissuto,  di incidere una nuova tacca sul suo collare di ferro.
La decima Tacca. 
La tacca che avrebbe cancellato la sua schiavitù,  rendendolo finalmente un uomo libero e un  cittadino di Roma,  in grado  di scegliere del suo futuro.

Il tempo passò indomito mentre  Isabella cercava ogni occasione per andare a trovare  di nascosto il suo Smargidus.  E quando  riuscivano ad incontrarsi,  insieme passavano momenti dolcissimi e  spensierati, cercando di escludere  il presente dalle loro menti rinchiudendosi in una bolla di felicità, poiché erano entrambi  consapevoli     che prima o poi  il loro sogno sarebbe finito.  E mentre  si conoscevano sempre di più,   il loro amore cresceva e si rafforzava.    Amore che   condividevano con ardore, amore che non era solo un  bisogno fisico,   ma la  fusione di due anime affini che necessitavano l'una dell'altra e che erano ormai indivisibili.

Il tempo passò indomito, mentre gli incontri clandestini di Edvard con Tania continuavano regolari. Per lui sottrarsi ad essi sarebbe stato impossibile, e per  mantenere segreto il rapporto instaurato con la schiava  della sua signora e proteggerla dalle sue ire, Edvard  continuò a venderle il suo corpo e soddisfarla carnalmente,  mentre il suo cuore e la sua anima piangevano disperati  ogni volta di più e il suo cuscino si riempiva di quei  sesterzi adesso tanto odiati.

Il tempo passo indomito  indifferente ai continui  rapporti di Gianna e alla rabbia crescente  del senatore Marcus che informato da quest'ultima  aveva saputo di essere tradito regolarmente e aspettava solo il momento giusto per vendicarsi dei due amanti segreti.

Il tempo passò indomito, quando Caius fu convocato da Domiziano che gli chiese di organizzare un grande incontro con una lotta all'ultimo sangue tra gladiatori per festeggiare la vittoria riportata dalle truppe romane sui ribelli barbari. Caius cercò di ribellarsi, perdere un gladiatore avrebbe comportato un danno ingente  per le sue casse, ma l'imperatore lo rassicurò che sarebbe stato lautamente  risarcito della perdita  se entrambi  i gladiatori avessero combattuto bene.

Il tempo passò indomito quando Marcus sborsò una cifra esorbitante e ricattò  Caius, minacciandolo di divulgare un documento compromettente per il quale avrebbe potuto essere tacciato di tradimento,  pur di  avere la possibilità di  scegliere di persona i gladiatori che avrebbero combattuto. 
L'ora della sua vendetta era  finalmente arrivata.

E quando il tempo smise di passare indomito,  i giochi erano ormai fatti, il dado era stato  tratto, ed Edvard iniziò a prepararsi per il combattimento  della sua vita, quello che se avesse vinto, uccidendo il suo avversario, gli avrebbe aperto il collare da schiavo e  le porte della libertà.

* * *

Smargidus non sapeva contro chi avrebbe combattuto  e  la cosa non gli interessava neanche. Il giorno prima era stato chiuso in isolamento in  una cella del Colosseo  e nutrito abbondantemente. Quando aveva chiesto spiegazioni  a Caius su quell'insolito comportamento,  egli  aveva risposto “E' meglio per te stare tranquillo. Devi riposarti e  soprattutto concentrarti. Non puoi permetterti distrazioni.  Questo è un combattimento all'ultimo sangue, non il solito spettacolo.  Gli spettatori saranno migliaia, l'imperatore Domiziano sarà presente, e solo uno di voi due lascerà l'arena sulle sue gambe. 
E se vincerai uccidendo il tuo avversario,  sarai un uomo libero e la schiavitù diverrà  solo uno sbiadito  ricordo”

Ciò bastò ad Edvard  che tuttavia era troppo eccitato per riposare. Passò la notte precedente, infatti,  a pregare  Marte e Minerva  che lo aiutassero e lo proteggessero, a  pensare alla sua Isabella  per attingere da lei la forza necessaria e a preparare e controllare le armi e il suo equipaggiamento con meticolosa cura sapendo che da esso dipendeva la propria vita.

E finalmente il giorno arrivò.  
Aiutato da un silenzioso e preoccupato Leo, Edvard si passò gli olii sulle braccia, sulla poderosa schiena  e sulle gambe,   poi iniziò a vestirsi.
“Stai attento Smargidus” gli raccomandò Leo, la voce incrinata  e preoccupata “ricordati solo che non hai scelta; o tu o lui. Uno di voi due dovrà necessariamente  morire.  La sabbia del Colosseo dovrà tingersi per forza di rosso, queste sono le regole,  per cui  non indugiare, non avere pietà... se non per la  tua anima. La libertà ha sempre  un prezzo da pagare e nel tuo caso sarà altissimo”.
Edvard guardò l'amico stupito. 
Mai parole simili in tanti anni e in tanti incontri erano uscite dalla sua bocca. La tristezza che Leo irradiava era come una buia foschia che lo avvolse per poi sparire quando la campana  che convocava i combattenti  rintoccò sorda  come un inno alla morte.
“Perché mi dici ciò?” gli chiese. Ma lui tacque scuotendo la testa ed allontanandosi con gli occhi rivolti a terra pieni di lacrime.
Leo aveva già ripetuto quelle stesse parole quella mattina e il suo animo era grave e pesante,  così pesante che quando si avvicinò a Carlisle,  gli disse addolorato “Oggi è la giornata più dolorosa che abbia mai vissuto”
Carlisle che non era più giovane  e che non era riuscito ad impedire  la morte di tanti gladiatori a cui voleva bene  si girò a guardarlo e lo abbracciò stretto  a sé. 
“E' la vita dei gladiatori... Tu sei un  sopravvissuto... non tutti hanno la tua fortuna”

* * * 

Edvard era un secutor e come tutti loro indossava dei gambali di metallo imbottiti di lana per assorbire i colpi, una manica di metallo sul braccio destro per ripararlo dalle ferite, un corto gonnellino che gli permetteva di muoversi con agilità  mentre il petto rilucente di olio era nudo a parte due cinghie di cuoio che gli cingevano il torace. L'agilità era la sua arma migliore, unita ad un corto e maneggevole   gladio e a un piccolo pugio infilato  nel fodero dietro la schiena.
Nel braccio sinistro portava con disinvoltura uno scudo imponente e concavo, tondeggiante nella parte superiore era privo di appigli per evitare che vi rimanesse agganciata la rete del reziario contro il quale avrebbe combattuto. Lo scudo gli copriva dalle ginocchia al viso, protetto a sua volta da un elmo liscio e tondo  per evitare la letale rete.
L'elmo era sempre molto pesante e la visiera costituita da fori in genere molto piccoli. Per questo  Edvard normalmente non lo indossava, voleva respirare e vedere bene, era questa sua particolarità e spavalderia   il motivo per cui i suoi occhi verdi, grandi e splendenti avevano attirato l' attenzione del pubblico donandogli il soprannome che ormai tutti conoscevano e  veneravano come un eroe.
Ma quel giorno Edvard  avrebbe indossato  l'elmo obbligatoriamente e i  piccoli buchi gli avrebbero impedito di vedere con nitidezza il suo avversario.
“Una difficoltà in più,  voluta dall'Imperatore,  per rendere più interessante l'incontro” gli mentì Caius,  pur sapendo che invece  il vero artefice di quel inopportuna imposizione  era stato il senatore Marcus. 

Il reziario entrò nel arena del Colosseo  da una  porta  molto vicina   a quella da cui  arrivò Edvard, ed assieme, senza rivolgersi una parola, consapevoli della presenza al loro fianco dell'avversario, e certi che sarebbe stato un incontro terribile,  si diressero  a passo deciso sotto la tribuna in cui era accomodato Domiziano, l'imperatore di Roma. 
Arrivati  davanti al palco  chinarono entrambi   la testa salutandolo  a gran voce “Ave Caesar, morituri te salutant”   poi giratosi verso la folla alzarono le armi in segno di saluto provocando un boato in risposta.    Il pubblico era equamente  diviso. Conosceva bene entrambi i lottatori che  gli erano stati presentati  prima del loro ingresso,  ed era consapevole  che sarebbe stato un duello infernale.
Anche il reziario era equipaggiato come al suo solito. Nel braccio rivestito dalla protezione teneva un lungo tridente, mentre nell'altra mano stringeva una lunga e pesante rete alle cui estremità c'erano dei pesi.  Se fosse riuscito ad imprigionare il suo avversario con la rete, finirlo con il tridente sarebbe stato molto semplice.  Per questo,  questi robusti e forti lottatori erano spesso schierati contro i Secutor. 
La forza bruta contro l'agilità.
Edvard, infastidito e preoccupato, per i buchi troppo stretti che gli impedivano di vedere l'altro combattente    con nitidezza,  sbuffando per il caldo, si sistemò meglio quell'odioso impedimento, rimanendo  stupito  quando si accorse  che anche l'altro gladiatore aveva un elmo identico al suo  che gli celava il volto; normalmente i reziari non portavano quella protezione   così restrittiva. 
Probabilmente   anche il suo avversario  era stato obbligato  contro la sua volontà ad indossarlo, pensò Edvard,  rasserenato da quella scoperta. 
Era stato  Caius  in persona a minacciarli separatamente “Se ti sfilerai  quest'elmo durante il combattimento per qualsiasi causa, verrai ucciso senza indugio  dai soldati schierati  ai lati nell'arena. Questo è l' ordine e la volontà dell'imperatore”    
Un   valido  motivo   per  ubbidire senza discussioni  allo scomodo e pericoloso disagio, dal momento che tutte e due speravano di uscire vincitori da quel  incontro mortale.

Edvard, dopo aver lanciato uno sguardo alla folla urlante e aver  rilasciato un lento e grosso sospiro   per calmarsi, battendo la spada sullo scudo per salutare il suo avversario, pregò  ancora una volta che gli dei lo assistessero  e lo proteggessero.

* * * 

Duellarono a lungo scambiandosi colpi e leggere ferite. Il pubblico urlava il loro incitamento o il suo disappunto ogni qualvolta uno dei due riusciva ad evitare un colpo mortale. Edvard ferito superficialmente in diversi punti iniziava ad essere esausto. Muoversi con l'elmo che non lo faceva respirare e lo scudo pesantissimo iniziava a fiaccarlo riducendone la velocità e i riflessi. Ma  anche il reziario sembrava in difficoltà: i suoi colpi meno potenti, la rete mossa con più lentezza.
I due si fermarono a guardarsi da dietro i buchi dell'elmo. Erano pari, sembrava che nessuno dei due potesse avere il sopravvento sull'altro facilmente e questo stava fiaccando anche la loro energia mentale.
Normalmente gli incontri venivano chiusi più velocemente ma entrambi  sembravano in difficoltà.
Edvard lo guardò scuotendo leggermente la testa. Il suo avversario si muoveva in maniera prevedibile e si era reso conto che la situazione  era reciproca. Entrambi riuscivano ad immaginare con anticipo le mosse dell'altro e ciò aveva portato a quella situazione di  stallo.
Lentamente iniziarono a muoversi in tondo studiandosi per l'ennesima volta, cercando un punto vulnerabile nell'altro, una falla nelle loro difese,   mentre il pubblico rumoreggiava sempre di più.
Così non sarebbero venuti a capo di nulla pensò Edvard che agendo d'istinto buttò lo scudo a terra. Era divenuto troppo pesante per il suo braccio e lo stava affaticando eccessivamente. Il reziario lo guardò  da dietro il pesante elmo poi con una mossa repentina buttò via la rete tirando fuori da dietro la schiena il pugio. Il pugnale che anche Edvard afferrò nella mano libera.
Un boato di approvazione riempì il Colosseo mentre Domiziano si sistemava più comodamente sul trono che lo ospitava.
“Avevi detto che erano i migliori guerrieri, ed avevi ragione Caius. Non ho mai visto un incontro così equilibrato”
Caius gli sorrise tristemente. Lo sapeva benissimo e sapeva anche perché entrambi riuscissero ad anticipare così bene le mosse dell'avversario.

I due gladiatori si affrontarono nuovamente. Più che un combattimento sembrava diventato un corpo a corpo. Entrambi erano ormai ricoperti di sudore, polvere  e sangue fuoriuscito da numerosi tagli e ferite superficiali. Se Edvard si basava sulla velocità nello scansare gli affondi dell'avversario,  cercando nel contempo  un varco sicuro per avvicinarsi, il rezore usava la sua forza bruta per  provare  ogni volta ad immobilizzarlo o a colpirlo a distanza con il tridente.

Isabella dall'alto degli spalti nascosta tra la folla urlante guardava lo spettacolo con il cuore stretto in una morsa dolorosa. Non voleva che il suo Smargidus morisse in quell'arena polverosa e a ogni ferita da lui riportata nel combattimento, sentiva nel petto il cuore sobbalzare, mentre calde lacrime scivolavano sulle sue guance bianche dal terrore.
Anche la sua padrona, la bella e fredda Tania osservava il combattimento dal palco regale,  divisa fra la  paura per il suo amante e il sadico piacere del sangue. 
Certo a letto Smargidus  era eccezionale e lei avrebbe dovuto procurarsi un sostituto per rallegrare  le sue notti solitarie,  quando il senatore si allontanava, ma il saperlo in pericolo la stava eccitando più di ogni altra cosa.
Marcus invece  osservava il combattimento con un sorriso maligno disegnato  sul volto. Comunque sarebbe andata, anche se  avesse vinto  quel bastardo di Smargidus, l'amante di sua moglie, ne sarebbe comunque  uscito a pezzi e la vendetta sarebbe stata ugualmente  dolce se lui fosse sopravvissuto a spese del suo avversario.

Edvard si avventò sul reziario ancora una volta sfruttando un leggero sbandamento di quest'ultimo forse dovuto alla stanchezza. Anche lui era sfinito e buttando la spada e stringendo di più  il pugio nella mano,  letteralmente lo  abbracciò  infilandogli la corta lama nella schiena all'altezza delle scapole  mentre cadevano avvinghiati.
Ma il sorriso soddisfatto di Edvard  gli morì sulle labbra  allorché sentì una fitta dolorosissima  all'attaccatura della gamba destra, sotto al gluteo.   A rallentatore come in un film, con il dolore che si propagava in ogni sua fibra,   il gladiatore  dagli occhi di smeraldo, fissò sgomento  il nero  tatuaggio  a forma di pesce che il suo avversario  portava sulla scapola sinistra dove era affondata la sua lama.
Lui lo aveva già visto!  Lui sapeva chi si nascondeva dietro a quell'elmo e in preda ad una furia ceca sapendo che probabilmente non ci sarebbe stata nessuna vittoria e nessun superstite  a quel combattimento si sfilò l'odiato elmo che gli aveva impedito di notare il particolare.
Poi abbracciando il corpo dell'uomo che amava come un fratello tolse  l'elmo dal suo viso per guardare in faccia un ultima volta  Invictus che lo osservava con gli occhi sgranati dallo stupore e che poi inaspettatamente gli sorrise ridacchiando come  era solito fare.
“Che cretino che sono. Dovevo accorgermene che  eri tu  da come combattevi. Ci siamo allenati così tante volte insieme...” la sua voce si spezzò in un gemito di dolore.
Edvard insensibile agli urli della folla, sordo alle loro grida,  girò piano l'amico e con sua gioia constatò che il colpo inflitto  era laterale e non mortale come aveva temuto in un primo momento.  Carlisle sarebbe riuscito a salvarlo quasi sicuramente  se fosse intervenuto in tempo e se lui non avesse rimosso il pugio impedendo così la fuoriuscita di una brutta emorragia.
Anche il corpo ricevuto da lui non  era mortale di per sé  e malgrado il dolore e il sangue che fuoriusciva abbondante, Edvard sapeva che anche  la sua  ferita avrebbe potuto guarire se il loro amico guaritore si fosse preso cura di lui.
Per un attimo i due  gladiatori si guardarono negli occhi  incuranti del  grido che ormai la folla urlava all'unisono. 
“Morte” chiedevano a gran voce.  “Combattete” urlavano inferociti da quella pausa apparentemente ingiustificata.
Era stato  definito e presentato come  un duello all'ultimo sangue e adesso gli spettatori pretendevano che il sangue sgorgasse e bagnasse di rosso la sabbia. 
In teoria entrambi avrebbero dovuto rialzarsi e  continuare a combattere fino a  che uno dei due, sfinito dalla ferita riportata,  non avesse spirato l'ultimo soffio di vita  sulla lama dell'avversario,   per soddisfare la gioia crudele dei romani. 

“Dobbiamo  continuare a combattere” disse piano Invictus cercando di mettersi in piedi. Sapeva di essere messo peggio, sapeva che Edvard aveva più possibilità di vincere, ma non si sarebbe tirato indietro dalla sua sorte. “Finiscimi alla svelta, uccidimi senza indugiare   e sopravvivi, amico mio” gli disse annuendo convinto.
Smargidus scosse la testa, si alzò barcollante trascinandosi dietro la gamba ferita e disarmato   con le mani che gli tremavano dal dolore e dalla rabbia  iniziò ad allontanarsi dando la schiena ad Invictus, al suo imperatore   e a tutto il popolo di Roma. 
Non si sarebbe  mai macchiato le mani del sangue del suo  migliore amico! 
Che i romani e l'imperatore  lo mandassero pure a trovare il dio degli inferi, lui non avrebbe più combattuto. Non quel giorno, non contro quello che lui considerava un fratello.

La folla ammutolì  un attimo per quel gesto che appariva ai loro occhi una vigliaccheria,  poi riprese il suo urlo con più vigore “Morte”  gridavano gli spettatori senza capire il perché i gladiatori avessero smesso di battersi dal momento che anche Invictus  era fermo  in ginocchio nel centro dell'arena con gli occhi abbassati sul terreno sabbioso, disarmato e  per nulla intenzionato in apparenza a combattere ancora.  
I legionari  di guardia,  schierati lungo i bordi dell'arena, ubbidendo  ad un gesto dell'Imperatore,  avanzarono  armati e circondarono  i due gladiatori ribelli.
Domiziano, come tutti gli altri,  guardava l'atteggiamento dei due feriti  stupito e incredulo, senza riuscire a capire il perché all'improvviso  avessero smesso di combattere.   Così si rivolse a Caius in cerca di una spiegazione che da solo non trovava: “Che succede? Perché si sono fermati? Perché non finiscono l'avversario?”
Lui scosse la testa e sospirò. “Appartengono entrambi alla mia scuola. Si conoscono e sono amici” mormorò affranto.
“Non importa devono continuare il combattimento. E' un incontro all'ultimo sangue. Non possono fermarsi così. ” intervenne Marcus da dietro,  additando i due gladiatori che adesso si guardavano immobili, le mani abbassate, i pugnali piantati nel corpo che si stava tingendo del rosso del loro sangue che sgocciolava dalle ferite.
Invictus  in  ginocchio  tenendosi il braccio offeso con l'altro, tremava consapevole  che  entrambi sarebbero stati uccisi per quella ribellione, ma neanche lui  non avrebbe più alzato la mano contro il suo amico Smargidus. Neanche lui avrebbe più combattuto contro quello che considerava il suo fratellino.

“Portateli qua vicino ” ordinò Domiziano   ai soldati  alzando poi  la mano per zittire  la folla.
I due vennero afferrati  e trascinati davanti all'imperatore, dove vennero fatti inginocchiare al suo cospetto.
Domiziano, che si era avvicinato alla balaustra, li osservò pensieroso. Guardò il sangue e le ferite, vide l'orgoglio nelle loro schiene dritte  e il dolore nei loro occhi.
“Questo è un duello all'ultimo sangue. Uno di voi due deve morire. Dovete riprendere a combattere” affermò osservandoli attentamente alla ricerca di una loro reazione di paura.
“Non lo ucciderò, mio Cesare, non combatterò più per voi.   Date  pure ai vostri soldati l'ordine di uccidermi qui e adesso in modo che il mio sangue bagni l'arena. Se è una vita che volete... prendetevi  pure  la mia.” disse immediatamente Smargidus appoggiandosi con le mani sulla sabbia e   tirando fuori il collo come se avesse un ceppo davanti a lui su cui posare la testa  in attesa del colpo fatidico.
“No, mio imperatore. E' lui che deve essere salvato. E' un combattente migliore, non troverete un secutor più bravo  di lui in tutto l'impero. Date  invece ai vostri uomini l'incarico di uccidere me” affermò Invictus mostrando il petto pronto ad essere trafitto  e aprendo le spalle pieno di orgoglio per il suo gesto.
Domiziano sorrise. 
Gli imperatori difficilmente conoscono  la lealtà e l'amicizia. E vedere quei due valorosi sfidare la morte per salvare l'altro  era uno spettacolo  a dir poco affascinante e inconsueto.
Con un sorriso sulle labbra, divertito suo malgrado, l'imperatore di Roma si rivolse alla folla.
“Chi deve morire secondo voi?” chiese lasciando agli spettatori il giudizio finale.
Per un attimo regnò il silenzio, poi scoppiò il caos. Erano entrambi molto amati e i loro tifosi iniziarono a gridare il nome dell'avversario. Una cacofonia incomprensibile che venne interrotta da una voce  femminile acuta  proveniente da dietro le spalle di Domiziano.
Fu infatti Tania a pronunciare ad alta voce e   con il cuore stretto  “Smargidus”.
Non avrebbe voluto  che finisse così,  ma quando aveva visto quello che era accaduto si era resa  subito conto del ruolo avuto da suo marito. Lui aveva organizzato tutto. Questa era la sua vendetta verso i due amanti. E lei se voleva ingraziarsi nuovamente Marcus e farsi perdonare  delle sue scappatelle  doveva dimostrare  fedeltà al senatore suo marito.  “A morte Smargidus, in fondo  è stato lui a levarsi  l'elmo per primo  infrangendo le regole e sfilandolo poi al suo avversario” disse  decisa  ad alta voce. Le sue parole portatrici di verità  giunsero chiare e risolute  all'orecchio dell'Imperatore finora  indeciso sulle sorti dei due gladiatori che attendevano in silenzio il suo  verdetto.
Domiziano alzò gli occhi verso di lei annuendo mentre riconosceva  giusto il suo ragionamento e   stringendosi nelle spalle, infastidito suo malgrado dal dover emettere una condanna a morte, silenziata la folla  decretò  ad alta voce che sarebbe stato Smargidus a morire. 
All'udire il verdetto  Invictus, sgomento e incredulo,   cercò disperatamente di ribellarsi al suo ordine ma  fu  bloccato dalle braccia dei soldati e trascinato lontano.
Evdard invece, pur sentendo il temuto e sperato giudizio,  rimase fermo  nella stessa posizione. 
Gli occhi chiusi per evitare di guardare la lama cadere sul suo collo, pregò che chi lo avesse colpito, sapesse il fatto suo e  riuscisse nel suo intento al primo tentativo, facendola così finita velocemente.  Lui non aveva paura della morte di per sé. Ci aveva giocato assieme tante volte, era stata sua compagna di viaggio a lungo.
Temeva, invece,  la sofferenza, il dover sopportare il dolore di numerosi colpi   prima che la sua  testa rotolasse via dal corpo. 
Lacrime  silenziose scivolarono dai suoi occhi e caddero sul terreno sabbioso formando piccoli cerchietti umidi che sarebbero presto stati assorbiti  come il sangue che  presto sarebbe fuoriuscito dal suo collo reciso.

Isabella, che aveva assistito alla scena con terrore e  orrore,  lanciò un urlo  disperato quando sentì il verdetto di Domiziano. 
Non era possibile! Non potevano ucciderlo così,  a sangue freddo, in quella maniera terribile  e sgomitando disperata  si fece largo tra la folla saltando  poi  dentro  l'arena e correndo dal suo amore in pericolo.
L'Imperatore la mano ormai alzata pronto a dare l'ordine alla guardia che si era posizionata al fianco di Edvard, si bloccò nel vedere quella giovane e bellissima schiava correre verso di loro.
“Vi prego no!!  Ha combattuto bene e con valore. Salvatelo, concedetegli  la grazia” lo implorò cadendo davanti a Smargidus che provò inutilmente ad alzarsi per scacciarla via e metterla in salvo.
“Prendete la mia vita piuttosto” gridò  lei afferrando il gladio  di Smargidus abbandonato sul terreno e appoggiandoselo al petto. “Permettetemi di morire al suo posto. Che sia il mio sangue ad essere versato oggi e non quello di questo valente gladiatore”.
Domiziano la osservò incuriosito e affascinato suo malgrado dalla devozione di quella ragazza innocente.
Era un imperatore equilibrato, attento al benessere e alla felicità del popolo e perché no, anche attento alle sue casse.
“Quanto vale la vita di quel gladiatore Caius?”. Chiese rivolgendosi al nobile che sedeva vicino a lui con l'aria avvilita.
“Tanto Cesare” disse immediatamente  rianimandosi “Sono entrambi i migliori, e perderli significherebbe un gran danno per la mia Ludus e un grande esborso per le casse dello stato”
Domiziano annui poi, alzata la mano per zittire la folla,  parlò ad alta voce  affinché tutti sentissero la sua volontà: 
“Questa donna, questa insignificante schiava  è pronta a dare la vita per un gladiatore. Pronta a morire al suo posto, al posto di un guerriero che ha combattuto con onore e valore di fronte a voi. Egli ha affrontato senza paura il suo avversario. Si è battuto coraggiosamente e adesso è   pronto a morire con onore, senza paura o tentennamenti,  per salvare un commilitone, proprio come i nostri   legionari morti per rendere grande Roma. 
Voi volete sangue e morte ma io dico che siamo qua per festeggiare una vittoria ottenuta con  la vita  dei nostri soldati caduti. Dei nostri eroi.  E che questi due gladiatori, questi due valorosi combattenti,  hanno mostrato il loro valore in questa  arena, si sono battuti senza risparmiarsi, hanno mostrato  quale  forza  di volontà  possiede il  popolo di Roma. Il nostro popolo.  
E  questa donna, questa schiava,  pronta a sacrificarsi al posto di questo valente guerriero, ci ha ricordato quali siano i sentimenti e la forza  che rendono  grandi  il nostro Impero, la nostra cultura e i nostri uomini!  Se siamo i padroni del mondo, se il nostro impero è così grande  e potente, lo dobbiamo anche alle nostre donne siano esse libere romane  o umili schiave. 
Pertanto io, Domiziano, vostro Cesare, affermo   che per  oggi è già stato versato troppo sangue e troppe lacrime!
Io dico che oggi deve essere  un giorno di gioia per tutto  il nostro  popolo.  E che bisogna festeggiare la vittoria riportata sui nostri nemici  e non piangere sui nostri caduti.”  poi dopo un attimo di silenzio con un  improvviso e sfuggente sorriso dolce sul viso spigoloso aggiunse “Andate in pace prodi gladiatori, riposatevi e  guarite dalle vostre ferite,  perché il vostro coraggio, la vostra abilità  e il vostro cuore   hanno  reso onore al popolo di Roma.” La sua voce si spense  ancora un attimo e dopo aver lanciato un ultimo sguardo e un sorriso diabolico  alle facce stupite dei presenti sul palco  aggiunse  “Così, io, Domiziano,  vostro Imperatore  e vostro Cesare,  ho deciso!” concluse in un boato di gioia che  esplose nel Colosseo mentre zoppicando i due  feriti  ancora increduli  della grazia ricevuta vennero accompagnati fuori dall'arena  da Isabella e  dai soldati che li avevano circondati.  Lì   vennero  accolti da Leo e Carlisle  ebbri di gioia nel vederli tornare entrambi vivi.

* * * 

Erano passati sette  giorni. Giorni lunghi e difficili. Malgrado la ferita  fosse più grave, Invictus si era ripreso subito. Ma lo stesso non era stato per Smargidus.
Una volta usciti dall'arena entrambi i gladiatori erano stati sistemati sulle barelle e portati all'interno per essere curati mentre Isabella era stata allontanata.
“Fermati donna. Tu non puoi entrare”  la voce di Leo era determinata sebbene sul viso ci fosse un dolce sorriso e gli occhi la scrutassero pieni di gratitudine e ammirazione  per il suo coraggio.
“Voglio vedere come sta Smargidus” lo implorò lei. 
Ma Leo scosse la testa. “Ci occuperemo  noi di lui, verrà curato nel migliore dei modi ma alle femmine non è permesso entrare in questo luogo.” e detto questo l'accompagnò fuori,  chiudendosi poi la porta alle spalle in maniera definitiva.
Così, rassegnata, Isabella, si era allontanata pregando che gli dei vegliassero sul suo amore e che il medicus lo salvasse.
Purtroppo la ferita di Edvard si era infettata malgrado, dopo aver estratto il pugnale e cucito il taglio, Carlisle avesse bruciato la carne proprio per evitare quell'eventualità tanto temuta. 
La febbre era salita veloce tormentandolo e indebolendolo e nemmeno i salassi per pulirgli il sangue cattivo sembravano avere effetto. Dopo cinque  giorni d'immensa sofferenza  Edvard era infine caduto  in un torpore dei sensi che lo stava portando a perdere lentamente   la vita.
Caius entrò nella stanza adibita ad infermeria dove Carlisle assisteva quello che ormai considerava un moribondo. 
“Come sta?” chiese il nobile avvicinandosi al letto dove bianco in viso riposava Edvard, ormai sfinito e indebolito  da quell'ultima battaglia che  purtroppo   stava perdendo.
Carlisle scosse la testa impotente. “Non reagisce. E' talmente debole che  non riesco più nemmeno a nutrirlo. Grazie alle erbe medicinali che ho applicato l'infezione è ormai  quasi  guarita e la febbre si è abbassata a livelli accettabili  ma è  come se si stesse lasciando morire.  Resta sveglio e cosciente solo per pochi minuti ormai ”
Caius guardò il medico. Aveva le occhiaie dalla stanchezza ed era chiaro  dalla sua voce depressa che aveva fatto tutto il possibile  per salvare quel ragazzo. Aveva messo in campo tutte le sue conoscenze sulle erbe, altrimenti l'infezione non si sarebbe mai fermata e la febbre non sarebbe scesa.  Ma il buon medicus  non aveva pensato che c'era  un altra malattia da sconfiggere...  e lui conosceva l'unica medicina  che poteva  ancora salvare quel gladiatore.

“Smargidus aprì gli occhi ! Ascoltami!” gli ordinò perentorio Caius sedendosi sul letto nel quale giaceva in un dormiveglia agitato  il ragazzo sofferente.  

Edvard aveva imparato ad ubbidire senza tentennamenti a Caius. 
Era stato lui ad acquistarlo come schiavo    quando prigioniero era arrivato a Roma.
Il ragazzo barbaro era stato piegato con la forza ed   aveva imparato ad eseguire gli ordini  con la frusta  o con  le   altre terribili   punizioni  corporali subite ad ogni mancanza. Nel tempo  aveva imparato  a rispettare i  voleri del suo padrone, e adesso era consapevole   che ogni sua parola era  legge e   obbediva  ormai in maniera automatica.
Gli occhi  di Edvard si aprirono lentamente e con fatica.
“Ascoltami  attentamente!” ordinò Caius, ancora una volta, vedendo le iridi  del suo gladiatore preferito brillare di attenzione  e febbre  mentre lottava contro le palpebre che tentavano di  richiudersi “Io ti ordino di guarire. Invictus l'ha già  fatto. E' salvo e in ottima salute  e in questo momento  si sta allenando con Leo. 
Tu hai combattuto bene, con coraggio, mi hai fatto fare un ottima figura e guadagnare parecchi sesterzi,  e malgrado il sangue non sia stato versato nell'arena come stabilito dal regolamento,  ho deciso di concederti ugualmente la Decima Tacca.  Ho già dato gli ordini affinché essa venga incisa sul tuo collare  quando sarai guarito... e  quando riuscirai a metterti  in piedi sarai  finalmente un cittadino romano libero di andare per la tua strada e costruirti la tua vita.   E se lo desideri  potrai andare a cercare quella coraggiosa ragazza che ti ha salvato la vita.    Hai finalmente  conquistato con la spada  ciò che a lungo hai desiderato.  Adesso non ti resta che sconfiggere  e vincere la morte che ti sta reclamando, per ottenere la tua ricompensa.  ”   
Smargidus non disse nulla ma chiuse gli occhi mentre un sorriso gli rischiarava il volto tirato.
“Ecco, adesso guarirà” affermò Caius “Ora ha un motivo valido  per cui lottare e  vivere”  aggiunse  soddisfatto.
Carlisle lo guardò stupito “Così perderai il tuo migliore gladiatore. Se lo renderai un uomo  libero non credo che continuerà a combattere per te. Non è  come Leo. ”
Caius si voltò a guardare il suo migliore medicus con gli occhi che gli brillavano “Lo avrei perso comunque. La morte lo avrebbe reclamato nel giro di un paio di giorni, lo hai detto tu stesso. E un gladiatore   morto non serve a nulla. E poi, nonostante non abbia ucciso il suo avversario, si è ampiamente guadagnato la sua libertà” aggiunse sibillino ripensando all'accordo stretto con il senatore Marcus: “ Come vuoi. Farò combattere, all'ultimo sangue,  Smargidus   contro il suo migliore  amico  in questo scontro  folle e fratricida, ma in cambio mi devi consegnare  il documento che attesta il mio tradimento” 
E così era stato fatto!

* * * 

Caius aveva avuto ragione. Ciò che mancava a Smargidus era proprio un motivo valido  per cui continuare a  vivere.
Infatti  dopo pochi giorni   Edvard  si era ripreso  ed adesso stava cavalcando  lentamente   per le strade di Roma visto che non sarebbe riuscito a camminare a lungo. Zoppicava  ancora vistosamente  ma soprattutto  era ancora  troppo debole per affrontare il  lungo percorso  che lo attendeva. Carlisle avrebbe voluto tenerlo a letto di più,  ma lui non appena si era reso conto di riuscire a  stare in piedi da solo  si era allontanato dopo aver ringraziato e  salutato tutti  senza  voler sentire ragioni.
Gli sarebbero mancati i suoi amici e i combattimenti. Gli incitamenti della folla che lo osannava e la sensazione di sentirsi forte e invincibile, ma  finalmente aveva ottenuto ciò che desiderava: la libertà.

Quando la porta  dell'odiata domus si aprì  davanti a lui,  Edvard avanzò titubante nel vestibolo  e una voce forte e maschile lo accolse.
“Benvenuto Smargidus. Cosa ti porta in questa casa a quest'ora?” il senatore Marcus  era lì in piedi e   la sua voce era roca e stizzita “Se è mia moglie Tania che cerchi, sappi che è andata via.” aggiunse poi guardando l'uomo che lo fissava con gli occhi bassi.
La mano di Edvard si alzò lentamente a toccare il suo collo per avere conferma di non aver sognato. Il collare di ferro simbolo della sua schiavitù era stato rimosso quella mattina  come promesso da Caius, e lui ora era un cittadino romano e non più uno schiavo. 
Con un profondo respiro tirò su la testa e lo fissò negli occhi, un operazione per lui prima impossibile visto il suo basso rango. Ma adesso era finalmente  un uomo  libero e  con dei diritti. Ma la sua voce malgrado tutto risuonò  ancora pacata e riverente “Non cerco vostra moglie. Sono qua per un altro motivo”
Marcus fissò quegli occhi verdi, profondi e decisi e vi scorse la consapevolezza di non  essere più uno schiavo ma  anche una vena di timore e reverenza.
Un sorriso tirato  allargò le labbra  del senatore mentre ad alta voce disse “Eleazar,  versaci  due coppe di vino bianco”
Un ragazzino minuto e timido dagli occhi leggermente tirati in su e la carnagione olivastra,  si mosse con una grazia quasi felina.
Edvard lo guardò versare il vino stupito dalla sua presenza che non aveva notato prima  e dalle movenze decisamente femminili del ragazzo.
“Un bel maschietto vero?” gli chiese Marcus, facendo cenno al nuovo schiavo di allontanarsi e uscire dalla stanza, mentre gli occhi attenti ed avidi  posati su di lui   sembravano spogliarlo ad ogni passo.
Edvard lo guardò un attimo pensoso mentre afferrava il bicchiere,  poi   con un sospiro disse “Voi sapevate” non era un accusa ma solo una constatazione.
“Dei giochini di mia moglie con te?  Si. Ho iniziato a sospettare un po' di tempo fa, poi ho avuto le prove.  Da quando vi incontravate?” la voce  era calma,  quasi rassegnata.
“Da un po'.” rispose lui vago. Era assurdo ferirlo ulteriormente.
Lui sorrise “Molto diplomatico da parte tua,  per essere solo un  bel gladiatore. Comunque sia, in fondo, mi hai fatto un favore. Con la scusa  del suo tradimento ho allontanato  Tania mandandola   in campagna da sua cugina. Lì non potrà fare altri  danni... ed io ho trovato  qualcun' altro di  più piacevole  a scaldarmi il letto, piuttosto che quella tigre arrabbiata e perversa”
Edvard lo guardò indeciso, poi posò su un basso mobiletto la coppa di vino  intonsa che si era solo rigirato tra le mani  “Siete stato voi ad organizzare l'incontro. Era la vostra vendetta” affermò con un filo di voce.
“Vendetta?  Che parolona brutta e pericolosa da pronunciare, Smargidus. Diciamo che è stata  la mia lezione. In fondo alla fine l'hai scampata, no? E anche il tuo amico ho sentito dire...”  affermò sorridendogli apertamente  per la prima volta.
Lui si limitò ad annuire. Iniziava ad avere paura. Non era bravo con le parole mentre queste erano l'arma che il senatore usava normalmente. 
Un arma che poteva facilmente diventare letale.
“Comunque non mi hai ancora detto il  perché sei venuto qua. Cosa vuoi da me?” gli chiese Marcus  sorseggiando e gustando  lentamente  il suo vino.
“Voglio che mi vendiate Isabella. La schiava che lavora per voi” 
Ecco l'aveva detto. E con una mano si staccò il sacchetto di cuoio robusto  che portava in vita. Era pieno di monete, tutte quelle che aveva guadagnato, tutte quelle che aveva messo da parte in quegli anni  per garantirsi un futuro una volta che avesse smesso di combattere e avesse conquistato la sua libertà.
Ma siccome  non ci sarebbe stato alcun  avvenire  senza di lei...   
Edvard era pronto a rinunciare a tutto pur di donarle la libertà che lui  era riuscito a conquistare, pur di poter passare gli anni che gli restavano da vivere   assieme. Sapeva che  senza denaro il futuro   non sarebbe stato facile, ma...  era pronto a tutto. Insieme avevano sconfitto la morte, insieme potevano costruirsi una nuova vita. 
Nulla li avrebbe potuto fermare, nemmeno la povertà.
Il sacchetto cadde pesantemente sul mobile vicino a Marcus il quale affondò la mano   afferrando delle monete e portandole in alto con lo sguardo pensoso mentre le faceva  scivolare e tintinnare  nuovamente  dentro  attraverso le dita.
“Già è vero. Mi ero dimenticato. La schiava che ti ha salvato la vita, se non sbaglio” affermò circospetto. “Tania voleva portarsela dietro con lei. Penso volesse vendicarsi   del suo  amore tradito. Amare il suo giocattolo, soffiarglielo  via  da sotto al naso... no, non andava  affatto bene. Era un affronto che mia moglie   non le avrebbe facilmente  perdonato. E' sempre stata vendicativa, lo sai.” commentò assorto mentre un brivido di paura scendeva nella schiena di Edvard.
“Ma non l'ho permesso” affermò il senatore  con un sospiro “Una piccola vendetta nei confronti della mia cara e infedele mogliettina.” aggiunse ridacchiando, poi indicando i sesterzi gli chiese “Te li ha dati Tania? Sono i soldi che ti elargiva in cambio del tuo corpo?”
Edvard rimase un attimo in silenzio insicuro su  cosa rispondere poi decise che era meglio dire la verità.
“Si, in parte. E' vero, lei mi pagava  profumatamente,  e qui dentro ci sono i suoi compensi ma ci sono anche quelli che Caius ci donava per incentivarci  e i premi che ho guadagnato negli incontri o che mi sono stati elargiti dai nobili soddisfatti dello spettacolo offerto... o più facilmente  dalle loro mogli” aggiunse con un sorrisino timido.
Marcus ridacchiò,  nonostante tutto non riusciva ad odiare quell'uomo. Lo aveva visto combattere più di una volta e lo ammirava per questo. Ammirava il suo coraggio e la sua determinazione, mentre invidiava il suo fisico e la lussuria che sembrava scatenare in ogni donna, anche se in fondo  era  stato solo un povero disgraziato, uno schiavo,  che aveva venduto il corpo a quell'arpia di  Tania  in cambio di denaro. 
Marcus ci pensò un attimo, poi afferrata la borsa con i sesterzi gliela tirò fra le braccia. 
“Riprenditi i tuoi soldi, gladiatore. Considerali un equo compenso per aver sopportato mia moglie per tutto questo tempo. Non oso immaginare cosa ti abbia fatto passare quella tigre  assatanata ” gli disse,  poi aggiunse “E ovviamente portati pure  via quella schiava. Non mi serve. Troppe donne qua dentro non vanno bene, chiacchierano troppo,  e poi ho Ealazar che può fare il suo lavoro benissimo” aggiunse vedendolo trasalire.
Edvard rimase un attimo in silenzio scioccato poi abbassò la testa in una formale riverenza “Grazie” disse emozionato, sapendo che con quei soldi avrebbero potuto mantenersi  per qualche tempo e magari  comprarsi  una casetta in campagna  con  un po' di terreno da coltivare.
“Vattene,  sparisci. Non ti voglio più vedere.” gli intimò Marcus, poi aggiunse severo “Vai via da Roma, lontano da qua e se  ti troverò mai  ancora nei pressi della mia domus o di mia moglie ti farò crocifiggere. Non lo scordare mai !”
Edvard lo guardò e annui. La minaccia non lo spaventava, aveva altri piani e un intero mondo davanti a sé.

* * *

Isabella  inginocchiata sul pavimento stava lavando per terra. Insieme alle altre schiave stava pulendo la grande sala dove l'indomani il senatore avrebbe dato una grande festa.
La voce delle ragazze riempiva le sue orecchie ma lei non le ascoltava. La sua mente  era lontana  chilometri.
Vedeva e rivedeva le scena del duello nella sua mente  e si domandava se lui  fosse  sopravvissuto, e se sì, che fine avesse fatto.  Non aveva più avuto sue notizie. Forse era partito con la sua padrona, con Tania. Forse invece aveva cambiato semplicemente amante. Se fosse stato così si sarebbe rassegnata, ma se lui fosse morto... il dolore al  petto la piegò in avanti. Era sempre così quando i suoi pensieri volgevano al peggio. Era come se un ferro rovente le perforasse il cuore.
All'improvviso si accorse  del silenzio che la circondava. Le  altre ragazze si erano ammutolite e immobili fissavano qualcosa dietro alle sue spalle.
Lei si girò e rimase a fissare due occhi verdi come smeraldi che la guardavano.
“Smargidus... sei vivo!” urlò alzandosi da terra  come un fulmine e precipitandosi fra le sue braccia rischiando di farlo cadere.
“Sei tu. Sei proprio tu” gli disse incredula  accarezzandogli le braccia  con dolcezza  per essere sicura fosse reale. Temeva fosse un fantasma   venuto a tormentarla, una visone creata dalla sua mente impazzita dal dolore. Era pallido e chiaramente dimagrito, ma era sempre lui, sempre il suo amore proibito.  
“No.” disse piano lui afferrando con  le sue mani  grandi e forti le  sue “Smargidus è morto.” affermò lasciandola interdetta  e costernata un secondo con gli occhi spalancati dal terrore.
“Non sono più un gladiatore e uno schiavo. Adesso sono un uomo libero. E il mio nome  è Edvard.” aggiunse con quel sorriso sghembo che la trapassava ogni volta. 
Lei arretrò all'improvviso spaventata, gli occhi puntati sulla striscia di pelle pallida e bianca  che un tempo era coperta dal collare adesso sparito. Poi  si affrettò ad abbassare  lo sguardo come si conveniva ad una schiava di fronte ad un cittadino romano. 
“Sei venuto a salutarmi? Partirai?” gli chiese ingoiando a vuoto sentendo le gambe che le stavano cedendo, il cuore farsi in mille pezzettini.
“Sono venuto a comprarti. Tu  adesso sei mia Isabella” mormorò lui allungando le mani per accarezzarle le spalle nude.
“Si mio signore” mormorò lei ferita  inchinandosi davanti a lui, davanti al suo nuovo padrone. 
“Non hai capito Isabella?” le disse lui afferrandola  e  facendola raddrizzare. 
“Sono venuto  a  liberarti” affermò  ridente  nel vederla spalancare  gli occhi sorpresa. “ Ti ho comprato e riscattato la tua libertà.” aggiunse con la voce che gli tremava leggermente dall'emozione. 
Poi  inginocchiandosi davanti a lei,  tenendole una  mano stretta fra le sue, aggiunse  “E   adesso  ti chiedo  di rispondermi da cittadina romana e  donna libera:  mi  vuoi sposare? Vuoi venire via con me?  Vuoi diventare mia moglie davanti  ad ogni  cittadino romano e non?” 

Un silenzio pieno di aspettative ed emozione  cadde tutto intorno a loro. 
Il tempo sembrò fermarsi, dilatarsi all'infinito prima che Isabella  gridasse:  “Si. Si. Siiiii.   Lo voglio Edvard. Lo voglio”. 
Lui le sorrise raggiante poi si alzò barcollante e l'afferrò repentino  prendendola in braccio e sollevandola da terra agevolmente, come fosse una leggera e impalpabile piuma, mentre le braccia di lei si stringevano al suo collo muscoloso  e le loro labbra bagnate dalle lacrime di entrambi   si univano in un bacio liberatorio.
Insieme sempre tenendola fra le sue braccia, malgrado zoppicasse vistosamente, Edvard diede le spalle a quella casa tanto odiata,   mentre le altre schiave   esplodevano in applausi e grida di gioia.
Una  meravigliosa favola si era realizzata sotto ai loro  occhi.


 E  sempre stringendola   stretta  a se come se qualcuno potesse rubargliela,  Edavard salì  con lei sul cavallo che Leo, Invictus e Carlisle   gli avevano donato quella mattina, quando  emozionato aveva detto loro addio,  e insieme, senza più voltarsi,   si  allontanarono in mezzo alla folla dicendo per sempre addio a Roma e a tutto il loro passato,  diretti verso l'unica meta che ora entrambi agognavano... la felicità.

Fine ??

 E vissero felici e contenti?? 
Nessuno lo saprà mai, così come non  si conosce  nulla della vera vita di Smargidus.   La storia ci ha tramandato per scritto  solo il suo soprannome   e la certezza che fu un grande gladiatore... nulla di più. Non so se morì nell'arena o riuscì a conquistare la sua libertà e la sua felicità.  
Ma io voglio immaginarlo tornare nelle terre che lo avevano visto nascere   da uomo libero e con Isabella generare  quei  figli che continueranno a rendere  grande l'Impero di Roma e  dal quale,  in qualche  arcano modo, ancora adesso  ne  siamo   la discendenza.


Fine