1415 – Castello di Sababurg, Assia, Germania
C’era una volta un piccolo
villaggio, Sababurg, dominato da un grande castello. La vita scorreva
tranquilla all’ombra delle potenti torri di guardia; i principi d’Assia,
signori incontrastati della regione, governavano con saggezza e giustizia, ed
erano molto amati dai loro sudditi.
Quel giorno però, tra le mura del
castello, l’atmosfera si stava surriscaldando. Era in corso la riunione della
Consulta, e il principe Karl, solitamente calmo e compassato, stava tuonando
contro i suoi consiglieri, con un fiero cipiglio e i pugni stretti dalla
rabbia.
“Bella è soltanto una bambina,
perbacco! Come potete pensare che sia in età da marito? Non voglio sentire una
fesseria del genere per almeno... almeno.... altri dieci anni, ecco!”
I consiglieri, gli sguardi bassi,
non sapevano come arginare l’ira del loro signore. Ma al tempo stesso sapevano
che il suo abitualmente sereno giudizio era, in questo caso, offuscato da un
amore paterno che sfiorava un’insana gelosia. La principessa Bella, seppur
giovane, era sicuramente in età da marito; e vista l’instabilità della regione,
il suo matrimonio con uno dei potenti vicini avrebbe ampliato le frontiere del
regno, rendendole più sicure. Soprattutto, avrebbe assicurato un erede,
evitando che alla morte del principe Karl, gli ingombranti rivali provassero ad
assicurarsi il possesso di Sababurg a fil di spada. Non dubitavano dunque che
la ragion di Stato avrebbe presto avuto la meglio, spingendo il loro principe a
cedere.
Il problema, semmai, era un
altro...
1415 – Granducato di Brunswick, Germania
“Eccellenza, vostro padre vi
attende in sala consiliare”. Il valletto si inchinò con deferenza, mantenendo
un’espressione totalmente impassibile. Anni e anni di disciplina gli
consentirono di non far trasparire i propri pensieri, evitando che
raggiungessero i suoi muscoli facciali. Ma dentro... avrebbe voluto strozzare
con le proprie mani quel piccolo presuntuoso maleducato. Nobile di altissimo
lignaggio, erede del granducato di Brunswick, giovane e di bell’aspetto, il
duca Edward sedeva, o per meglio dire, giaceva scompostamente, scalzo, di
traverso su una poltroncina, gli stivali abbandonati a caso in mezzo alla
stanza. Stava bevendo del vino da una grande coppa smaltata, mentre una
cameriera gli massaggiava i piedi, con l’aria un po’ troppo sognante, a dire il
vero.
Il granducato versava in
condizioni critiche. Tutti lo sapevano, a palazzo, e quel bellimbusto oziava
inconsapevole, godendosi i suoi privilegi come se non ci fosse un domani.
Il duca Edward alzò appena lo
sguardo, controvoglia, e squadrò il valletto come se avesse visto uno
scarafaggio. Anche lui, però, sapeva di non poter disobbedire a un ordine
diretto del granduca. Si stiracchiò, porse la coppa alla giovane cameriera,
dandole un buffetto disinvolto che la fece diventare di brace, e si alzò con un
elegante saltello. Si fece aiutare dal suo attendente personale a indossare con
tutta calma gli stivali e si avviò verso la sala consiliare.
Cosa mai poteva volere suo padre
da lui? Negli ultimi tempi, in effetti, aveva spesso richiesto la sua presenza
in Consiglio e aveva iniziato a coinvolgerlo nella gestione politica del granducato,
anche se fino a quel momento non aveva dato mostra di voler delegare al figlio
alcunché di importante. Non che Edward lo desiderasse, in fondo. Se non per
orgoglio, e anche un po’ per noia, non ci teneva particolarmente ai doveri
connessi al suo rango. Era di gran lunga più interessato ai piaceri, per dir
così. Quel giorno, però, non c’era una seduta ufficiale, dunque Edward era
curioso e anche un po’ timoroso di ciò che l’attendeva una volta varcata la
soglia della sontuosa sala Consiliare.
Quando entrò, infatti, i suoi
timori vennero confermati. Suo padre sedeva sul trono, segno che si trattava di
una faccenda seria. Ai suoi lati, il ciambellano e il camerlengo fissavano
Edward in un modo che gli fece venire i brividi. Anche sua madre era presente, oltre ai quattro
principali dignitari di corte e a suo cugino Kasper. Tutti lo guardavano, in
silenzio. L’atmosfera era così pesante e in qualche modo accusatoria, che a
Edward mancò il respiro, come quando da ragazzino era caduto nello stagno mentre
giocava con Kasper, e aveva aspirato una putrida boccata d’acqua e fango che
gli aveva tappato i polmoni e lo aveva quasi mandato al Creatore.
“Edward”. La voce profonda di suo
padre lo strappò ai suoi pensieri. “Padre...”, si inchinò Edward, che per una
volta ritenne opportuno rispettare l’etichetta alla lettera e non peggiorare
ulteriormente la situazione, qualunque essa fosse.
“Figliolo... oramai sei grande.
Già da tempo partecipi alle sedute consiliari al mio fianco e hai iniziato ad
assumere le tue responsabilità come erede del granducato. Avrei voluto che il
tuo apprendistato fosse più lungo e sereno...”
Il granduca fece una pausa, come
se il seguito del suo discorso gli pesasse, in bocca, e non sapesse come farlo
uscire.
“Sai già che il regno versa in
gravi condizioni economiche. L’epidemia di peste bovina ha reso poveri i nostri
sudditi, la guerra contro la città di Magonza ci ha ulteriormente indeboliti, e
le piogge torrenziali hanno devastato i nostri raccolti. Dobbiamo versare le
tasse all’Imperatore, e per farlo dovremo cedere l’ultimo dei nostri castelli.”
Edward sapeva tutte queste cose.
Solo, non gli sembravano così gravi: il granducato contava comunque due grandi
città mercantili, il raccolto sarebbe senz’altro migliorato l’anno dopo... e in
ogni caso... non capiva cosa c’entrasse lui in tutto questo. Volevano forse
sacrificarlo agli dei, come facevano i loro antenati Sassoni?
Quasi leggendogli nel pensiero,
suo padre proseguì, fissandolo con uno sguardo quasi spiritato:
“Edward. Tu hai la possibilità di
salvare il granducato. Tutto dipende da te. Se fallirai... la nostra decisione
è di cedere il granducato all’Imperatore. Rinunceremo al titolo e ci ritireremo
nel piccolo forte di Brunswick. Saremo nulla più che piccoli nobili di
campagna, Edward.”
Un piccolo singhiozzo, esalato da
sua madre, fece sussultare il giovane. Rinunciare al titolo... ritirarsi in
campagna... che diamine stava mai dicendo il granduca suo padre? Man mano che
il discorso di Karl Heil si faceva strada nella mente di Edward, egli si rese
conto che ancora non gli avevano detto cosa avrebbe dovuto fare per salvare
tutto il suo mondo.
Alzò lo sguardo e vide che suo
padre gli porgeva una pergamena. Si avvicinò, la prese. Portava il simbolo
araldico del vicino principato d’Assia e in calce agli eleganti caratteri
gotici c’era il sigillo del principe d’Assia in persona.
Edward lesse, col cuore in gola.
E poi ... rilesse. Un matrimonio. Parlava di un matrimonio. Chi è che si
sposava? La principessa Bella, ma con chi? E che c’entrava lui?
Edward a quel punto lesse ad alta
voce, per schiarirsi le idee: “... matrimonio di sua Altezza Serenissima la
principessa Bella con il nobile principe, duca, conte o marchese, che ella
sceglierà tra i pretendenti che riveleransi degni della di lei mano, portando
in dote il castello di Sababurg e i suoi possedimenti, e garantendo in eredità
al frutto di detta unione il titolo del principato d’Assia e tutti i beni e possessioni
ad esso competenti”.
Il principato d’Assia. Il più
florido dei territori vicini, reso fertile dal fiume, centro di commerci,
dotato di vasti pascoli, amministrato con saggezza. Ricco. La salvezza, per il
granducato di Brunswick.
“... quindi dovrei sposare questa
principessa Bella...?” azzardò Edward.
A questo punto la voce del
granduca Karl Heil si fece tonante: “Dovrai provare a sposarla, Edward. Hai
letto il bando: sarà lei a scegliere. Dicono, peraltro, che sia una fanciulla
di rara avvenenza.”
Aveva calcato sulla parola
“provare” di proposito. E anche sulla “rara avvenenza”, ovviamente. Edward
amava le sfide, era orgoglioso e vanitoso, e piaceva alle donne. Questa
missione non poteva non solleticarlo. D’altro canto, la minaccia di perdere
tutti i privilegi, le ricchezze di cui aveva goduto profusamente, le uscite a
caccia, i cavalli, gli abiti, era sicuramente un incentivo notevole. In un piccolo maniero di campagna, Edward
sarebbe morto di noia. Dunque Karl Heil era sicuro che il figlio avrebbe
accettato la sfida e che avrebbe fatto di tutto per vincerla.
Non erano molti i nobiluomini
della zona a poter vantare natali così puri e un aspetto così affascinante.
Aveva avuto i migliori istruttori d’armi, era elegante e disinvolto; anche se
non era stato uno studente volenteroso, pure era un conversatore piacevole e la
sua cultura era accettabile. Certo, a livello politico non era all’altezza di
suo cugino Kasper. Distratto e superficiale, durante i Consigli a cui aveva
partecipato Edward non aveva brillato per il giudizio, né per la visione
politica o il talento di amministratore. Kasper invece, taciturno, gradevole ma
non così sfacciatamente bello, serio ed
elegante, non perdeva un colpo. Tra i due, fortunatamente, non c’era gelosia,
ma una vera amicizia. Karl Heil sperava che l’influenza di Kasper potesse
rendere suo figlio un granduca migliore, un domani.
“Dunque, è bella, dite?”
Karl Heil si rilassò. Tutto stava
andando come previsto. “Ciambellano, prego, procedete.”
Il ciambellano mostrò ad Edward
un ritratto. La fanciulla era poco più che una bambina, capelli scuri, occhi
grandi, fiori bianchi nei capelli. Lui alzò lo sguardo e fissò sua madre, la
cui espressione lo gelò. Non era sorridente e incoraggiante, ma triste e... imbarazzata?
“Madre...? Cos’è che non mi state
dicendo, su questa Bella? E perché si danno tanto disturbo per trovarle un
marito? Il principato è ricco... Cos’ha lei che non va? Puzza? Non ha i denti?
E’ malata? E’ una strega? ... cosa?”
Un altro singhiozzo soffocato
sfuggì alle labbra della granduchessa Esmeralda. Edward si girò verso il
ciambellano, lo sguardo di fuoco. “Dunque?”
“Diteglielo, Hofmeister. Tanto lo
scoprirà lo stesso…” ringhiò Karl Heil.
Il povero ciambellano, sotto gli sguardi severi del granduca
e del suo erede, dava la sensazione di volersi rimpicciolire fino a sparire. Ma
la magia non funzionò, e lui rimase lì in bella vista, a dover rispondere a
quella imbarazzante domanda.
“Ecco... eccellenza... dicono.... dicono... che sia bellissima... e gentile...
e buona... ottima educazione ... ah e...”
“E...?” Incalzò Edward con aria
minacciosa.
“E... pare danzi con molta grazia
e...”
”Diamine Hofmeister, piantatela
con questa lagna!” abbaiò Karl Heil.
“Sì mio signore... ecco...
dicono... dicono che sia un po’... un po’... solo un pochino però...”
“Suonata! Svampita! Addormentata!
Ecco! Era così difficile, perdiana?!” interruppe il granduca, ormai esasperato.
“Dunque Edward, pensi di riuscire a convincere una donna bella e un po’
svampita a sposarti, per salvare il granducato? Pensi ne valga la pena? In
fondo, le donne sono tutte un po’ ...”
Un sussurro: “No.”
“Perfetto, come pensav.... cosa
hai detto, Edward?”. Il granduca, sul suo trono, si erse in tutta la sua
altezza ragguardevole e fissò Edward come se non l’avesse mai visto prima.
“No, padre, mi dispiace. Non
sposerò questa...Bella... un po’, o tanto, addormentata. Io... mi dispiace, non
posso.” Ripeté sottovoce Edward, con l’espressione un po’ stupita sul volto,
come se lui stesso non riuscisse a capacitarsi di cosa stesse dicendo. Poi, approfittando
dello sconcerto di tutti, si congedò velocemente e abbandonò la sala.
Percorse il lungo corridoio, sempre
più velocemente. I piedi che lo portavano, ancora prima che la sua mente ne
fosse consapevole, in una direzione precisa. Perché una volta realizzato di
cosa stessero parlando, nella sala consiliare, cosa avessero intenzione di
pretendere da lui, quale fosse la posta in gioco e il futuro che lo attendeva
se avesse accettato, il suo cervello era riuscito a formulare un solo pensiero
coerente, anzi un solo nome: Tanya. Quasi senza fiato giunse nell’ala del
castello dove si trovavano le sue stanze, e senza farsi annunciare, irruppe
nella sala dove la fanciulla stava ascoltando il concerto di un musicante, in
compagnia delle sue dame. “Tanya!”
Il musico stonò, e si interruppe.
La ragazza alzò lo sguardo, comprese lo sconvolgimento di lui con una sola
occhiata, e congedò immediatamente le sconcertate damigelle. “Ma marchesina...”
provò a protestare la prima dama. Non era certo consono al suo rango, che la fanciulla
restasse sola con un uomo, anche se si trattava del cugino. Ma lei, come al
solito, si fece obbedire con un gesto imperioso delle piccole mani e tutti uscirono.
A quel punto, Edward le si
avvicinò a grandi passi e la prese tra le braccia. Lei si lasciò stringere, ma
rimase immobile, senza ricambiare l’abbraccio. Dopo pochi istanti, Edward si
accorse che qualcosa non andava.
“Tanya, che succede?”
“Dovrei chiedertelo io, Edward.
Sembra che tu abbia visto uno spettro.”
“Forse è così” ribatté lui. Si
allontanò di qualche passo e le raccontò la faccenda, per sommi capi. Lei, con
lo sguardo gentile ma impassibile, non lo interruppe. “Non dici nulla...
tu...lo sapevi già, non è così? E’ per questo che sei così distaccata? Oh,
tesoro mio... “
Edward le si avvicinò di nuovo,
le strinse le mani, la guardò teneramente negli occhi. “Tanya, io... mi
dispiace non averlo capito prima che mi chiedessero di sposare un’altra, forse
perché non avevo mai pensato davvero al matrimonio prima d’ora ma... io voglio
te. Voglio sposarti. Non mi importa nulla del granducato, troverò un altro modo
per sistemare tutto, ma se non dovesse funzionare... andremo a vivere in
campagna se necessario, saremo felici, vedrai. A me basti tu.”
A quel punto però Edward, per la
prima volta da quando era entrato, riprese fiato e guardò attentamente in viso
la ragazza. Vide passare diverse emozioni sul bel volto di lei, ma nessuna
assomigliava a quella che lui si aspettava, dopo che le aveva così aperto il
proprio cuore.
Tanya, sua cugina, la sua bionda,
bellissima cugina, con cui aveva percorso in lungo e in largo i meandri del
castello fin da quando erano piccoli. Quella che aveva coperto le sue
birichinate perché era una femmina, e le femmine non venivano frustate. Quella con
cui aveva scoperto gli abbracci, e poi i baci, e poi altro, molto altro. La
donna che aveva tenuto stretta a sé, ubriaco di lussuria, per un’intera nottata
sotto il tavolo della grande sala da pranzo, nascosti solo dalla tovaglia, quella
volta che erano stati bloccati lì dal sopraggiungere degli ospiti del padre.
Colei nelle cui stanze si rifugiava, la sera, dopo aver lasciato credere a
tutti di essere andato a trovare l’ennesima servetta. Tanya, la sua Tanya, ora
lo fissava, con gli occhi traboccanti di tenerezza ma anche di... cos’altro?
Tristezza? Imbarazzo? Pena? “Cosa?“. Non si era nemmeno accorto di averlo detto
ad alta voce.
Lei sospirò, lo prese per mano,
lo condusse a sedersi vicino al camino. “Edward,” iniziò. E lui seppe, in quel
momento, che non sarebbe uscito nulla di buono da quella conversazione. Tolse
le mani da quelle di lei.
“Edward, tesoro. Ci siamo
divertiti, io e te...”.“Divertiti, Tanya?” disse lui, incredulo. Lei sollevò il
mento, e continuò, più spavalda. “Sì, Edward, divertiti. Sei mio cugino, sei il
mio migliore amico. Ma ... credevo che fosse chiaro anche a te che... insomma
Edward, siamo entrambi adulti ormai, lo sai come vanno queste cose.”
“No, Tanya, evidentemente non lo
so. Illuminami, ti prego.”
“Edward. Tu, sei povero. Sei un
futuro granduca, ma se non sposi qualche nobildonna con una ricca dote, ti
resta solo un vuoto titolo nobiliare. Io, ho solo la mia bellezza da spendere.
Ma lo farò, stai sicuro. Non voglio passare la mia vita in una piccola dimora
di campagna, a invecchiare filando. Voglio abiti, gioielli, feste e balli.
Voglio andare a corte, essere ammirata, voglio... voglio tutto, Edward. E tu
non puoi darmelo. Mi dispiace se hai creduto... se ti ho fatto capire... mi
dispiace. Avevi quest’aria così strafottente, così spensierata ... credevo
fossi come me, Edward. Forse mi sbagliavo... comunque, io sarò presto fidanzata
con il Duca di Hannover, cugino dell’Imperatore. E’ uno degli uomini più
potenti della Germania...”
“Il Duca di Hannover! Ma è un
vecchio, Tanya! Come puoi?”
Lei lo guardò dritto in viso,
fredda ora, determinata. “Sì, è anziano. E ricco, Edward, e potente. E’ quello
che voglio. Tu, sposa la principessa addormentata, se puoi, e salva il
granducato. E’ il tuo dovere. Ma se non vuoi compierlo, non farlo per me.”
Lui la guardò, incredulo, per
alcuni lunghissimi istanti. Poi senza una parola, si girò e se ne andò, senza
più voltarsi indietro.
Due giorni dopo, accompagnato dal
fidato cugino Kasper, con una piccola scorta, Edward partì alla volta di
Sababurg.
Castello di Sababurg
La notizia del prossimo matrimonio della principessa Bella
si era sparsa in un baleno.
Tutti i servitori erano alacremente impegnati a rendere il
castello ancora più splendido e accogliente, per ospitare in modo sontuoso i
tanti principi e gentiluomini che si sarebbero presentati per chiedere la mano
della fanciulla. Le molte camere da letto vennero pulite da cima a fondo,
preparate con le lenzuola più fini e ad ognuna vennero assegnati due valletti,
dedicati alle esigenze del pretendente che l’avrebbe occupata.
Erano state ordinate stoffe pregiate, sia per gli arredi che
per gli abiti dell’intera corte, e le sarte cucivano giorno e notte. L’abito da
sposa era stato addirittura confezionato presso la corte Imperiale e si diceva
che fosse stato benedetto dall’Arcivescovo in persona. Vennero ingaggiati i
migliori musicanti e giocolieri, i cuochi spedirono i loro garzoni in tutti i
mercati del principato a ordinare ingredienti raffinati e le spezie più
saporite. Ai guardacaccia venne richiesta una grande quantità di selvaggina per
poter imbandire banchetti luculliani per giorni e giorni, dato che nessuno
sapeva quanto tempo sarebbe stato necessario alla principessa per scegliere il
suo sposo.
Questa, infatti, era stata l’unica condizione posta
dall’affranto principe Karl, per dare il consenso al matrimonio della sua unica
e adorata figliola: che lei, contrariamente all’uso comune per le fanciulle
della sua condizione, potesse decidere quale pretendente sposare.
Il principe aveva amato profondamente la moglie Renée. La
loro era stata un’unione felice, profonda, che aveva addirittura ispirato i
menestrelli a cantare del loro amore, purtroppo spezzato dalla precoce morte di
lei. Karl, alla moglie morente, aveva giurato che quando fosse giunto il
momento avrebbe fatto di tutto perché anche alla loro figliola fosse consentito
di provare le gioie del vero amore, a dispetto del rango e della ragion di
Stato.
La principessa, coccolata e protetta dal potente genitore, era
così cresciuta bella e gentile, d’animo nobile e delicato. Un tenero
fiorellino, insomma, e ora Karl temeva che non fosse pronta ad affrontare la
durezza del mondo esterno, le pretese di un marito e i doveri della vita coniugale.
E poi c’era quel piccolo problemino...
Davanti a lui, ovviamente, nessuno osava parlarne; ma Karl
sapeva perfettamente che la principessa, pur molto amata per la sua bellezza e
bontà, era però lo zimbello del principato per quella sua abitudine di
assentarsi all’improvviso, nel bel mezzo di un discorso, di un ballo, o di
qualsiasi altra azione. Rimaneva imbambolata, a fissare il vuoto, insensibile
ai richiami, finché di colpo si riscuoteva e riprendeva esattamente da dove si
era interrotta, a volte pronunciando commenti sibillini, ma sempre senza dare
alcun segno di aver compreso o sentito alcunché, né di essersi accorta del
passare del tempo. Karl aveva interpellato medici, guaritori, esorcisti, persino
stregoni e indovini; aveva provato rimedi di ogni genere, alcuni dei quali
avevano fatto star male la povera Bella per giorni. Ma nulla aveva potuto farla
guarire da quella che, Karl ne era convinto, non poteva che essere la maledizione
di qualche fata invidiosa.
Ora, Bella si sarebbe sposata. E lui non avrebbe più potuto
proteggerla dalla cattiveria del mondo e dalle malelingue. Poteva solo sperare
che tra i pretendenti, attratti ovviamente dalla possibilità di acquisire col
matrimonio le tante ricchezze del principato, se ne presentasse almeno uno
capace di apprezzare anche le molte virtù della principessa, passando sopra a
quella sua innocua stranezza; e che la compianta Renée potesse, per qualche
miracolo, ispirare alla figliola la scelta giusta.
Intanto che Karl così si angustiava, solo nel suo studio,
Bella si trovava nella propria stanza, immobile, sdraiata ad occhi aperti sul
suo letto con il lenzuolo tra le dita.
Dietro di lei, due servette non riuscivano a smettere di ridere:
proprio prima che lei entrasse stavano appunto facendo piccanti supposizioni
sulla prima notte di nozze della principessa, su come di sicuro si sarebbe
bloccata davanti al marito, fissando il suo corpo nudo e risultando così inquietante
nella sua immobilità, da farlo appassire davanti ai suoi occhi come una rosa
sotto il sole. Altra ipotesi, altra risata: proprio durante l’amplesso, si
sarebbe addormentata come suo solito, dando al malcapitato l’impressione di amoreggiare
con una morta... e compromettendo invariabilmente ogni sua velleità virile. Così,
quando Bella era entrata nella stanza, era andata diretta verso il letto, aveva
sfiorato il lenzuolo nuovo appena ricamato e lì si era immobilizzata, aveva
involontariamente confermato tutte le ipotesi che le due si erano appena immaginate,
rinfocolando la loro maliziosa ilarità.
Come sempre le accadeva, all’improvviso lei sbatté un paio
di volte le palpebre e tornò nel mondo dei vivi, sussurrando:
“La povera Wanda cuce troppo, è stanca.”
Un commento apparentemente così campato per aria, che le due
servette quasi soffocarono dal ridere. Ma per fortuna lei, ancora un filo
incantata dal suo sogno ad occhi aperti, non se ne accorse.
Semplicemente, come seguendo un impulso tutto suo, si alzò
dal letto, e senza un’altra parola sparì fuori dalla porta della camera.
Attraversò veloce i suoi appartamenti, dove le damigelle si inchinarono al suo
passaggio, e proseguì verso la grande stanza da lavoro dove le sarte erano
all’opera.
“Wanda”, chiamò la principessa, con un sorriso. L’anziana
donna alzò gli occhi dalla tela che aveva davanti, sbatté le palpebre e cercò
di orientare lo sguardo verso la sorgente di quella voce argentina. “Vostra
Altezza”, sussurrò, guardando vagamente in direzione di Bella.
“Wanda, basta cucire per oggi. Ti devi riposare. Questo
matrimonio sta creando troppo scompiglio per i miei gusti. I nostri ospiti
staranno benissimo, anche senza lenzuola ricamate. Oggi è una magnifica
giornata di sole... andate tutte a fare una bella passeggiata, vi va? Wanda,
pensavo di andare in paese. Se mi accompagni, posso lasciarti da tuo nipote, ti
farebbe piacere vederlo?”
L’anziana sarta, commossa da tanta gentilezza, annuì,
contenta. E dopo un attimo di perplessità, le altre donne e fanciulle, tutte
allegre, abbandonarono i telai, i ferri e gli aghi da cucito e da ricamo, e
come uno stormo di uccellini si dileguarono, tra un frusciare di stoffe e
gridolini di entusiasmo.
Che fosse stato il lenzuolo ricamato a suggerirglielo, un
sogno premonitore o un’intuizione del cuore, Bella ci aveva azzeccato. Dopo
giorni e giorni a cucire e ricamare, Wanda non ne poteva più. La sua vista non
era più buona come una volta, e se lei era felice e onorata del suo ruolo di
Maestra Ricamatrice, che le dava il privilegio di essere l’unica a poter
ricamare e rifinire le stoffe destinate al principe Karl e alla principessa
Bella, sentiva però davvero il bisogno
di un po’ di riposo. A volte i punti si confondevano davanti ai suoi occhi stanchi
e temeva che qualche imperdonabile difetto nei suoi ricami le facesse perdere
il favore del principe, e con esso il suo onorabile ruolo, a vantaggio di
qualche sarta più giovane. Inoltre non vedeva il suo nipotino da diversi mesi, dunque
l’offerta generosa della principessa l’aveva veramente commossa.
D’altronde Bella era così. Aveva delle delicatezze verso chi
la circondava, delle intuizioni profonde, una comprensione istintiva delle
necessità delle persone, che la rendevano davvero speciale, soprattutto
considerando che il suo rango le avrebbe consentito di essere servita e
riverita senza riguardo per nessuno, eccetto che per il suo nobile padre.
Peccato che tutti, pur conquistati dalla sua bontà d’animo e
stregati dalla sua bellezza, fossero però sempre pronti a deriderla dietro le
spalle per quella sua abitudine di addormentarsi qua e là, perdendosi all’improvviso
dietro immagini che solo lei vedeva. Gli aneddoti al riguardo si sprecavano, e
a volte si caricavano di particolari inventati che rendevano le storie più
gustose e imbarazzanti per la povera Bella. Wanda scosse la testa, intristita
da quel pensiero. Era sinceramente affezionata alla dolce principessa che aveva
visto crescere e sperava che questo matrimonio non le portasse altra sfortuna,
dopo quella che l’aveva colpita con la morte prematura di sua madre.
Wanda si fece trovare poco dopo davanti al portone del castello,
con un piccolo cesto di leccornie per il suo nipotino. Era un po’ dispiaciuta
di non avergli potuto cucire nulla di nuovo, d’altronde era stata così presa
dai preparativi per il matrimonio che non aveva proprio trovato il tempo.
Bella arrivò poco dopo, vestita con un semplice abitino
tradizionale, come era sua abitudine quando si recava in paese. Eppure, anche
senza gli abiti sontuosi propri del suo rango, era se possibile ancora più
bella. Porse sorridendo a Wanda un piccolo fagotto che aveva in mano. Conteneva
un delizioso cappottino rosso, con dei ricami dorati che Wanda riconobbe
immediatamente, perché li aveva fatti lei, tanti e tanti anni prima, per la
principessa quando era piccola. Altro che andare a mani vuote: quell’inverno il
suo nipotino avrebbe indossato un capo principesco! Che onore! L’anziana Wanda
non sapeva come ringraziare, ma Bella la tolse d’imbarazzo, voltandosi e saltando
con leggiadria, come una piccola farfalla, sul carro che le avrebbe portate in
paese. Infatti per quelle piccole spedizioni lei non usava mai il cocchio
principesco, che era riservato alle cerimonie ufficiali. Wanda si accomodò sul
retro, il cocchiere frustò i cavalli, e il carro con un piccolo scossone partì
alla volta del villaggio di Sababurg.
Intanto, il piccolo convoglio proveniente da Brunswick era
finalmente giunto al limitare del grande bosco che circondava Sababurg. Il duca
Edward cavalcava a fianco del cugino Kasper e a mala pena aveva pronunciato due
parole durante tutto il viaggio. Lui, sempre così allegro e loquace, era stato
scontroso e taciturno per giorni, e aveva costretto i malcapitati compagni di
viaggio a scomode, lunghissime tappe, come se non vedesse l’ora di arrivare a
Sababurg. Edward non riusciva a riposare, evidentemente, dunque aveva
acconsentito a sostare solo per lo stretto necessario a rifocillarsi e cambiare
i cavalli.
Mentre gli armigeri e Kasper dormivano, stremati, nelle
locande lungo la strada o accampati nel bosco, lui vegliava, irrequieto e
nervoso. Solo poche volte era stato finalmente vinto dal sonno; e in quelle
rare occasioni il bel viso di Tanya era venuto a torturarlo, con parole persino
più acide e crudeli in sogno, di quelle che la fanciulla gli aveva
effettivamente rivolto nel loro ultimo, penoso colloquio. E poi nei suoi incubi,
compariva la fanciulla bruna del ritratto che gli avevano mostrato; ma nemmeno
quel fantasma dal volto indefinito gli rivolgeva parole d’amore, piuttosto di
scherno per la sua povertà e inadeguatezza, talvolta lasciandolo singhiozzante
e meschino a terra; talaltra addirittura privandolo dei segni tangibili del suo
rango, e rimandandolo da suo padre vestito da contadino, per umiliarlo ancora
di più.
Se la notte non gli portava conforto, anche da sveglio Edward
non aveva pace. Rimuginava e si macerava, mangiato dall’umiliazione di essere
stato rifiutato a favore di un vecchio. Si doleva per il suo cuore ferito e il
suo amore non corrisposto, sentendosi come il protagonista di una di quelle
novelle cantate dai menestrelli davanti al camino nei mesi invernali, che aveva
sempre trovato melense e noiose. Si rimproverava di aver frainteso la natura
del suo rapporto con Tanya, per quanto in realtà lui stesso non fosse stato
consapevole dei propri sentimenti per lei fino a che non si era parlato di
matrimonio. Peraltro non era nemmeno così convinto di voler portare a termine
la sua missione. L’aveva accettata soprattutto per rifarsi dell’affronto
subito, e anche un po’ per allontanarsi da palazzo, ma a dire la verità, piuttosto
che andare in giro a cercar di conquistare chicchessia, avrebbe solo desiderato
infilare la testa in un sacco e rifugiarsi in un cantuccio a far guarire
l’orgoglio, il cuore o tutti e due.
In preda a questi tristi pensieri Edward fermò il cavallo,
imponendo l’alt al piccolo convoglio. Alzò lo sguardo e per la prima volta vide
gli imponenti torrioni del castello di Sababurg ergersi al di sopra delle
chiome degli alberi. Ai piedi del castello si estendeva il piccolo villaggio e,
più oltre, campi e pascoli punteggiati di belle e ordinate cascine, fino al fiume.
L’insieme era florido e piacevole e Edward provò una fitta di invidia e di
rancore, confrontandolo con il suo povero granducato che aveva attraversato per
arrivare fin lì, martoriato dalle calamità naturali e sull’orlo della
bancarotta. Edward aveva sempre dato per scontati i suoi possedimenti, ma ora
per la prima volta in vita sua se ne sentiva responsabile e protettivo; e fu
invaso da una nuova, improvvisa determinazione. Avrebbe fatto di tutto per
conquistare la principessa imbambolata e dare nuove ricchezze al suo paese. I
suoi sudditi non sarebbero finiti alle dirette dipendenze dell’Imperatore, che
non poteva avere a cuore il loro benessere come invece aveva fatto la sua
famiglia da generazioni. Il dominio dei granduchi di Brunswick non sarebbe
finito con lui. Spronò il cavallo, e si avviò con decisione verso il villaggio.
Bella intanto aveva concluso il
consueto giro per le case di Sababurg, a portare piccoli doni ai bambini,
sincerarsi delle condizioni degli anziani, congratularsi con le famiglie di giovani
sposi. Aveva, con questo, rinnovato una tradizione familiare tristemente
interrotta con la morte della principessa Renée, sua madre. Il principe Karl
infatti era più schivo e chiuso. Pur essendo giusto e generoso verso il suo
popolo, non aveva la sensibilità e compassione della moglie, inoltre non gli
sembrava virile indulgere in coccole ai bambini, a meno che naturalmente non si
trattasse dell’adorata figlioletta. Così quando Bella era cresciuta, era stato
ben felice di scoprire che le migliori virtù di Renée erano innate anche nella
giovane principessa, che aveva spontaneamente ripreso le attività caritatevoli
della madre.
Il villaggio era tutto in
fermento per il prossimo matrimonio, riguardo al quale Bella aveva ricevuto dai
suoi paesani felicitazioni, auguri di buona fortuna, preghiere e amuleti di
ogni tipo. La sua sorte d’altronde era legata alla loro. E se Bella provava
un’indifferenza strana sul fatto di sposarsi, forse perché l’identità del
futuro sposo le era ovviamente ancora ignota, però sentiva fortemente la
responsabilità di scegliere un marito che fosse anche un futuro buon principe
per i suoi sudditi, come lo era suo padre Karl. Presa da questo pensiero, dopo
che l’ennesima vecchina le aveva messo tra le mani un infallibile portafortuna
per la felicità coniugale, Bella si fermò a dissetarsi alla piccola fonte in
pietra situata al limitare del paese, proprio fuori dall’ultima casetta, prima
di salire sul carro che l’attendeva per riportarla al castello, con la fedele Wanda
già seduta sul cassone.
Edward, Kasper e la scorta si
stavano affrettando lungo la strada che costeggiava il paese, quando Edward
inaspettatamente diede l’alt. Confusi, i soldati si guardarono intorno alla
ricerca di qualche ostacolo o pericolo imprevisto, ma lo sguardo del duca era
fisso al lato della strada. Una visione idilliaca si era appena materializzata
davanti a lui: una fanciulla, bianca e delicata come un angelo, i lunghi
capelli scuri che le danzavano intorno al viso e alle spalle, illuminati dal
sole. Stava leggermente chinata sulla fontanella e con la piccola bocca di rubino
beveva, a piccoli sorsi, aiutandosi con una manina di porcellana.
In preda a chissà quale istinto,
Edward si precipitò giù dal cavallo e la raggiunse con due balzi. Lei,
sorpresa, si drizzò, schizzando acqua dappertutto, e fissò sconcertata il
bellissimo giovane che le era comparso davanti. Attirata irresistibilmente
dagli occhi più verdi che avesse mai visto in vita sua, si immerse con la mente
in quei due cristallini laghi di montagna e, ovviamente, iniziò a sognare. Vide
se stessa, in un abito bianco, il ventre leggermente arrotondato, sulle rive di
un laghetto verde come quegli occhi; due bambini, anch’essi con gli occhi
verdissimi e brillanti, giocavano nell’acqua schizzandosi, riempiendo la
visione dell’allegro schiamazzo delle loro due vocette. Intenerita, la Bella
del sogno si voltò verso il bellissimo uomo che, appena dietro di lei, le
sorrideva, più luminoso del sole….
La principessa era immobile,
davanti alla fonte, incantata nel suo mondo come al solito. Ma per una volta il
suo interlocutore non se ne accorse, incantato almeno quanto lei, perso in
quegli occhi dorati, in quella piccola bocca perfetta…
“Edward, Edward!!! Maledizione,
dobbiamo andare! Che ti prende?” gridò Kasper esasperato, rompendo l’incanto. I
due giovani si riscossero, fissandosi imbarazzati.
“Siete qui per il matrimonio…” sussurrò
lei, con ovvietà, vedendo il seguito del duca.
“Sì… maledizione!” confermò lui.
Un’ondata di rabbia lo assalì, insieme col ritorno della triste realtà nella sua
mente. A quanto pareva, non poteva mai avere la donna che desiderava: prima
Tanya, ora questa splendida sconosciuta che l’aveva stregato con uno sguardo. “Sono
qui per sposare quella… quella vostra principessa stordita, addormentata o come
diavolo...”
“...Ma non la conoscete nemmeno,
come potete giudicarla!” lo interruppe Bella, sussultando.
“Non mi serve”, ribatté
velenosamente lui. E proseguì: “Tutti i pretendenti qui sono venuti solo per le
sue ricchezze… chi potrebbe mai amare una così, una stupida che si addormenta
mentre le parli… ma non temete, piccola principessa dei boschi. Tornerò da voi.
Se lei è stordita la metà di quel che dicono non sarà difficile venirvi a
trovare qui al villaggio … e allora avremo tempo per noi...”. Le sorrise
galante, ma gli occhi ora erano gelidi.
“Edward!” vociò ancora Kasper,
che in quel penoso viaggio si era già irritato a sufficienza col cugino, ancor
prima di essere giunti al castello.
“Sì, arrivo…” confermò riluttante
Edward, che con un ultimo sguardo risalì a cavallo e si avviò al galoppo verso
il castello, ancora perso in quella visione, intenerito dalla piccola lacrima
che aveva visto scendere sulle guance della fanciulla e che lui, ovviamente, fraintese.
Alcuni giorni dopo, al castello.
Bella, nella sua stanza,
circondata dalle damigelle, si guardava allo specchio, pensierosa. Era davvero
meravigliosa, nel suo abito da ballo, con la ricca e preziosa acconciatura di
perline nei capelli e i gioielli di sua madre ad adornarle il collo delicato.
Tutto era pronto per il ricevimento
durante il quale i pretendenti, che nei giorni precedenti avevano via via
raggiunto il castello, si sarebbero presentati alla principessa. Da lì, in un
susseguirsi di cene, tornei, partite di caccia, si sarebbero sfidati per
conquistare il suo favore e ottenere la sua mano. Il principe Karl non aveva
badato a spese, perché sua figlia potesse scegliere il marito migliore per lei.
Ma Bella, pur grata al padre per
il privilegio concessole, era ormai, da diversi giorni, preda della più
sconsolata malinconia. In parte perché non riusciva a scacciare dalla mente la
visione di quegli occhi verdi e l’intensa felicità che aveva provato in quel
suo breve sogno ad occhi aperti. E ancora di più, perché a quella felicità
seguivano la delusione e il dolore, per la verità che l’inconsapevole Edward le
aveva spiattellato in faccia senza riguardo: lei non sarebbe mai stata amata.
Nessuno era lì davvero per lei, ma piuttosto per accaparrarsi la sua eredità. Ancor
peggio, era acutamente consapevole e vergognosa di quella sua stranezza, che la
faceva apparire agli occhi degli altri, ora lo sapeva, come una stupida.
Le damigelle e lo stesso principe
Karl, vedendo Bella, sempre così radiosa, improvvisamente taciturna e ombrosa,
pensavano fosse per la preoccupazione rispetto al prossimo matrimonio e
confidavano che, una volta incontrato il giusto pretendente, quella tristezza
si sarebbe sciolta come neve al sole. Quale fanciulla d’altronde può resistere
a intere settimane di feste e balli in suo onore, e alle attenzioni di tanti giovani
nobili tutti intenti a conquistarla?
Peccato che le parole di Edward
avessero squarciato il velo di quella pantomima, per cui ora a Bella tutto
sembrava finto: non solo i tentativi che i pretendenti, lo sapeva, avrebbero
messo in atto per piacerle; arrivava addirittura a dubitare della sincerità
dell’affetto e dell’amore che tutti, da suo padre all’intera corte, le avevano
sempre dimostrato. Poi, però, pensò agli abitanti del villaggio e delle
campagne e degli altri paesi e città del suo principato; a tutti quelli che
dipendevano da lei. E promise a se stessa che, se tanto la sua sorte era di
vivere infelice e negletta, avrebbe però fatto di tutto per scegliere, tra i
pretendenti, quello che avrebbe dimostrato di essere il miglior futuro principe
per i suoi sudditi, indipendentemente da quanto sgradevole potesse risultare
per lei come uomo. Dunque si guardò allo specchio, raddrizzò le spalle e
voltandosi si avviò decisa verso il salone, circondata dalle sue damigelle.
Intanto, nella sala dei
ricevimenti, splendente di mille candele e di tutti i preziosi arredi che il
principe Karl aveva voluto fossero predisposti per l’occasione, i pretendenti
si studiavano tra loro, per capire quali fossero le probabilità di successo e
quali i rivali più pericolosi.
Edward si sentiva, da un lato,
piuttosto baldanzoso. Era senza dubbio, e di gran lunga, il più bello dei
candidati. Gli sguardi delle dame erano tutti per lui. Visto che questa
principessa dormiente era comunque una donna, dunque, lui poteva
ragionevolmente confidare che risultasse altrettanto sensibile al suo fascino.
D’altro canto, però, Edward non
riusciva a togliersi dagli occhi la visione della fanciulla alla fontana; i
suoi occhi, le sue labbra. Per questo, quando squillarono le trombe e se la
ritrovò proprio davanti, però negli abiti della principessa Bella, lui scosse
stolidamente la testa come per scacciare quell’immagine, che senz’altro stava
ingannando la sua vista. Ma niente da
fare, l’immagine rimaneva lì.
Anzi, si palesò in carne e ossa proprio
davanti a lui e, quando l’araldo di corte presentò solennemente nome e titoli
di Edward, lei con uno sguardo gelido lo apostrofò:
“Che piacere conoscere il vostro
nome, duca Edward; sono impaziente di scoprire altre vostre doti nei prossimi
giorni, come lealtà e fedeltà...”. E passò oltre, tra il brusio della corte che
non sapeva proprio come interpretare le strane parole della principessa. Edward
si sentì morire. Aveva perso in un sol battito di ciglia sia la principessa che
poteva salvare il suo granducato, che la sua angelica fanciulla della fontana.
“Complimenti, Edward, davvero ben
fatto,” sibilò Kasper, “farai bene a iniziare ad abituarti alla vita di
campagna!”.
Bella proseguì il suo giro di
presentazioni, scambiando qualche parola di cortesia con ogni pretendente.
Graziosa e dignitosa, faceva osservazioni e domande tutt’altro che frivole a
ognuno, fedele al criterio che si era imposta, ovvero di scegliere un
governante e non un marito.
Edward la osservava rapito e
sempre più disperato, cercando nel contempo di darsi un contegno per non
disonorare ulteriormente la sua famiglia con una fuga imbarazzante. Però gli
pareva che tutta l’aria fosse stata risucchiata dalla sala, così, appena poté
farlo senza essere notato, abbandonò il salone diretto alle proprie stanze.
Le brutte parole che, in preda
all’irritazione, aveva rivolto alla povera principessa, pur senza conoscere la
sua identità, gli rimbombavano in testa: “...chi potrebbe mai amare una stupida
che si addormenta mentre le parli...”. Come aveva potuto?
Peraltro, in quei due brevi
incontri, lei non gli era sembrata per nulla stupida né addormentata, anzi era
di una bellezza accecante e di un contegno delizioso. Avrebbe voluto correre a
chiederle perdono in ginocchio per le sue avventate parole, basate sul
pregiudizio e sull’orgoglio, ma sapeva che lei non gli avrebbe creduto.
Edward era cresciuto viziato, un
po’ superficiale e molto vanesio fino a quel momento, ma non era cattivo, né
stupido. E recentemente, le due donne di cui si era innamorato gli avevano
insegnato l’educazione tutto d’un botto, a calci, per così dire. Gli
rincresceva sinceramente aver ferito la principessa, che di sicuro non lo
meritava. Così decise di essere “uomo”, almeno una volta nella vita. Sarebbe
tornato da lei, si sarebbe scusato umilmente, confessandole anzi tutto il suo
apprezzamento per lei, poi avrebbe abbandonato la competizione.
Infatti, rifletté tristemente
Edward, rinunciare a chiedere la sua mano era l’unico modo per dimostrarle con
i fatti che le sue scuse erano sincere, non un bieco tentativo per rientrare
nuovamente nelle sue grazie. Tanto Bella non lo avrebbe mai scelto, comunque,
quindi in fondo si trattava solo di riparare un torto.
Poi avrebbe scritto a suo padre
dell’infelice esito della missione, si sarebbe recato alla corte Imperiale a rimettere
il possesso del granducato e si sarebbe messo a disposizione dell’Imperatore, per
qualunque ruolo Egli lo avesse ritenuto adatto. Forse avrebbe potuto dare così
un nuovo senso alla sua inutile vita...
Triste e umiliato, ma sentendo
almeno attenuarsi un po’ il rimorso per il suo comportamento, Edward imboccò da
capo il lungo corridoio, diretto verso il salone dei ricevimenti. Avrebbe
atteso il momento giusto per parlare a Bella con discrezione e poi sarebbe
partito, immediatamente. Mentre camminava, un po’ sovrappensiero, urtò col
piede qualcosa. Sembrava una missiva, sigillata da un simbolo che non
conosceva. Forse era caduta ad uno dei pretendenti, pensò, raccogliendola. L’avrebbe
fatta consegnare da Kasper al ciambellano del principato, che sicuramente
conosceva quel simbolo e l’avrebbe recapitata al legittimo proprietario.
Intanto che si concentrava su
cosa dire a Bella, Edward sul momento non fece troppo caso al fatto che il
corridoio sembrava deserto. Ma quando giunse sulla soglia del salone, per la
seconda volta in quella orrenda serata gli mancò il fiato. Gli armigeri in alta
uniforme di guardia al salone, giacevano a terra morti, passati a fil di spada.
“Bella!” gridò Edward con orrore, prima di spalancare il portone e precipitarsi
dentro.
Dentro, non volava una mosca. Tutti sembravano pietrificati e nessuno parve
registrare il suo ingresso, gli sguardi fissi sull’uomo imponente, protetto da
una pesante armatura, in piedi al centro della sala e circondato da altri cavalieri
armati che reggevano, ognuno, una fiaccola accesa.
Il re Karl aveva la mano sulla
spada, che pendeva al suo fianco, ma che non aveva ancora sguainato. Sembrava
fuori di sé dalla rabbia, ma qualcosa di grave gli impediva evidentemente di balzare
addosso all’uomo al centro del salone. In piedi, di fronte all’energumeno
barbuto, stava immobile una figuretta bianca e ingioiellata, con i lineamenti
stravolti e lo sguardo vitreo, rivolto non all’uomo ma appena fuori dalla
finestra, come se invece di esserci completamente buio fuori, ci fossero
immagini che solo lei vedeva e che però la riempivano d’orrore.
Dopo un interminabile, eterno
minuto in cui l’intera sala, l’intero castello, forse l’intero principato
stette immobile, trattenendo il fiato, come preda di un incantesimo, Bella si
riscosse. Pallida, ma con un’espressione determinata sul volto, fissò lo
sconosciuto e disse, a voce bassa ma sicura: “E sia. Accetto. Vi sposerò.”
Molte cose accaddero in quel
momento.
“Bella! No!” dissero
contemporaneamente re Karl e Edward, facendo entrambi istintivamente un passo
verso di lei.
“Dio ti ringrazio”, sussurrarono
molte persone nella sala, facendosi scappare un sospiro di sollievo, e “Dio ti aiuti”,
mormorarono altre, fissando la principessa con compassione e commozione.
I cavalieri attorno all’uomo levarono
alte grida di giubilo, inneggiando al loro signore. Il quale al centro, apparentemente
impassibile, scoccò alla principessa un sorriso così sinistro che avrebbe fatto
stramazzare un soldato di ventura. Poi attaccò con voce melliflua:
“Molto bene, principessa, avete
preso una saggia...”
“... a due condizioni” lo
interruppe Bella, guardandolo fisso negli occhi.
“Come?!?” abbaiò incredulo il
cavaliere.
Ma lei non si lasciò intimidire e
continuò, con una vocina piccola piccola ma senza tentennamenti, fissando
l’omone dritto negli occhi:
“La prima è che il matrimonio,
anche se già celebrato, sarà considerato invalido, se non manterrete la vostra
parola di lasciar salva la vita ai miei sudditi. Vuol dire che non erediterete legalmente
il principato. La seconda è che tutti gli altri pretendenti, miei ospiti,
potranno immediatamente far ritorno sani e salvi alle loro terre. Non torcerete
loro un capello.”
“Non siete in grado di porre condizioni,
principessa,” commentò minacciosamente il cavaliere.
Ma la giovane Bella, ancora una
volta, resse magnificamente la surreale trattativa, come nemmeno suo padre Karl
sembrava in condizioni di fare:
“Certo, voi potete attuare le
vostre minacce e far dare immediatamente fuoco ai villaggi che i vostri soldati
hanno circondato. Ma sarà la guerra. Molti vostri uomini saranno uccisi. Voi
stesso, dovreste comunque riuscire ad andarvene indenne da qui. E comunque i
danni che farete intaccheranno le ricchezze del principato, anche se riusciste
a metterci le mani sopra. Non è forse per questo che siete qui, a chiedere la
mia mano, invece di attaccarci direttamente con i vostri soldati?”
Proseguì provocatoriamente lei.
Il truce cavaliere la fissò, lo
sguardo fiammeggiante che, mentre percorreva senza vergogna il giovane corpo di
lei, si trasformò in lascivo e strafottente. L’uomo scoppiò in una risata sguaiata,
quindi si ricompose.
“E sia, principessa. Accetto le
vostre ...ehm... richieste. Consideratelo il mio dono di nozze.”
Si avvicinò a Bella, le prese il
piccolo mento con due enormi dita. Karl, Edward e, per dire la verità, tutti i
cavalieri presenti, fremettero a quella vista, mentre lui le soffiava sul viso:
“Ma non fateci l’abitudine. E’ la prima e l’ultima volta che prendo ordini da
voi.”
Quindi si allontanò di un passo,
producendosi in un inchino sghembo, che comunicava estrema tracotanza più che
cavalleria: “Arrivederci, mia cara. Mi trovate al mio accampamento, proprio qui
fuori dal castello. Fino a domenica prossima, quando sarete finalmente mia
sposa.”
E con questo si voltò e se ne
andò, i cavalieri con le fiaccole dietro di lui e gli sguardi di tutti fissi nella
direzione da cui era uscito.
Per un po’ nessuno fiatò. Quindi
il principe Karl raggiunse la figlia, le prese le mani, dicendole teneramente:
“Bella, non sei costretta a farlo. Combatteremo. Noi... io ti salverò! Non puoi
sposare quel…”
Ma Bella lo interruppe: “Padre,
ho dato la mia parola. Questo era il patto e così sarà. Ho scelto, per il bene
del nostro popolo. Non lascerò che si versi del sangue per me. Io... l’ho
visto. Ho visto quello che avrebbe fatto. E sulla mia vita, non lo permetterò.”
A quel punto, unico indizio del tumulto
interiore che l’agitava, una piccola lacrima sfuggì alle sue ciglia, mentre
aggiungeva:
“In ogni caso, so bene che tutti
questi gentiluomini non sono certo qui per una sciocca come me, che sogna ad
occhi aperti, ma per il principato. Hanno solo usato maniere più gentili.”
Nel dir così si girò per
andarsene verso le sue stanze, passando proprio davanti a Edward che, a quelle
parole e davanti a quello sguardo, morì di mille morti, una più atroce
dell’altra. Lei lo superò e si avviò a piccoli passetti veloci fuori dal
salone, verso le sue stanze. Nessuna delle damigelle la seguì, tutte troppo
agghiacciate per ricordarsi l’etichetta e i propri doveri.
Edward, come istupidito, si
guardò la mano, scoprendovi la missiva che aveva raccolto poco prima e che
ancora stringeva convulsamente. Solo che quello stemma... ora sapeva a chi
appartenesse. In preda alla rabbia e a un impulso inconfessabile, rischiando
forse molto se il proprietario fosse tornato a reclamarlo, ruppe il sigillo, aprì il dispaccio e lesse. Poi,
senza una parola, corse fuori dalla sala.
Bella, sola nella sua stanza, si
era finalmente abbandonata alla disperazione. Scossa dai singhiozzi,
ripercorreva con la mente le immagini agghiaccianti che le erano scorse davanti
agli occhi, nei lunghi secondi che le erano serviti per prendere una decisione.
La strage, il sangue, la distruzione che lei poteva evitare. Ma anche la prima
notte di nozze che l’attendeva, con quell’orrido energumeno sopra di lei, a
godere della sua sottomissione, a farsi beffe della sua innocenza. E i giorni a
seguire, a disposizione del suo signore e padrone quando e come lui l’avesse
richiesto. Sola, senza protezione, senza amore, sfiorita e smunta come una
tenera piantina lasciata al gelo.
“Bella...”, sentì sussurrare, e pensò
di esserselo sognato.
“Vattene!“, gridò lei tra le
lacrime, credendo di scacciare l’ennesimo sogno a occhi aperti, di cui ormai
voleva liberarsi con tutte le sue forze.
Fin da piccola, quelle immagini
vivide le avevano portato gioia, a volte suggerendole giuste intuizioni,
facendole immaginare il possibile evolversi delle cose, mettendola in contatto
con i bisogni più profondi di chi la circondava, facendole vedere una realtà
nascosta appena sotto la superficie delle cose, come una specie di sesto senso;
le avevano riportato la madre quando le mancava tanto, l’avevano fatta
viaggiare con la fantasia in mondi lontani, solo sfiorando un tessuto,
assaggiando una bevanda, inspirando un profumo. Ma ora non le voleva, non le
voleva più. La realtà che l’attendeva era già abbastanza brutta, da non voler
rischiare di raddoppiarla rimpiendosi la testa di incubi.
“Bella...mi dispiace... ma io
posso.... consentitemi.... vi prego, vi prego, ascoltatemi, Bella...”. Quella
voce carezzevole continuava, nella sua testa, cullandola come sua madre faceva
quand’era bambina. E Bella non voleva più scacciarla, no, voleva che
continuasse, voleva ... dormire... Estenuata, chiuse gli occhi e svenne. Per
una volta, un vero sonno senza sogni, profondo e pietoso.
Edward, sconvolto, angustiato,
disperato, non sapeva cosa fare. Lei doveva sapere, era in pericolo, non c’era
tempo! Ma a vederla così, piccola, indifesa, bianca, i boccoli scuri sparsi sul
letto, il visetto angelico ancora bagnato di lacrime, non ebbe cuore di
svegliarla. La prese tra le braccia e la sistemò meglio sul letto, le asciugò
il viso, le lisciò i capelli, le appoggiò le manine sul petto in modo che
stesse comoda, e stette lì, a vegliare il suo sonno, incantato, finché fuori il
buio non lasciò il posto al primo albeggiare.
A quel punto, prima di svegliarla, prima di perderla per sempre, prima
di sopportare il suo sdegno, fece quello a cui il suo cuore anelava, e la
baciò.
Bella aprì gli occhi, piano. Due
pozze verdi, brillanti d’amore, la fissavano. Lei non si mosse, ancora
intorpidita dal sonno. Si lasciò cullare da quello sguardo, da quella piccola
bolla di calore che sentiva intorno, come una coperta calda.
“Bella” ... ancora quella voce
dolce... ora sapeva a chi appartenesse, ma non lo interruppe. Non ne ebbe la
forza, né voleva, in realtà. Tutto era perduto, tanto valeva concedersi un
momentaneo refrigerio, una ultima, piccola, dolce fuga dalla realtà, da portare
con sé all’inferno.
“Bella...”, continuò lui, incoraggiato
dal suo silenzio: “Mi dispiace. Perdonatemi. Ero io lo stupido. Voi siete ...
coraggiosa, generosa e fiera, come nessun’altra donna di questa terra. Voi vedete
cose che nessun altro vede, perché siamo tutti troppo presi da noi stessi,
mentre voi, voi guardate col cuore. Non mi aspetto niente, e non merito il vostro
perdono. Quando tutto questo sarà finito, io me ne andrò e non tornerò mai più.
Ma non posso lasciare che il vostro cuore resti ferito dalla mia idiozia. E non
posso consentire che il piano di quello sciagurato si compia e vi privi
dell’affetto di vostro padre, dei possedimenti che vi spettano e della vostra
felicità.”
A quel punto Bella si alzò a
sedere sul letto, chiedendo meravigliata: “Che dite? Che piano?”
Lui le mostrò la lettera, e le
spiegò: “Bella, lui vuole fare uccidere vostro padre subito dopo la nascita
dell’erede, per mettere le mani al più presto sul principato d’Assia. Questa
lettera era indirizzata a un suo emissario, di stanza in uno dei villaggi. Vi
si spiega chiaramente che appena assunto il pieno potere, intende triplicare le
tasse, incamerando tutte le ricchezze del principato e facendo giustiziare
chiunque si opponga. Questi sono gli ordini. Voi pensate di salvare il vostro
popolo, col vostro sacrificio, ma non è così. Gli avete imposto di non uccidere
i vostri sudditi, pena la nullità del matrimonio, ma nulla gli vieta di
derubarli di tutto, e di applicare le sue leggi con la forza.”
“Oh, duca Edward... che posso
fare? Il matrimonio è domenica!”, mormorò lei, torcendosi le mani. Edward
gliele prese, carezzandole con le sue.
“Dovete rimandare, in qualche
modo. Dovete darmi tempo. Negozierò con gli altri pretendenti, faremo mandare
rinforzi dai territori confinanti. Nessuno vorrebbe quell’uomo ambizioso e
crudele come vicino, la sua ingordigia non si fermerà certo al principato
d’Assia! E poi ve lo devono: voi avete ottenuto la libertà per ognuno di noi,
che saremmo stati facile moneta di scambio per ottenere ricchi riscatti... sono
sicuro che lui ci avesse già pensato. Troverete il modo di prendere tempo,
Bella? Lo farete?”
Bella raddrizzò le spalle, lo
guardò negli occhi, sicura: “Sì Edward, lo farò. Per il mio popolo, per mio
padre. Ma voi... voi perché vi state dando così tanta pena per me, rischiando
la vostra vita? Dopo quello che avete detto, io... non capisco...”
Edward la guardò, muto. Il suo
cuore gridava una risposta, ma non fu quella che raggiunse le sue labbra. Pensò
alla piccola principessa coraggiosa, che si era presentata dignitosamente ai
pretendenti, nonostante l’umiliazione che lui le aveva inflitto facendola
sentire stupida e inadeguata; che aveva tenuto testa a un violento guerriero,
nella sala del trono; che aveva sacrificato se stessa per il suo popolo. E così
Edward le tributò l’onore che l’etichetta riservava solo all’Imperatrice: si
inginocchiò davanti a lei, il capo chino, la mano destra sul petto: “Perché vi
rispetto, principessa.”
E con quelle parole si alzò, le
augurò buona fortuna e si affrettò fuori dalla porta.
“...vi rispetto .... vi
rispetto.” Bella continuava a ripetere a bassa voce quelle parole,
assaporandole, traendone forza. Rispetto: non credeva di averne mai ricevuto,
nella vita. Era stata amata, questo sì: da suo padre, moltissimo; da sua madre
finché era in vita, dalle nutrici e dalle damigelle, anche dai suoi sudditi,
probabilmente. Ammirata per la sua bellezza; guardata con riconoscenza da chi
aveva beneficiato della sua generosità. Ma rispettata, mai. Probabilmente a
causa della sua bizzarra abitudine di addormentarsi all’improvviso, anche chi
le voleva bene tendeva a trattarla più come un tenero animaletto da proteggere;
d’altronde, il rispetto era qualcosa che raramente le donne ottenevano, nel suo
mondo.
Così riflettendo, le venne in
mente con chiarezza come rimandare il matrimonio senza destare sospetti. La sua
più grande debolezza sarebbe diventata la sua forza: avrebbe dormito. Alla
vigilia del matrimonio, avrebbe finto di cadere in un sonno profondo. Chi si
sarebbe mai stupito? Tutti sapevano che lei si addormentava in continuazione: comprensibile
che l’emozione avesse portato a un aggravarsi di questa sua condizione. E se
non era cosciente, non poteva sposarsi, giusto? Certo non poteva resistere per
sempre, ma sperava che qualche giorno fosse sufficiente a Edward per mettere in
atto il suo piano.
Edward.... Ora più che mai, Bella
non riusciva a smettere di pensare a lui. Al suo sguardo intenso, quando
l’aveva guardata dormire; alle sue labbra decise, quando le aveva detto “ti
rispetto”; all’espressione contrita con cui le aveva chiesto perdono. Poteva
credere alla sua sincerità? Bella non avrebbe saputo dirlo. Ma davanti alla
difficile prova che l’attendeva, preferiva trarre forza dal ricordo del bel
duca, piuttosto che farsi domande inutili...
Due domeniche dopo
Il marchese Jakob Schwarz, nella
sua tenda, si stava allacciando con impazienza la fibbia d’oro dell’alta
uniforme. Finalmente gli avevano comunicato dal castello che la principessa si
era svegliata dal suo sonno e che il matrimonio poteva avere luogo. Aveva
temuto a lungo che si trattasse di un inganno, ma a quanto pareva, quella
piccola mentecatta era davvero malata come dicevano.
Addormentata o meno, comunque,
lui non vedeva l’ora di godere delle sue grazie: la fanciulla era bella come poche.
Sarebbe stato un vero piacere attuare il suo piano, dato che prevedeva di mettere
al mondo subito un erede per assumerne la reggenza. Se fosse nata una bambina,
Schwarz era già pronto a farla sparire e sostituirla con un maschietto
prelevato da qualche parte. Non gli importava certo che non fosse suo figlio, a
lui interessava solo che fosse il lasciapassare per godere delle enormi
ricchezze del principato. Sì, si sarebbe divertito davvero a sottomettere
quella ragazzina che aveva osato tenergli testa, imporgli delle condizioni....
ah, gliele avrebbe imposte lui le condizioni, ora. Privata della protezione del
padre, la principessa sarebbe stata una marionetta nelle sue mani, almeno finché
lui non se ne fosse stufato.
Assorto nei suoi pensieri
trionfanti, gongolante per la vittoria, il marchese uscì dalla sua tenda a
grandi passi e senza guardarsi troppo intorno. Così fu colto completamente di
sorpresa quando si ritrovò al centro dell’accampamento deserto. I suoi uomini, gli
aiutanti di campo, i suoi cavalieri: tutti spariti. In compenso, proprio
davanti a lui, c’erano due nobiluomini, riccamente
vestiti e armati di tutto punto. Dietro di loro, quattro cavalieri che
trainavano un carro pieno di... cadaveri? E con sopra una bandiera gialla! La
peste!
Il prode Schwarz indietreggiò,
inciampando.
“Adagio”, lo apostrofò ironico
uno dei due cavalieri. “State sbagliando direzione, Schwarz. Non vi attendono
al castello per un matrimonio? Il vostro, per l’appunto?”
“Chi siete? Siete impazziti?
State lontano da me... state lontano con quei cadaveri... non voglio morire!
Ma... la peste? Come...dove?”
“La peste è nel vostro cervello,
Schwarz” proseguì minaccioso lo sconosciuto cavaliere. “Ma i vostri uomini sono
fuggiti a gambe levate. Vi hanno abbandonato qui, da solo. E il principe Karl
vi attende impaziente al castello, dopo aver letto il dispaccio scritto di
vostro pugno e col vostro stemma, con le dettagliate istruzioni per disporre
della sua vita e delle sue ricchezze.”
Il marchese iniziò ad annaspare,
guardandosi intorno. Con tono rilassato, l’altro cavaliere iniziò a
descrivergli la situazione come se stesse constatando che il cielo era azzurro:
“Come potete vedere, le fiaccole
di segnalazione per i vostri uomini accampati negli altri villaggi sono ancora
ben visibili, per non destare sospetti: le abbiamo fissate alle picche, dunque
non vi arriveranno rinforzi; d’altronde, ogni paese e città del principato che
avete messo sotto il controllo dei vostri sgherri, è ora circondata dalle
truppe dei regni confinanti... sapete, nessuno vi vuole come vicino. E i nobili
della zona non hanno gradito che voi abbiate minacciato i loro figli, i loro
eredi, e abbiate invalidato con l’inganno la scelta del futuro principe d’Assia
da parte della principessa Bella. Potete decidere di combattere, Schwarz,
sempre che riusciate a raggiungere quelle fiaccole. Ma perderete. E perderete
molto più di una mancata eredità.”
Jakob Schwarz, avendo ereditato
dal padre il titolo di marchese e nient’altro, aveva eletto a missione della propria
vita il saccheggio dei beni altrui, per riparare quello che riteneva un torto
sanguinoso della sorte. Era dunque un avventuriero senza scrupoli, crudele e
vizioso, ma non era uno sprovveduto. Sapeva riconoscere una battaglia persa, o
quanto meno una di esito molto incerto.
Il cavaliere concluse: “Se ve ne
andrete subito, per non tornare mai più, avrete salva la vita. Potrete andare a
far danni lontano da qui. Altrimenti, preparatevi a combattere. Ora.”
E con questo, i due cavalieri e
gli altri quattro del seguito, più i finti cadaveri, in realtà vivissimi e prontamente
balzati giù dal carro, sguainarono le spade.
Schwarz, a questo punto, si
arrese, anche con un certo nobile garbo, a dire il vero: “Ben giocata, giovani
signori... qual è il vostro nome, di grazia?”
“Edward, duca di Brunswick, per
servirvi”, disse Edward, riuscendo a far suonare la formula di cortesia come
una minaccia.
“Kasper, conte di Hannover”,
aggiunse Kasper, così calmo e sereno da risultare a sua volta sinistro, dato il
contesto. E proseguì, sempre imperturbabile:
“Le truppe del principe Karl vi
attendono davanti al castello per condurvi al confine. Se collaborerete non vi
verrà torto un capello e il principe non vi deferirà all’Imperatore. Potrete vergare
di vostro pugno i dispacci che faremo consegnare ai vostri uomini, dando loro
ordine di smobilitare e disponendo che vi raggiungano al di là del Reno, se lo
desiderate. Converrete che sia auspicabile evitare inutili spargimenti di
sangue... inoltre, i vostri uomini vi serviranno in futuro per le vostre ...ehm...
attività... suppongo.”
Schwarz si lisciò gli abiti, si
raddrizzò, raggiunse il suo cavallo e vi
salì, quindi si avviò verso il castello, incontro al suo destino.
Edward e Kasper si guardarono, un
largo sorriso che pian piano si faceva spazio sui loro volti, facendoli
apparire nuovamente giovani e scanzonati come in effetti erano. “Ben fatto,
Edward”, disse Kasper, con un leggero, scherzoso inchino.
“Ben fatto a te, cugino”, replicò
Edward. “Sei un vero stratega! Lo stratagemma del carro degli appestati ha
funzionato a meraviglia... così come l’idea di dislocare le truppe alleate
ognuna a protezione dei villaggi occupati più vicini ai rispettivi confini, in
modo da guadagnare tempo... e aver capito il loro sistema di segnalazione con
le fiaccole poi! Ci saremmo facilmente traditi se tu non avessi capito che i
fuochi dovevano restare in vista per non far scattare l’allarme.”
“Edward, se tu non fossi riuscito
a convincere gli altri pretendenti a collaborare, non avrei potuto fare nulla.
Hai dimostrato delle doti politiche e di persuasione davvero notevoli”, ribatté
Kasper e proseguì, più seriamente: “Tuo padre sarà fiero di te.”
A quel pensiero, Edward si
intristì un po’. Aveva salvato la principessa e aveva anche protetto il granducato
da un potenziale, pericoloso e aggressivo vicino. Ma non aveva potuto evitare
la povertà alla propria famiglia, né che i suoi possedimenti venissero ceduti
all’Imperatore. No, non credeva che suo padre sarebbe stato tanto contento.
“Edward”, lo chiamò Kasper,
interrompendo il flusso dei suoi pensieri. “Perché non vai a salutarla, prima
di partire per la Corte Imperiale?”
“Dici che vorrà vedermi?”, domandò
ansiosamente Edward, improvvisamente spaurito e incerto come un bambino. Kasper
gli sorrise, incoraggiante: “Io credo di sì. Ma se non provi, non lo saprai
mai, giusto? Parlale col cuore, Edward. Mi sembra una fanciulla piuttosto
intuitiva...”
Due settimane dopo
Nella bella Cattedrale di
Sababurg, alla presenza del vescovo, delle rispettive famiglie, di nobili e
notabili e di una grande folla di popolo che invadeva tutte le strade attorno
alla Cattedrale, Edward attendeva la sua sposa, in piedi davanti all’altare.
Bello come il sole, emozionato, felice, elegante e lucidato dalla punta dei
capelli alla punta degli stivali, tentava invano di mantenere la principesca
compostezza che si imponeva al suo rango in quel frangente. Ripensava a quando,
poche settimane prima, reso più maturo dalle tante lezioni che la vita gli
aveva impartito duramente negli ultimi tempi, aveva seguito il consiglio del saggio
cugino ed era andato a dire addio alla principessa che gli aveva rubato il
cuore. Le aveva allora confessato i propri sentimenti con una sincerità che Bella,
così dotata nel leggere tra le righe dei comportamenti e sentimenti altrui, non
poteva non percepire. Le aveva detto che pur amandola profondamente, era
disposto a rinunciare a lei e andarsene per sempre, piuttosto che sopportare il
dubbio che lei lo credesse ancora il superficiale bellimbusto che era giunto
alla sua corte qualche tempo prima. E Bella, le stelle negli occhi, aveva
sussurrato dolcemente: “Edward di Brunswick, promettete di amare e rispettare
il mio popolo, i nostri sudditi, anche i deboli, i malati, i poveri, come dite
di amare e rispettare me?”
Quando Bella arrivò, nel suo
abito principesco confezionato settimane prima alla corte Imperiale, persino le
pietre della Cattedrale trattennero il fiato, da tanto era meravigliosa. La
cerimonia solenne ebbe inizio e durò a lungo, fino a che il vescovo pronunciò
la domanda di rito: “Volete voi, Isabella d’Assia, principessa di Sababurg,
prendere come vostro sposo Edward, duca di Brunswick, erede del granducato di
Brunswick e Lüneburg?”. Edward le sorrise, emozionato, e Bella... ovviamente,
si incantò. Fissava senza vederlo il vescovo, che tossicchiava imbarazzato
senza saper che fare. Un lieve brusio si diffuse tra i presenti, e il principe
Karl si prese la testa fra le mani, sconsolato. Ma Edward, accortosi di quanto
stava succedendo, si avvicinò sorridendo alla sua Bella, la circondò con le
braccia, come a proteggere il suo sonno, e se la tenne lì, dolcemente, badando
a non stringerla troppo per non disturbarla. Davanti a quella tenera immagine,
un’ondata di commozione percorse la navata, e fluì fuori, tra la folla. Tutto il principato stette lì, in attesa, in rispettoso
silenzio, ad aspettare che la piccola principessa che aveva lottato come un
leone per la salvezza dei suoi sudditi, si risvegliasse tra le braccia del suo
sposo. Quando Bella si riscosse dal suo incanto, trovò ad accoglierla l’amato
volto di Edward, che le sussurrò teneramente “…la mia Bella Addormentata”,
trasformando così quello che poteva essere un insulto, nel più dolce dei
nomignoli, simbolo di amore e protezione.
L’anziana Wanda, che ormai non poteva più cucire perché non ci vedeva
abbastanza, ma visse ancora a lungo al castello occupandosi dei bambini, raccontò
mille e mille volte questa storia ai molti figli di Bella e Edward e anche agli
altri fanciulli del villaggio e della corte. Ogni volta ci aggiungeva un
dettaglio, un particolare, un abbellimento, un’invenzione. A un certo punto,
essendo tessitrice, ci infilò anche la storia di un certo fuso fatato,
responsabile dell’incantesimo che ogni tanto spediva la principessa nel mondo
dei sogni. E così la storia del principe Edward e di Bella Addormentata fu
tramandata di generazione in generazione, cantata dai poeti, messa in musica
dai compositori, sussurrata dalle mamme ai loro bambini per propiziare dolci
sogni. Rivista, corretta e interpretata,
ma sempre dedicata al vero amore, che vince le avversità, supera le differenze,
unisce ciò che è lontano e sa trovare comunque la sua via.

Finora è la mia shot preferita. Mi è piaciuto come ambientazione e stile dell'autrice si sposano dando alla storia il sapore di fiaba che il titolo promette. Ho adorato il perfetto gioco sul confine tra reale e fantastico dovuto alle allucinazioni di Bella e soprattutto il percorso di Edward: viziato, innamorato, deluso, arrabbiato col mondo, leale, innamorato... Un excursus molto coinvolgente dei suoi stati d'animo. Bravissima!!!
RispondiEliminaAleuname
Fino a qui é la mia preferita in assoluto. Bella, fiabesca, delicata. Bellissimi i personaggi e per ora é la mia Isabella preferita, anche lei. E mi piace anche che Edward sia cosí meschino all' inizio per poi ravvedersi. È come un mini bildung roman concentrato per la figura del protagonista. Guarda che per scrivere una storia cosí bisogna essere bravi forte eh! Potrei tranquillamente vederla spuntare da un libro di testo. Il finale con Wanda che racconta è proprio azzeccato. Le storie di questo tipo spesso finiscono cosí. Hai giocato benissimo con i nomi. Ora non vorrei scrivere un commento chilometrico, ma davvero non riesco a smettere di trovare cose belle da dire. Bravissima!
RispondiEliminaStora scritta bene e nonostante l'ambientazione non è stata ripetitiva ed ha evitato paragoni con la classica Bella Addormentata nel bosco ;-) Mi è piaciuta l'evoluzione del personaggio di Edward:dall'essere il solito bastardo diventa poi dolce grazie all'ammmoreee <3 Brava :-D
RispondiEliminaMeravigliosa <3
RispondiEliminaMa mi è piaciuta da morireeeee!!! Scritta in maniera superlativa e mai ripetitiva, si snoda nella storia con eleganza ed abilità, intrigando il lettore fin da subito. Bei personaggi, tutti. Il matrimonio con quell'abbraccio di Edward a proteggere la sua amata nel suo momento "particolare" poi, è stata la ciliegina sulla torta.
RispondiEliminaBravissima!!!
-Sparv-
Storia molto raffinata ed elegante, impeccabile nella forma e nel dipanarsi degli eventi. Personaggi splendidamente descritti e ampia cura dei dettagli storici e di lingua. E' perfetta e non trovo difetto di sorta. Trovo soprattutto geniale l'intreccio della trama che conduce al finale legato alla favola che noi tutti conosciamo. Complimenti davvero.
RispondiEliminaFrancies
E' b.e.l.l.i.s.s.i.m.a.!!
RispondiEliminaScritta in maniera egregia, è la riprova che si può giocare con la storia anche senza narrare gli avvenimenti della "storia reale". Come tutte le fiabe è ambientata in un periodo dove principi e cavalieri si prodigano per il bene delle loro dame. E questo Edward non fa eccezione. Si presenta come un giovane indisponente, viziato e perdigiorno per scoprirsi poi un cavaliere nel significato più profondo del termine.
Il gesto finale di lui che abbraccia la sua "bella addormentata" racchiude tutta la sua essenza.
Io sono innamorata delle favole da sempre. E questa entrerà senza ombra di dubbio tra le mie preferite.
Grazie.
Questa è la storia che, fino ad ora, mi ha colpita di più per il "mestiere" con cui è stata scritta. Non so chi tu sia, ma il modo con il quale sei stata in grado di narrare gli eventi mi ha lasciata senza parole. Concordo con chi ha commentato anche la genialità sottile della trama. La peculiarità del "disturbo" di Isabella e il finale ricondotto alla fiaba classica. Insomma. Una storia, senza dubbio, da podio. Cristina.
RispondiEliminaNon so come commentare. Questa storia è stupenda. I personaggi sono perfetti, Edward passa dall'essere un ragazzino viziato ad essere l'eroe incontrastato. Bella è meravigliosa, dolcissima ma anche forte e determinata. Tutti i coprotagonisti hanno un ruolo ben definito che avrebbe tolto molto alla storia se fossero mancati. La storia ha uno svolgimento naturale che non stanca ma anzi invoglia a continuare fino all'ultima parola.
RispondiEliminaL'ultimo pezzo in cui Edward protegge la sua Bella dallo scherno rendendo la stranezza della sposa una cosa tenera piena d'amore è bellissima. E poi mi è piaciuta un sacco la chiusura con l'inevitabile collegamento alla fiaba.
Complimenti davvero (fortuna che non sapevo come commentare ).
Bella è la principessa delle fiabe, però..."difettata". E si deve guadagnare il suo lieto fine. Edward parte molto lontano dall'essere un vero principe azzurro, ma con fatica e impegno cresce, matura, si trasforma. In fondo anche nelle favole, la felicità bisogna meritarsela...E l'amore è la forza invincibile che tutto può e tutto trasforma.
RispondiEliminaFederica-Fede13
Questa storia m fa pensare ad un nido accogliente e protettivo, è così che vive Bella alla sua corte, è così che si ritroverà a vivere fra le braccia di Edward. Entrambi come passerotti poi, partono dal nido ed iniziano a volare con forti ali nel cielo della vita.
RispondiEliminaBellissima, dolcissima, incantevole. Ben scritta, particolareggiata, precisa nelle descrizioni dei personaggi e dell'epoca. Trama avvincente.
RispondiEliminaUna favola, una chicca... Stupenda! Semplicemente perfetta!!!
Bravissima!!!
Una delle mie preferite sicuramente!!!
Questa approfondita e resa una long sarebbe meravigliosa. Avere più capitoli per dare spazio alle vicende, ai personaggi, alle descrizioni, renderebbe la storia davvero stupenda. Ho poche parole... Non posso commentare la parte storica perchè non so niente, ma le sensazioni trasmesse sono meravigliose.
RispondiEliminaTi faccio i miei più sentiti complimenti! Bravissima.
ps: sempre con la speranza nel cuore che tu abbia voglia di rendere una long!
Ma è veramente una favola.......brava i miei complimenti!!!
RispondiEliminaÈ stato bellissimo leggerti e forse mi è venuto un dubbio su chi tu sia.......vedremo!!!
Mi è piaciuto molto come hai trasformato i loro nomi, il finale che si allaccia alla favola che tutti conosciamo.....loro due ...... cucciolosi.......
Grazie, un Bacio
JB
Ma che bella e'???
RispondiEliminaMi unisco ai complimenti delle altre.
Storia scritta benissimo e originale l'idea di rivisitare la "bella addormentata".
E ho amato Edward quando alla cerimonia l'abbraccia come a difenderla.
Bravissima davvero e sono curiosa di capire a chi appartiene questa mano
Una vera favola. .......dame e cavalieri, il ravvedimento di Edward, il lieto fine. Decisamente una delle mie preferite. Complimenti! !!
RispondiEliminaCHE.FAVOLA!!!!
RispondiEliminaanche questa rientra a pieno titolo nel mio podio personale!!!!
Bella narcolettica, ma vispa e attenta a tutto.
Edward, stronzo all'inizio ma poi impeccabile e dolcissimo cavaliere alla fine.
Inutile dire che al momento del matrimonio avevo gli occhi a cuoricino più grandi che si siano mail visiti!!!
Scritta bene e scorrevole ha il reso tutto una piccola magia
Bravissima!! Complimenti!!