lunedì 22 dicembre 2014

" Sorgerà il Sole "






Clestonfork, 15 novembre 1857


BPOV

Tic. Tic. Tic. Tic.

Il rumore costante della pioggia che batte al di fuori di queste mura fa da colonna sonora alla mia notte insonne.
Non potrei dormire comunque.
Tra meno di tre ore sorgerà il sole e sarà l’alba. L’ultima alba della mia vita.

Condannata a morte per impiccagione, condannata per adulterio.

Fa freddo in questa cella umida, fa freddo e ho paura.
Ancora non riesco a credere che mi abbia fatto questo. L’ho implorato. L’ho pregato di ripudiarmi. Non mi sarei opposta a nessuna decisione.
Ma mi vuole morta ed è abbastanza potente da aver ottenuto ciò che voleva.

Non comprendo questo suo astio. Sono stata una buona moglie. Non l’ho mai tradito. Non ho mai disobbedito. Sempre al mio posto. Sempre servizievole.

Sposerà Victoria St.John tra meno di un mese. Tre settimane dopo la mia morte. Come se io non fossi mai esistita.
Non invidio quella donna. James è un essere gretto e violento. L’unica mia consolazione è che questa esecuzione non solo libererà lui dalla mia presenza, ma anche me dalla sua.

Morirò oggi, morirò oggi, morirò.
Morirò e non ci sarà nessuno a piangere per me, nessuno a cui mancherò o che porterà fiori alla mia tomba.

Nessuno. Nessuno. Nessuno.

“Bastardo!” Urlo nella cella vuota.

Tic. Tic. Tic. Tic. La pioggia continua a cadere più forte. Il sibilo del vento é spaventoso. Il cielo è nero.

Nero. Nero. Nero.

Osservo la pietanza fredda che giace a terra. Il mio ultimo pasto.

“Davvero qualcuno è in grado di mangiare sapendo che dopo poche ore verrà impiccato?”, mi chiedo, inorridita. Il mio stomaco è come un piccolo sasso duro e puntuto in mezzo al petto. Non sarei in grado di buttare giù del cibo nemmeno sotto minaccia armata.

Vorrei soltanto avere il coraggio di ammazzarmi prima che lo facciano loro, ma non c’è nulla in questa stanza che mi permetta di provarci.

Osservo la finestrella in alto e le sue sbarre. Mi guardo intorno. C’è soltanto un materasso a terra. Nient’altro.
Cammino in tondo e, malgrado il freddo, ho le mani sudate.
Le pulisco contro il tessuto della mia gonna.

Tic. Tic. Tic. Tic.

Deve esserci un modo.

Tic. Tic. Tic. Tic.

Tra poco arriverà il prete per la confessione e l’estrema unzione.
Potrei implorarlo di avere pietà. Potrei implorarlo e chiedergli di finirmi con un colpo di pistola, o di strangolarmi con le sue mani.

Rido, ad alta voce, della mia stessa follia.

Mi avvicino alle sbarre, le afferro e guardo lungo il corridoio. Tutte le altre celle sono vuote. Mi hanno messa in isolamento: una specie di macabro privilegio per i condannati a morte.
Torno con lo sguardo verso la piccola finestrella. Tra poco sarà davvero finita. La notte sta lasciando il posto ad un nuovo giorno e il colore del cielo é ora leggermente più chiaro di qualche minuto fa.
Improvvisamente al rumore della pioggia si unisce quello dello scalpiccio degli zoccoli di un cavallo.

Il mio cuore si ferma.

“Sono già qui?”, Mi chiedo.

E il prete? Perché non è sceso a confessarmi? Morirò così, senza nemmeno aver chiesto perdono a Dio per i miei peccati?

Il nitrito acuto della bestia mi fa fare un salto all’indietro.

Non sono pronta. Non sono pronta. Non voglio morire. Non voglio morire.
No. No. No.

Il mio stomaco si contrae, mi piego in due, appoggiandomi con una mano al muro di pietra gelida, vomitando una sostanza acre, amara, vischiosa.
Sento il cigolio di un battente che si apre e il rumore di passi che si avvicinano.
Pulisco la bocca con la manica del vestito e mi accuccio in un angolo, con la testa tra le ginocchia, immergendola nell’ampia gonna che indosso.

I passi sono sempre più vicini, lenti, cauti.

Sto per morire e il mio corpo mi tradisce ancora. Il ventre teso, non posso trattenermi oltre, mi bagno come un neonato, insozzandomi di urina calda. Andrò al patibolo lorda e umiliata. Ancora una volta privata della mia dignità.

Il rumore metallico della chiave che gira nella serratura e poi del chiavistello che viene sbloccato, mi fa tremare.

Sono qui. Sono arrivati. Sono qui. Mi porteranno via. Sto per morire.

“Siete voi Isabella Swan?”

Che diavolo di domanda è? Se rispondessi che non sono io mi lascerebbero vivere?

Qualcuno é entrato nella cella, si é accovacciato al mio fianco e cerca di forzare il mio viso a sollevarsi. Stringo le braccia con maggior forza intorno alle ginocchia.
Non camminerò mai di mia volontà verso la forca. Mi ci dovranno portare in braccio, anche perché sono sicura che le gambe ora non mi terrebbero in piedi.

“Dobbiamo fare presto!”

Sussurra la voce, ferma ma rassicurante.

Una voce che mi sembra di riconoscere.

“Non é possibile.”, mi dico.

Sto impazzendo davvero.

L’incubo delle ultime notti si presenta nitido, ancora una volta, dietro le mie palpebre chiuse.





In piedi, dietro al tavolo rialzato, il giudice legge il verdetto, senza mostrare alcun segno di emozione in volto.
I suoi occhi verdi come smeraldi.
I suoi lineamenti aristocratici.
La sua altezza imponente.
La sua bellezza destabilizzante.

“La giuria condanna Isabella Swan-Lewitt a morte per impiccagione. La sentenza capitale verrà eseguita all’alba del 15 novembre, nella piazza centrale del paese di Clestonfork

La voce di mio marito che si alza tra gli applausi.

“Giustizia è fatta! Muori sgualdrina!”

Uomini che ridono, mentre io inizio a piangere e a tremare. Il giudice sposta il suo sguardo di ghiaccio su di lui, con una intensità tale da zittire l’aula intera.

“Arrestatelo. Che rimanga in galera fino al 16 novembre per oltraggio alla corte. La seduta è tolta.”





Non può essere lui.

“Signorina Swan, dobbiamo muoverci prima che sorga il sole. Non abbiate paura. Vi sto portando via.”

Alzo il capo di scatto. Cosa sta dicendo quest’uomo?

Lo vedo e rimango paralizzata.

Non mi ero ingannata. É lui. Indossa una lunga cappa nera e ne ha un’altra tra le braccia.
Mi aiuta a rimettermi in piedi.

“Indossatela e  seguitemi.”

Faccio come mi dice, anche se mi gira la testa e fatico a stare dritta sulle gambe. Cerco di non pensare al fatto che puzzo di vomito e di urina.

“Non mi state portando al patibolo?”

“Oggi non morirà nessuno. Indossate questa, per cortesia. Dobbiamo fare velocemente.”

Mi aiuta ad infilare la seconda mantella, afferra tra le sue dita lunghe e calde la mia mano gelata, mi trascina di corsa lungo il corridoio, poi scende una decina di scalini e si incammina dentro ad un cunicolo stretto, che lo obbliga a piegarsi per potervici camminare senza battere la testa. Dopo un paio di minuti siamo all’aria aperta.

Sono libera.

Uno splendido stallone nero aspetta legato ad una corda a pochi metri da noi. La pioggia continua a scendere copiosa.
Il giudice mi afferra in vita e mi aiuta a salire in groppa al magnifico destriero, poi salta veloce dietro di me.

“Tenetevi forte alle redini.”

Dà due colpi secchi di tacco sul ventre dell’animale e lo spinge a correre.

Galoppiamo in silenzio per non so quanto tempo, tra alberi fitti, nascosti dal bosco buio, mentre le luci dell’alba lentamente iniziano a filtrare tra le fronde scure e la pioggia si è fatta sottile.
Mi sembra si stia dirigendo a nord, ma non ne sono sicura.
Cerco di stare immobile, aggrappata alle redini e di non toccare l’uomo dietro di me, per il terrore che possa improvvisamente notarmi e decidere che ha fatto un errore.
Mi rendo conto d’essere un’idiota a pensare una cosa del genere, ma sono confusa più che mai: stavo per essere giustiziata, per volontà di mio marito e per un crimine che non ho mai commesso, e l’uomo che mi sta salvando é lo stesso che ha emesso la mia sentenza di morte.
Cerco di tenere gli occhi aperti e di non spostare le mani, ma non dormo da quarantotto ore e l’emozione violenta che mi ha tenuta sveglia per tutto questo tempo sta scemando per lasciare il posto ad una stanchezza profonda. Chiudo le palpebre per brevi istanti, scivolando in avanti, poi mi tiro su con piccoli scatti, vergognandomi per il mio cedimento.

Lui sembra accorgersene, emette un suono profondo e lungo, che obbliga il cavallo a rallentare per andare al passo e poi fermarsi.
Scende e prende le briglie con una mano, poi mi porge l’altra per aiutarmi a fare lo stesso.

“State per addormentarvi”, mi dice con voce priva di emozione, “É pericoloso. Ci fermeremo per un paio d’ore così potrete riposare.”

“No! Continuiamo... vi prego.”

Lega il cavallo ad un albero.

“Non ci troveranno, state tranquilla. É tutto finito ora. I miei complici diranno che vi hanno vista  fuggire verso sud. Vi cercheranno nella zona di Charleswood mentre noi, tra poche ore, saremo in Wistonville.”

“É lì che stiamo andando? A Wistonville?”

“Sì.”

Non ho il coraggio di chiedergli cosa farò in quella città, senza un marito, una famiglia né amici, senza denaro e da sola. Una donna ricercata, per giunta. Mi accontento di sapere che sarò ancora viva.

Lui mi guarda per un istante negli occhi, come potesse leggermi nel pensiero.

“Vi sto portando in una tenuta che mi appartiene e nella quale si prenderanno cura di voi.”

Il cuore mi batte forte. Non posso credere alle sue parole.

“Perché... perché fate questo per me?”

“Perché siete innocente. Perché vostro marito è un uomo ricco e senza morale. Un bastardo di prima categoria. Ecco perché.”

“Come fate a sapere che sono innocente?”

“L’uomo che ha testimoniato contro di voi è un delinquente, un assassino, che vive sulle rive del Lago Shelwood. La giuria era prezzolata e suo marito, lo ripeto, è un bastardo.”

“Lo conoscete?”

“Vagamente.”

“Io... io... non sapevo nemmeno chi fosse quell’uomo che ha affermato d’essere il mio amante... Che mi ha accusata di star pianificando l’omicidio di mio marito...”

“Lo so.”

“Non avrei mai fatto una cosa simile. Non l’ho mai tradito, anche se lui era un violento e senza cuore. Lo giuro.”

“Ho detto che vi credo e che non dovete giustificarvi. Quando saremo a Wistonville, ne parleremo. Deciderete voi cosa volete fare. Se restare nella mia tenuta come parte della servitù, oppure andarvene. Ora però è meglio che riposiate. Avete rischiato di cadere da cavallo un paio di volte, per quanto siete stanca. E siete gelata.”

Il giudice tira fuori due coperte spesse da una sacca appesa lateralmente, lungo la sella del bellissimo stallone. “Seguitemi”, ordina, mentre si incammina verso una grotta vicina. Vi entra e ne stende una a terra.

“Purtroppo la legna é bagnata e non posso accendere un fuoco. Sdraiatevi e copritevi con questa.
Senza più dire una parola, mi avvicino a lui.
Ha ragione, le gambe non mi tengono più in piedi e gli occhi faticano a restare aperti. Mi sdraio e mi addormento in pochi secondi.

Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma quando riapro gli occhi l’ingresso della grotta è illuminato dal sole. Del giudice nessuna traccia e non so se provare sollievo o terrore.
Quello è l’uomo che mi ha condannata. Quello è l’uomo che mi ha salvata.

Mi alzo e mi incammino vero l’esterno. Guardo il cielo: il temporale di questa notte ha lasciato il posto ad un’incantevole giornata e mi viene da sorridere.

Sono ancora viva.

Ascolto il vento che muove i nudi rami degli alberi, ascolto il cinguettio dei pochi uccellini coraggiosi che sono usciti a cercar cibo, poi odo uno strano rumore cadenzato provenire dalla mia destra e ne cerco con gli occhi l’origine.

Ad una cinquantina di piedi di distanza da me lo vedo. Sta tagliando legna con una piccola accetta, attaccando i fusti più sottili. Dietro di lui ci sono già una decina di piccole fascine. Come se sentisse la mia presenza si volta e mi vede. Lascia cadere a terra l’accetta e mi viene incontro.

“Buon pomeriggio, Isabella.”

Rispondo con un sorriso ed un cenno del capo.

“Avete dormito parecchio. Spero si siate rimessa in forze.”

“Perché state tagliando della legna?”, trovo il coraggio di chiedere.

“Il mio piano non é andato come speravo: i miei uomini mi hanno avvisato che una truppa di soldati vi sta cercando anche da questa parte e non è sicuro spostarsi ora. Per fortuna a poche miglia da qui c’è una cascina abbandonata e in buono stato, vi arriveremo in un’ora circa. Ci fermeremo per qualche giorno. Ho già provveduto a farci portare là del cibo e degli indumenti. Una settimana di sosta dovrebbe essere sufficiente. Quando le ricerche verranno sospese, e il rischio d’essere rintracciati sarà quasi nullo, ci recheremo alla mia tenuta e lì decideremo il da farsi.”

“Non so come ringraziarvi.”

“Non serve. Ora muoviamoci. Se partiamo adesso, arriveremo al nostro rifugio prima del tramonto.”

Si volta e va a raccogliere la legna e l’accetta. Poi fa cenno di dirigermi verso il cavallo, che bruca tranquillo in un prato vicino a noi.

*******************


Come aveva previsto il giudice, arriviamo a destinazione che è ancora giorno. Ad aspettarci, dentro la piccola casa in pietra, ci sono due uomini, che come lo vedono entrare gli vanno incontro con un’espressione di sollievo dipinta  in viso.

“Eravamo preoccupati, signore. Vi aspettavamo subito dopo pranzo.”

“La signorina Swan era molto stanca e l’ho lasciata dormire...”

Mi sento in imbarazzo e il mio viso sembra prendere fuoco. Non riesco ad evitare di scusarmi con tutti. Mentre lo faccio sento gli occhi di uno dei due su di me e di riflesso lo guardo. Mi sta sorridendo ed anche il suo incarnato sembra più acceso ora.

“Non vi dovete scusare, signorina.”, parla il ragazzo, “Ci sono passato anche io. Il giudice mi ha salvato dalla forca cinque anni fa. I giorni che hanno preceduto la mia esecuzione sono stati davvero brutti. Non ho chiuso occhio per molte notti e ho dormito ventiquattro ore filate dopo. Ero in uno stato pietoso,voi invece sembrate in ottima forma, considerando ciò che vi é accaduto...”

“Basta chiacchierare”, lo interrompe il giudice, dirigendosi ad aprire nuovamente l’uscio.
“Dovete tornare alla tenuta immediatamente e fate attenzione a non farvi notare.” Il suo tono é severo e leggermente stizzito. É la prima volta che lo sento parlare così,da quando mi ha portata via dal carcere.

“Certamente, signore. Scusatemi. I vostri abiti e quelli della signorina sono nelle vostre camere da letto. Abbiamo portato della selvaggina, delle patate, delle mele, del pane fresco e del vino. Dietro la casa c’è un pozzo d’acqua pieno e funzionante. Abbiamo sistemato il catino di ferro in cucina. Troverete anche due pentole per cucinare e le cesoie che mi avevate chiesto. Il camino è acceso e il catino pieno d’acqua fredda è già pronto in bagno. Basterà aggiungerne della calda.”

“Molto bene. Potete andare. Ci vediamo tra sette giorni.”

I due uomini obbediscono senza aggiungere altro e quando escono vedo il giudice rilassarsi visibilmente, poi voltarsi verso di me.

“Seguitemi... Cominciamo a sistemare alcune cose...”

Obbedisco anche io, senza smettere di osservarlo di sottecchi. Sembra che sappia come muoversi all’interno di questa piccola casa.

“Per prima cosa mettiamo altra legna nel camino”, dice, "non vorrei dover passare una seconda notte al freddo e ci serve dell’acqua calda per il suo bagno. Dopo prepareremo la cena. Abbiamo bisogno entrambi di mangiare...”

“Mi occuperò io di preparare qualcosa con quello che c’è. Sono brava in cucina.”, lo interrompo.

“Eccellente.”

Mi guarda per un attimo con una strana intensità, poi abbassa lo sguardo.
La sua espressione si fa più tenera, quasi preoccupata: “Isabella, quello che sto per dirvi non vi farà piacere. Purtroppo rischiamo che qualche soldato passi di qui e vi veda. Dobbiamo fare in modo che non vi riconoscano. Gli abiti che vi ho fatto portare sono indumenti da ragazzo e dovrò tagliarvi i capelli corti...”

Mi viene da sorridergli, perché sembra davvero mortificato per ciò che ha detto.

“Ricresceranno, signore. Voi mi avete salvato la vita. Se fosse necessario, andrei in giro vestita da uomo e con i capelli rasati per il resto dei miei giorni...”

Lui mi guarda, e risponde al mio sorriso, più sereno.

“Ricresceranno, infatti. E non sarà necessario che andiate in giro vestita da ragazzo per lungo tempo. Nell’arco di poche settimane tornerete ad essere una donna bel... una donna.”

Si volta di colpo, dandomi la schiena, e lo sento tossire leggermente. Poi riprendere a parlare: “Diamoci da fare. Prima avremo finito con il bagno, prima potremo mangiare...”

Al solo sentir parlare di cibo il mio stomaco brontola, la testa mi gira e mi viene l’acquolina in bocca. Ma non dico nulla. Non vedo l’ora di fare quel bagno e levarmi di dosso tutto il lerciume accumulato negli ultimi giorni di carcere. Senza contare che dentro casa l’aria è comunque tiepida e tra poco il mio odore vomitevole diventerà insopportabile.

********************

EPOV

Isabella Swan.

Un evento ingiusto e crudele l’ha riportata nella mia vita. Niente meno che nella mia aula. Accusata dal marito di tradimento. La sposa plebea di un piccolo nobilotto del cazzo e per questo condannabile alla forca.

So come vanno a finire queste cose.
Se non avessi emesso quella sentenza, avrei attirato l’attenzione dell’aristocrazia locale e comunque il suo destino non sarebbe cambiato. Il marito l’avrebbe ammazzata con le sue mani, facendone sparire il corpo e dichiarando che era fuggita. Ha chiesto l’intervento della legge solo perché è un  maledetto sadico, pieno di sé. Niente di più. Niente di meno.

Conosco questo tipo di bastardo. Non si sarebbe fermato.

Leggere quella condanna a morte e vedere il volto pallido e disperato di Isabella trasformarsi in una maschera di terrore, mentre le parole uscivano dalla mia bocca, è stata la cosa più difficile che io abbia mai dovuto fare.
Ho tenuto duro solo perché sapevo che nulla di ciò che stavo dicendo sarebbe accaduto.
Poi ho organizzato nei dettagli la sua fuga con l’aiuto dei miei due collaboratori più fidati: Jacob e Alistar.
É innocente, Isabella. Ma anche se fosse stata colpevole l’avrei salvata. Non avrei mai permesso che morisse.
Non lei.

Non mi ha riconosciuto, il che da un lato è un bene, dall’altro, forse, ferisce il mio amor proprio. Ma lei era una bambina allora, non può ricordare.

Ed oggi... è una donna. Una donna bellissima.
Anche sporca, vestita di abiti stracciati, con i capelli luridi, é in grado di far prendere fuoco ad ogni cellula del mio corpo.

Era la figlia di Reneé Drewer, la governante che la mia famiglia aveva al proprio servizio quando io ero solo un moccioso.
Era la bambina che osservavo da lontano, nascosto dietro le pesanti tende della mia camera, durante le pause che mi erano concesse dai miei tutori. Non avevo il permesso di giocare con lei, quindi mi limitavo a guardarla, mentre correva felice sotto la pioggia o sotto il sole. Non le ho mai parlato e l’ho intravista di rado di persona. Era molto più giovane di me, eppure da ragazzo era diventata la mia ossessione.
Lei e la madre si erano trasferite a nord quando io avevo diciotto anni e stavo per partire per Cambridge, alla volta del King’s college, come tutti i maschi della mia famiglia.
Erano sparite dall’oggi al domani, lasciando un vuoto doloroso che era durato  mesi.
A Cambridge avevo iniziato a dimenticarmene, poco a poco, fino a scordarmela del tutto.
Molte donne, molte avventure, una nuova vita, il successo, e l’immagine di quella ragazza mora dalla pelle diafana era scomparsa dalla mia testa, per riapparire dieci anni dopo, in ginocchio e a testa bassa, davanti a me in un aula di tribunale.

Cristo santo... i pantaloni che indosso sono troppo stretti per potermi concedere pensieri come questi. O forse è il saperla nuda, immersa nell’acqua, a pochi metri da me, a crearmi questo piacevole disagio.

Mi sono sempre considerato un gentiluomo, ma questa donna...

Mi avvicino alla porta del bagno, che fortunatamente é difettosa e non si può chiudere del tutto, e non resisto alla tentazione di spiarla.
É immersa nell’acqua tiepida, ad occhi chiusi, con la testa reclinata all’indietro.
Vorrei allontanarmi, vorrei provare vergogna, e invece sento solo un estremo, incommensurabile, piacere.
Con un gesto riflesso afferro la mia erezione attraverso il tessuto dei pantaloni.

“Da quanto tempo non vado con una donna? Saranno mesi.” mi dico. “E questa settimana sarà una tortura, lo so. Resistere alla tentazione di prendermi ciò che desidero, come sempre faccio senza molti sforzi, sarà un’impresa molto difficile.
Basterebbe così poco. Io sono un nobile. Io le ho salvato la vita. Potrei ordinarle di infilarsi nel mio letto per sdebitarsi e lei non esiterebbe a farlo. Da come mi guarda, poi, sono certo che lo farebbe anche volentieri... Ma non lo farò. Mi accontenterò di guardarla, come sto facendo ora.”

La osservo afferrare il panno di cotone che le ho lasciato per lavarsi, iniziare a massaggiarsi le braccia e poi sollevare le gambe, una per volta. Quando si mette in piedi per dedicarsi ai seni, al ventre e alle natiche quasi vengo.
Non so se è a causa del respiro che non riesco a controllare bene o perché la porta ha fatto un lieve rumore, ma lei si volta, e tiene lo sguardo fisso nella mia direzione.
Mi sto ingannando. Non può vedermi: io sono al buio e la stanza da bagno è illuminata dalla luce di una candela, eppure sembra che mi stia fissando.
Rimango immobile, paralizzato dall’imbarazzo che ora provo, ma non riesco a staccare gli occhi dal suo viso, che mi pare in questo momento molto più colorito di prima.
Alla fine é lei che abbassa lo sguardo e appoggia un piede sul bordo del catino, continuando a lavarsi come se nulla fosse, girandosi poi di schiena e alla fine reimmergendosi in acqua.
Solo in quel momento faccio due passi indietro, sperando che lei finisca al più presto di lavarsi, che l’acqua sia ancora tiepida per me e che io possa avere la possibilità di darmi una pulita usando la sua.
Per quanto lorda é sempre meglio di niente.

Isabella esce dal bagno venti minuti dopo, con indosso il paio di pantaloni da ragazzo che le ho lasciato e una spessa maglia in lana. I capelli raccolti dentro un telo e le cesoie in mano.

“Dobbiamo tagliarli, giusto?” Dice con il volto sereno, liberando le lunghe ciocche bagnate dall’abbraccio del cotone, mentre mi allunga le lame affilate.

“Sì, mi dispiace.”

“Da sola non ne sono in grado, mi chiedevo se voi potreste darmi una mano.”

Mi dimentico dell’acqua che si sta raffreddando e la raggiungo.

“Sedetevi su una sedia, Isabella. Cercherò di fare del mio meglio. Prima però cercate di metterli in ordine. Sarà più semplice per me tagliarli.”

Si passa le dita tra i capelli e, lentamente, in qualche modo li pettina.

Una volta finito di sistemarli, appoggia le mani alle ginocchia, chiude gli occhi e reclina leggermente il capo all’indietro, esponendo alla mia vista il collo candido. Mi chiedo come reagirebbe se la baciassi in quella conca delicata tra la mandibola e il collo, se passassi la mia lingua lungo la linea definita di quel tendine teso, per poi scendere, lentamente fino ai suoi seni. E mi accorgo troppo tardi dell’errore che compio nell’indulgere in pensieri come questi, quando il mio povero uccello viene attraversato dall’ennesima scossa di piacere e si fa nuovamente duro come la pietra.
Mi avvicino a lei nervoso, con le mani che tremano leggermente. Afferro i capelli bagnati in un pugno stretto e per un secondo ne tasto la consistenza corposa, poi, con un’unica sforbiciata, li taglio, trasformando la lunga chioma in un misero caschetto. Da lì inizio a fare ciò che posso per darle un’aspetto maschile credibile. E per riuscirci al meglio mi devo avvicinare molto al suo viso e a quelle labbra sulle quali ho fantasticato per tutta la mia adolescenza. Sono rosse, polpose e morbide. Sono perfette e lo sarebbero ancora di più appoggiate sulla mia bocca o avvolte intorno al mio cazzo che ora sta per bucare il tessuto dei pantaloni.

“Ahia...”

“Scusatemi... ero distratto...”

I nostri volti sono vicinissimi e le sue pupille si sono così dilatate da rendere i suoi grandi occhi quasi del tutto neri.

“No... non mi avete fatto male... Solo un leggero pizzicotto, niente di più... Mi avete presa di sorpresa...”

Mi sollevo e appoggio le cesoie sul tavolo, tirando giù una mezza dozzina di santi in un sibilo quasi impercettibile. Non sono più in grado di continuare a tagliarle i capelli. Se le resto accanto ancora un minuto la sdraio su questo piano in legno e la fotto senza più nemmeno provare a trattenermi.

“Ho finito, Isabella... Volete andare in bagno a guardarvi allo specchio?”

“Preferisco di no. Sarò orribile. Andate voi, signore. Io preparo la cena. Sto morendo di fame...”

La verità è che non è orribile. Non lo è affatto. Il suo viso, così delicato, è perfetto anche incorniciato da un taglio maschile. E mi rendo conto che non potrebbe comunque passare per maschio nemmeno la rasassi a zero. Ma preferisco non preoccuparmene. Non ora.
Mi aspetta un momento di intimità con me stesso, poi un bagno freddo e una cena calda accompagnata da buon vino. Molto buon vino, possibilmente, tanto da stordirmi e permettermi di dormire, pur con lei a pochi metri da me.

********************

BPOV

Non sono mai stata così felice. Mai come ora in compagnia di un uomo che quasi non conosco e che mi ha stravolto la vita.

Il mio matrimonio è stato un incubo dal primo giorno, e mi sembra paradossale che a liberarmene sia stata una condanna a morte.
Mi sembra incredibile che la bocca che la emessa, sia la stessa che desidero baciare ogni minuto della mia giornata. Che vorrei su di me in ogni parte del mio corpo. La stessa che quando pronuncia il mio nome mi fa provare contrazioni di piacere insopportabili.
In questi giorni ho passato ogni momento del giorno insieme ad Edward, separata da lui solo di notte, ed ogni sera salutarlo per andare a rinchiudermi nella mia stanza é diventato un compito progressivamente più arduo.

Il mio desiderio per lui è doloroso.
Possibile che mi sia già innamorata?
In così poco tempo?
O è solo attrazione? Forse sì. Forse è solo un’attrazione innegabile e ingestibile, quella che fa battere il mio cuore veloce, che mi spinge ad avere pensieri sconvenienti. Che mi fa dimenticare del fatto che io sia stata una signora per bene, sempre rispettosa di regole ed etichetta.

Ma quest’uomo...

Vedo come mi guarda, so di non ingannarmi. So che mi spia quando sono in bagno per lavarmi. Sento i suoi occhi su di me, quando pensa che io non me ne accorga. E so che domani tutto questo potrebbe finire.
Mi ritrovo a sperare che i soldati stiano ancora battendo questa zona, mi ritrovo a sognare d’essere obbligata a restare prigioniera in questa povera cascina per sempre.  Con lui.

Ma so anche che devo prepararmi ad affrontare la realtà e che l’unica cosa che posso fare é quella di godermi gli ultimi istanti che abbiamo ancora insieme.

Ieri siamo andati a caccia ed Edward ha catturato due lepri e un fagiano.
Li ho puliti e marinati e li ho cucinati con vino rosso e spezie. Di contorno ho preparato le solite patate arrosto. Da bere lo stesso delizioso vino utilizzato per la selvaggina.
Ho iniziato a berlo mentre cucinavo, perché avevo bisogno di distrarmi da tutto.
Dal pensiero di lui, immerso nell’acqua calda del bagno che gli ho preparato. Dal pensiero che domani tutto questo finirà e torneremo ad essere due estranei. Lui un giudice nobile, io una serva senza nome.

In questi giorni mi ha chiesto molte cose. Dove sono cresciuta, quando mi sono sposata, perché. Com’era la famiglia nella quale ho passato la mia infanzia, se me la ricordavo. Come è stato il mio matrimonio, che tipo di marito era James, perché non ho avuto figli.

Mi ha raccontato di sé.
Abbiamo scoperto d’essere cresciuti nella stessa contea e, anche se ricordo pochissimo di quel periodo, so per certo d’essere stata felice in quel tempo. So per certo d’aver sofferto molto quando mia madre ha deciso di andarsene per sposarsi in seconde nozze con un uomo che abitava lontano ai luoghi della mia infanzia.
Mi ha chiesto se ricordassi qualcosa della famiglia presso la quale lei lavorava. Ho risposto che non li vedevo mai. Ma che il resto del personale ne parlava molto bene. Sono sicura che siano state persone gentili, ma ho confessato che non rammentavo quasi nulla, a parte la bellissima casa e i boschi che la circondavano.

Mi ha chiesto come si chiamava questa famiglia, ma nemmeno questo sono riuscita a ricordare. Ero solo una ragazzina che passava il tempo a giocare e a correre nei prati, insieme agli altri bambini della servitù. Di loro mi ricordo, il resto é avvolto nella nebbia.

Mi ha chiesto se ero intenzionata a rimanere per un po’ nella sua tenuta, una volta che fossimo arrivati a Wistonville. Gli ho risposto che non avevo nessun altro posto in cui andare. Non ho avuto il coraggio di dirgli che comunque non sarei andata da nessun’altra parte nemmeno ne avessi avuto la possibilità, perché é accanto a lui che voglio restare, anche solo come una serva.

Ma per questa sera, per quest’ultima sera, saremo ancora una volta soltanto Edward ed Isabella, un uomo e una donna alla pari, insieme nel bene e nel male.

Sono riuscita a trovare una vecchia tovaglia e delle candele, in una cassapanca della cucina, nascoste sotto altre fascine di vecchia legna. Ho lavato la tovaglia e l’ho usata per vestire la nostra piccola tavola. Il fuoco scalda e profuma l’aria, le candele rendono l’atmosfera, di questa piccola stanza intima e sensuale. E io, come una stupida, cerco di rendermi attraente, mentre lascio il cibo a riposare per noi sul fuoco lento, e aspetto che Edward sia pronto per la cena.

Ho preso un po’ di carbonella e del ribes. Della prima ne ho fatto della polvere nera per gli occhi, del secondo un succo rosso acceso per le labbra. Ho tirato fuori l’abito che indossavo una settimana fa in carcere, ho lavato anche quello e, solo per questa sera, mi vestirò da donna.
Ho acconciato i capelli nel modo più femminile possibile, adornandoli con rametti fioriti di erica che Edward ha trovato nel bosco. Mi guardo nello specchio opaco e rotto che ho in camera. E bevo dell’altro vino per darmi coraggio.

Perché per quello che intendo fare ce ne vuole molto.

Infine sento la sua voce che mi chiama ed esco.


*************************

EPOV

Quando arrivo in cucina, vedo la tavola addobbata, le candele accese, e sento il profumo della deliziosa cena che Isabella ha preparato per noi.
Non posso accettare che tutto questo finirà. Non voglio. Ho vissuto meglio qui con lei, in questa lurida catapecchia, che in qualunque altra bellissima tenuta io possieda.
Abbiamo passato ogni momento insieme e vorrei che domani non arrivasse.

Isabella mi ha garantito che rimarrà con me, che accetta volentieri la mia proposta d’essere parte della servitù, che si sdebiterà in ogni modo con me per averle salvato la vita.
Ma io non voglio questo. Non la voglio come serva. Non voglio che domani un Alistar o un Jacob la corteggino e la chiedano in moglie. E so che non ci vorrà molto perché ciò accada.

Non lo posso permettere.

Non mi spaventa lo sfidare le regole rigide della nostra società. L’ho già fatto cinque anni fa, rifiutandomi di sposare la figlia del conte Denaller, la bellissima e freddissima Katherine, e arrivando a quasi trent’anni celibe e senza eredi.
Penso che invece sposerei Isabella senza pensarci un attimo. E se la mia famiglia non dovesse accettarla, prenderei tutto il denaro che possiedo e scapperei lontano con lei.
Mi accontenterei  anche di vivere in questa casupola per sempre, pur di averla accanto ogni giorno e nel mio letto ogni notte. 

Ma questi sono solo sogni infantili, mi dico, cercando di tenere a freno la mia fantasia senza limiti, accontentandomi di sapere che mi seguirà comunque a Wistonville e magari con il tempo...

La chiamo, dunque, pronto a godere della nostra ultima serata insieme.

Quando appare in cucina mi devo trattenere dal correrle incontro, caricarmela sulle spalle e portarmela in camera da letto. Ha indossato il bell’abito che aveva la notte in cui l’ho fatta evadere dal carcere. É pulito ora e, seppur stropicciato, le sta d’incanto, avvolgendole i fianchi, enfatizzandone le forme femminili, mettendo in mostra un decolleté perfetto. I capelli, per quanto corti, sono acconciati in modo molto femminile e i suoi occhi sono belli e letali, truccati di nero intenso.

“Cosa hai...? Come...?”

Mi si avvicina lentamente, con uno sguardo strano, profondo, caldo. Sembra lo specchio del mio.

“Accomodatevi, mio signore.”, risponde, arrossendo in viso

“Non devi chiamarmi signore, Isabella... Puoi chiamarmi Edward, lo sai”

Mi guarda dritto negli occhi.

“Devo e voglio. É l’ultima sera insieme. Deve essere memorabile, non credete?”

Si volta e si dirige verso il fuoco per prelevare il cibo caldo. Ho l’impressione che muova i fianchi in modo più accentuato del solito... e c’è da dire che madre natura le ha donato un oscillare molto femminile e suggestivo già di suo.

“Concordo, Isabella.”, le rispondo tentando di stare al gioco, per quanto mi metta a disagio pensare che lei ne stia conducendo uno speculare al mio.

Mi serve, inclinandosi verso di me, mettendo il suo seno ad un niente dal mio viso.

Prendo il bicchiere colmo di vino e lo bevo per intero, tentando di calmare i miei nervi. Me ne serve immediatamente dell’altro e se ne versa uno anche per sé. Poi mima il mio gesto di prima. Lo beve tutto mentre continua a guardarmi con occhi intensi, caldi e neri come l’inferno.

E mi chiedo dove sia andata a finire la giovane spaventata donna che ho salvato meno di una settimana fa...

************************

BPOV

Abbiamo cenato e bevuto. Bevuto parecchio entrambi.

Ma non ho avuto il coraggio di andare fino in fondo.

Ho sperato fino all’ultimo che il passo definitivo lo facesse lui ma, dopo aver flirtato per tutta la cena, alla fine si è alzato da tavola, bofonchiando che era molto stanco e che l’indomani ci avrebbe aspettato una giornata lunga e faticosa.

Che era meglio così, ha detto. Meglio andare a dormire presto.

Dopo aver rassettato la cucina e dato un’ultima ravvivata al fuoco, mi sono diretta in bagno per prepararmi per la notte.
Mi sono avvicinata alla porta chiusa, o per meglio dire socchiusa, visto che la serratura non funziona, interdetta.
Ci siamo dati la regola che la porta accostata significa bagno occupato, eppure Edward è andato a letto più di un’ora fa, dovrebbe dormire da un pezzo.
Mi sono avvicinata con il viso alla fessura e ciò che ho visto ha stravolto ogni mio buon proposito.

Edward era appoggiato al muro, con i pantaloni che usa per dormire alle caviglie. In mano si teneva il... suo grosso... enorme anzi...membro... Si stava masturbando lentamente, meravigliosamente.

Non ho mai visto un uomo farlo da solo.

James lo faceva fare sempre a me.

E non era facile. Non solo perché lui mi faceva orrore, ma perché il suo sesso era così mediocre da rendere la pratica complicata e lunga. Era comunque qualcosa a cui mi piegavo volentieri, non che avessi altra possibilità, sapendo che almeno mi sarei risparmiata lo strazio di un amplesso veloce e insoddisfacente.

Invece Edward teneva in mano una cosa... una cosa... che.... che... Dio... era così differente da quello di James. Grosso, dritto, perfetto.

Non mi ero accorta d’essermi appoggiata alla porta e, senza che io potessi fare nulla per evitarlo, ero inciampata all’interno del bagno, proprio quando lui sembrava avere preso un ritmo più deciso e il suo respiro si era fatto decisamente più travagliato.

Aveva fatto un salto all’indietro e io avevo urlato, imbarazzata e costernata, portando le mani sulla bocca, ma incapace di smettere di osservarlo. Di osservare quel sesso meraviglioso tra le lunghe dita di Edward.

“Isabella...”, il mio nome era uscito dalle sue labbra come un rantolo roco.

“Scusatemi...” avevo sussurrato, mentre guardavo la sua mano, che si era fermata e aveva lasciato andare la portentosa erezione.

Il suo membro svettava comunque, sfidando la forza di gravità, duro come il marmo.

“Scusami tu...”, mi aveva risposto con voce strana.

Si era tirato su di fretta i pantaloni, tenendoli con una mano e poi mi si era avvicinato. 

In un attimo ero contro la porta, con il suo corpo premuto al mio e la sua lingua dolce e calda in bocca.


EPOV

“Dio... sì...”, mi lascio scappare dalle labbra alla fine del bacio più sensuale della mia vita, un bacio che ha avuto il potere di mandarmi in estasi, mille volte meglio di ogni scopata io abbia mai fatto in tutti i miei anni da scapolo impenitente.

“Sapevo che non avrei potuto farcela con te. Lo sapevo dall’inizio, e Dio solo sa se non ci abbia provato... Ma ora...”

“Non devi più fermarti Edward. Solo per questa notte. Una notte soltanto, poi tutto tornerà come prima...”, mi dice, mentre spinge il suo ventre caldo contro di me.

“Non sai cosa mi stai chiedendo...”

“Lo so benissimo, invece.”

Senza che io possa fare nulla per fermarla la sua mano destra si infila nei miei pantaloni, ancora lassi in vita e afferra con sicurezza il mio cazzo di marmo. Con l’altra provvede ad prendermi per i capelli e a riportare le sue labbra sulle mie.

“No... non devi... non così...”, le gemo in bocca.

“Allora portami a letto. Ora. Non lo dirò a nessuno. Nessuno saprà di noi, di questa notte.Te lo giuro sulla mia vita. Ma non farmi aspettare ancora, potrei morirne...”

Il secondo dopo la prendo per mano e la trascino nella mia camera da letto.

É a pochi passi da me e apre il corpetto del vestito, esponendo i suoi seni ai miei occhi. Poi lo fa scendere lungo il corpo, fino a che non rimane vestita solo di un paio di mutandoni in cotone bianchi. Slaccia anche quelli e mi si avvicina, completamente nuda e a suo agio. Con le mani solleva la lunga maglia in lana grezza che copre il mio torso, mentre io alzo prima un piede e poi l’altro, per liberarmi dai pantaloni che ho di nuovo alle caviglie.

Non ci saranno più di dieci gradi in questa camera eppure la mia pelle sembra andare a fuoco.

Si mette sulle punte dei piedi e riprende a baciarmi, avvinghiando le braccia gentili intorno al mio collo.
La prendo in braccio, senza interrompere il bacio e la adagio sul copriletto in pelliccia.

“Sei bellissima.”, dico in un soffio, prendendomi ancora un attimo per guardarla.

“Infilati sotto le coperte...”, le ordino e poi la seguo prendendola subito tra le mie braccia e ricominciando a baciarla, già schiavo delle sue labbra.

Come farò a rinunciare a lei dopo questa notte?

Come se avesse il potere di leggermi nel pensiero, sussurra ad occhi chiusi la sua promessa d’amore e lussuria: “Sarò tua. Questa notte e tutte quelle che vorrai. Me ne andrò solo se sarai tu a volerlo. Solo quando la mia presenza diventerà per te un ingombro. Fino ad allora potrai fare di me ciò che vorrai.”

“Ti voglio, Isabella. Ti ho voluto fin da quando ero un ragazzo. E sono sicuro che ti vorrò ancora. Troveremo un modo. Te lo prometto.”

Si discosta da me e mi guarda con occhi confusi. “Cosa stai dicendo?”

“So chi sei Isabella Swan. Sei la ragazzina che ha riempito le mie fantasie di adolescente, sei l’unica che abbia mai avuto il potere di farmi battere il cuore. Non so come dirtelo ma io...”

“Tu sei Edward... quell’Edward... il figlio dei padroni... che stupida!”

Ho paura che ora si arrabbi, che pensi a tutto questo come un perverso piano per entrare sotto la gonna di un sogno proibito. Invece mi sorride e si sistema sopra di me, accarezzando il mio cazzo duro con il suo sesso caldo e bagnato.

“Come ho fatto a non ricordarmi... Edward Cullen... Cullen come la famiglia per la quale lavorava mia madre... Sei tu... il ragazzino biondo che stava sempre alla finestra...”

“Guardavo te...”

“E io ti cercavo con gli occhi ogni volta che uscivo in giardino...”

“Ti desideravo già allora... che Dio mi perdoni...”

“Che Dio ti benedica, invece...”

Non mi accorgo che si è posizionata in linea perfetta con la mia erezione, se non quando scivola lenta verso di me, prendendomi tutto dentro.

“Cristo... Isabella...”  É più stretta di una vergine e più calda del fuoco.

Geme e strizza gli occhi per un lungo istante, mentre entrambi stiamo immobili. Lei tentando di abituarsi alla mia dimensione, così sproporzionata rispetto al suo corpo, io per non venire immediatamente.

Poi riprende a muoversi, seguendo un ritmo languido e regolare, riprendendo a parlare con voce spezzata dal piacere: “Edward... Edward... Edward... anche io sognavo di te, lo sai? Ti intravedevo... dietro quelle tende scure... Eri già così bello... così... ah... uomo... Ma eri un ragazzo che non sarebbe mai potuto essere mio... Questo lo sapevo...”

Con un colpo di reni la impalo fino in fondo e poi la giro per metterla sotto di me.

“Ti sbagli. Ero già tuo allora...”, ricomincio a muovermi lentamente dentro di lei. “E ho sognato di fare questo per molto tempo... infinite volte... e... Dio... sapevo che sarebbe stato incredibile... ma così è troppo... Cristo... non riuscirò a controllarmi ancora per molto...”

“Non lo fare allora. Non ti controllare...”

“Voglio vederti godere prima...”

Mi guarda stranita, come se nemmeno sapesse di cosa sto parlando. Scommetto che quell’inetto di marito non ha mai saputo darle il piacere che meritava.

E allora allungo una mano e raggiungo il punto in cui ogni donna nasconde il segreto del proprio godere, e mentre mi muovo piano, nella speranza di non venire ancora, lo massaggio, facendola gemere sempre più forte, fino a che non la sento ansimare il mio nome e contrarsi intorno a me.

“Dio... Dio... Oh.... mio Dio....” sussurra ad occhi serrati.

Sto per scoppiare e mi dimentico di tutta la grazia e la pazienza che ho avuto fino ad ora, appagato nell’avere visto il suo volto contratto in una smorfia di piacere. Deciso a prendermi il mio.
Affondo con colpi decisi e improvvisamente veloci tra le sue gambe avvinghiate intorno alla mia vita. Facendo leva sulle braccia per fotterla meglio. I suoi occhi si spalancano e proprio mentre riverso tutto il mio seme dentro di lei, sento la morsa del suo sesso farsi di nuovo violenta e il suo respiro diventare un grido acuto.

Crollo, esausto, sopra il suo corpo sudato e affondo il mio viso sul suo collo esposto.

“Edward...”, mi chiama con voce spenta e dolce.

“Dimmi...”

“Cosa accadrà domani?”

“Sorgerà di nuovo il sole, Isabella”.



FINE

17 commenti:

  1. Sono senza parole da quanto mi piace. Mi sono rispecchiata molto in Bella specialmente nel suo astio contro l'ex che voleva giustiziarla per avere una nuova moglie come Enrico VIII d'Inghilterra!
    Edward, Edward se ci fossero più uomini come lui il mondo sarebbe decisamente migliore

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  2. Bell'ambientazione per questa storia affascinate...Mi piace molto l'Edward bastardo che poi diventa il Salvatore di Bella :-D Brava

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  3. Scrivi molto bene, soprattutto l'inizio mi ha davvero dato i brividi. La descrizione di Isabella condannata a morte ingiustamente è incredibile! E ho trovato molto romantica la convivenza tra Edward e Bella, soli e lontani da tutto, nella casetta in pietra, finalmente uno nelle braccia dell'altra.

    Federica - Fede13

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  4. Credo di sapere chi sei... il tuo modo di scrivere mi è entrato dentro da un po'. Per quanto sia fuori dai tuoi canoni non credo di sbagliare. La maestria che conosco è tra le righe di questa storia pulita, intensa e dolce, intrisa di quel pizzico di ansia dovuta ad una condanna a morte ma che sa anche essere ricca di un sentimento vero che sarà la salvezza di entrambi.
    Bravissima come sempre... e se non sei tu è qualcuna che ha imparato da te...

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  5. Stupenda!
    La divido in due momenti distinti perchè mi hanno dato 2 tipi di emozione diversa: nella prima parte mi ha travolto il puro senso di disperazione di lei, che hai descritto in maniera eccellente. Ho visto gli abiti, la sporcizia, l'ambiente ostile e ho letteralmente respirato l'angoscia di lei. Poi arriva lui. Non so dirti di preciso cosa, ma quest'uomo dominatore degli eventi, giudice per tutti e salvatore degli innocenti, finora è l'Edward che mi ha presa di più. E qui arriviamo alla seconda parte: i suoi modi bruschi, il suo desiderio di lei malcelato e la sua passione trasudano in ogni azione ed è eccitante da morire. Lei lo vuole e tenta di sedurlo, ma... lui è bell'e sedotto da 'na vita e gnaa fa un minuto di più. Ed è esattamente così che deve andare.
    Spettacolare da film.
    -Sparv-

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  6. Non è bella!!!
    È una delle cose più belle che io abbia letto!!! E sei sempre tu! Non sbagli un colpo!!! Lo so chi sei e non è colpa mia se lo so... Sei riconoscibile in ogni piccola espressione e gemito!!!
    E so che ti amo ad ogni fottuta riga che scrivi! Malefica!!!
    Stupenda la trama. Approfonditi e sinceri, accattivanti, i personaggi... Precisa l'ambientazione e.... Adesso fili a scrivere che succede quando sorge il sole!!
    Per me hai già vinto almeno un paio di sezioni!!

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  7. Lo stile è inconfondibile e naturalmente impeccabile. La storia è intrigante e intensa e Edward fa male anche solo a pensarlo nelle vesti che sempre scegli per lui e che regolarmente gli strappi di dosso. Angst fino all'osso. Personaggi delineati e pieni di carattere, ambientazione molto accurata e situazioni come sempre eccitanti e travolgenti. Che dire....bellissima.

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  8. tzè, pensavi che non ti beccavamo questa volta? E invece mi sa che come per quell'altra autrice.... di cui noi non facciamo nomi, pure tu porti la tua firma tra le righe. Questa poi... diciamocelo... è un po' nel tuo stile, anche se forse hai cercato di mascherarlo un pochino... alla fine non ci sei riuscita così bene se ti abbiamo scoperto. Io sono certa di chi sei, se poi mi sbaglio pagherò pegno in qualche modo, ma non credo proprio di potermi sbagliare!
    Dalle prime righe avevo già immaginato chi potesse celarsi dietro questa storia, perchè fin dalle prime righe sono rimasta completamente folgorata dallo stile e dal modo di trascinare il lettore dentro la storia. Non so se questa è la mia preferita... ma ha qualcosa... ha un chè di speciale per me. In altre storie Bella è quella forte, quella che resiste, che fa un passo in avanti, due, tre o cinquanta. E' la donna che prende l'iniziativa, è quella che salva, è quella che trascina... in questa invece... è Edward il centro di tutto. Lui la salva, lui la condanna e poi corre a salvarla perchè in passato lui la osservava dalla finestra e si ricordava di lei. Posso dire che anche questo è un tuo tratto caratteristico? Potremmo parlarne in privato della tua firma, di come fai a rendere così speciale ogni cosa che scrivi, così magari ti rubo il segreto! ahahaha A parte gli scherzi... di differente in questa shot c'è che Bella è colei che deve essere salvata, colei che viene salvata. Ed io vorrei, per il tempo di questa lettura, per tutte le volte che la leggerò in futuro, vorrei davvero sentirmi salvata. Non dovermi preoccuparmi di nulla, solo di essere trascinata via e sentirmi riconoscente a qualcuno, perchè mi ha portata in salvo, lontana dalle difficoltà, occupandosi di me.
    E' romantica, tenera a modo suo, profonda a modo tuo, e con quel pizzico di hot meraviglioso che sai rendere sempre speciale anche in storie più delicate.
    Se non è la mia preferita ci si avvicina ad esserlo. Mi è entrata nel cuore.
    Complimenti, come ogni volta....chissà che magari finito il contest questa non venga pubblicata da qualche altra parte magari più approfondita in qualche scena... in qualche dialogo...
    Non smetterei mai di leggerti.
    Bravissima, come sempre.

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  9. Sto scrivendo questo commento con una sola mano, con l'altra mi sto fustigando per averti erroneamente attribuito un altra shot...a mia discolpa posso dire che non ero ancora arrivata a leggere questa. Qui ci sei tu, si percepisce in ogni parola, perfino negli spazi, nella lunghezza dei periodi, in tutto e come sempre fai centro. Molto ben scritta, personaggi con caratteri curati ed azioni coinvolgenti. Forse ai fini del contest è un difetto, ma in generale è un pregio la riconoscibilità di certe autrici, è un marchio e di certo una garanzia per il lettore.

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  10. Anche io credo di aver capito quale mente si cela dietro questo racconto ;-)
    Davvero intenso, la prima parte è sensazionale nella descrizione dello stato d'animo di Bella, l'ho sentito sulla pelle!!!
    Se dovessi votare ti darei 3 punti <3

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  11. Che angst!
    Cosa posso dire? Concordo con tutto quello che hanno detto le altre!
    Geniale!

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  12. Così dura e allo stesso tempo così dolce ,storia meravigliosa .

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  13. Bellissima. Non sarà storicamente approfondita, dettagliata o con riferimenti estremi ma è comunque una delle migliori che ho letto.
    Mi è piaciuta la storia in generale ma l'inizio è stato particolarmente coinvolgente. Mi è sembrato di vivere le sensazioni di Isabella, l'angoscia che ha vissuto lei, le sensazioni del suo corpo. Il salvataggio, la convivenza e alla fine il trovarsi... davvero balla. Complimenti.

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  14. e mo che ti dico?!? Hanno detto tutto le altre!!!!
    Come si fa a non riconoscerti......impossibile!!!
    Le tue storie sono TUE e anche se cerchi di nasconderti ti si ritrova tra le tue parole.....
    Bellissima come sempre! Superlativa, come sempre!
    Ho amato Bella in cella, come sempre mi hai fatto vivere le sue sensazioni, i suoi umori, sulla mia pelle.
    Ho amato questo Edward come tutti i tuoi Edward!
    Grazie, come sempre!
    Un Bacio

    JB

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  15. Il capolavoro dell'angst!!!
    Complimenti!

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  16. questa storia mi ha affascinata sul serio.. ho trattenuto il fiato fino all'utimo durante il flashback del tribunale e durante la fuga, e mi è piaciuta tantissimo la doppia narrazione.
    il tuo lessico è molto buono, e la forma è scorrevolissima, non hai appesantito con troppi riferimenti storici ma hai creato una storia meravigliosa che, seppur angst, non esagera in nulla e lascia spazio alle emozionie ai sentimenti positivi dei protagonisti! bravissima, i tuoi Ewdard e Bella mi riportano alle "vecchie FF" che tanto adoravo e che ormai non si trovano più. E? stato un piacere leggere, anzi, divorare, la tua storia..

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  17. In poche righe pathos, una trama intricata e un'ambientazione curata, anche se sullo sfondo. Come diavolo fai?! Ogni volta rimango a bocca aperta!!! Bravissima!!!
    Aleuname.

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