Clestonfork, 15 novembre 1857
BPOV
Tic. Tic. Tic. Tic.
Il rumore costante della pioggia
che batte al di fuori di queste mura fa da colonna sonora alla mia notte
insonne.
Non potrei dormire comunque.
Tra meno di tre ore sorgerà il sole
e sarà l’alba. L’ultima alba della mia vita.
Condannata a morte per
impiccagione, condannata per adulterio.
Fa freddo in questa cella umida,
fa freddo e ho paura.
Ancora non riesco a credere che
mi abbia fatto questo. L’ho implorato. L’ho pregato di ripudiarmi. Non mi sarei
opposta a nessuna decisione.
Ma mi vuole morta ed è abbastanza
potente da aver ottenuto ciò che voleva.
Non comprendo questo suo astio.
Sono stata una buona moglie. Non l’ho mai tradito. Non ho mai disobbedito.
Sempre al mio posto. Sempre servizievole.
Sposerà Victoria St.John tra meno
di un mese. Tre settimane dopo la mia morte. Come se io non fossi mai esistita.
Non invidio quella donna. James è
un essere gretto e violento. L’unica mia consolazione è che questa esecuzione
non solo libererà lui dalla mia presenza, ma anche me dalla sua.
Morirò oggi, morirò oggi, morirò.
Morirò e non ci sarà nessuno a
piangere per me, nessuno a cui mancherò o che porterà fiori alla mia tomba.
Nessuno. Nessuno. Nessuno.
“Bastardo!” Urlo nella cella
vuota.
Tic. Tic. Tic. Tic. La pioggia
continua a cadere più forte. Il sibilo del vento é spaventoso. Il cielo è nero.
Nero. Nero. Nero.
Osservo la pietanza fredda che
giace a terra. Il mio ultimo pasto.
“Davvero qualcuno è in grado di
mangiare sapendo che dopo poche ore verrà impiccato?”, mi chiedo, inorridita.
Il mio stomaco è come un piccolo sasso duro e puntuto in mezzo al petto. Non
sarei in grado di buttare giù del cibo nemmeno sotto minaccia armata.
Vorrei soltanto avere il coraggio
di ammazzarmi prima che lo facciano loro, ma non c’è nulla in questa stanza che
mi permetta di provarci.
Osservo la finestrella in alto e
le sue sbarre. Mi guardo intorno. C’è soltanto un materasso a terra.
Nient’altro.
Cammino in tondo e, malgrado il
freddo, ho le mani sudate.
Le pulisco contro il tessuto
della mia gonna.
Tic. Tic. Tic. Tic.
Deve esserci un modo.
Tic. Tic. Tic. Tic.
Tra poco arriverà il prete per la
confessione e l’estrema unzione.
Potrei implorarlo di avere pietà.
Potrei implorarlo e chiedergli di finirmi con un colpo di pistola, o di
strangolarmi con le sue mani.
Rido, ad alta voce, della mia
stessa follia.
Mi avvicino alle sbarre, le
afferro e guardo lungo il corridoio. Tutte le altre celle sono vuote. Mi hanno
messa in isolamento: una specie di macabro privilegio per i condannati a morte.
Torno con lo sguardo verso la
piccola finestrella. Tra poco sarà davvero finita. La notte sta lasciando il
posto ad un nuovo giorno e il colore del cielo é ora leggermente più chiaro di
qualche minuto fa.
Improvvisamente al rumore della
pioggia si unisce quello dello scalpiccio degli zoccoli di un cavallo.
Il mio cuore si ferma.
“Sono già qui?”, Mi chiedo.
E il prete? Perché non è sceso a
confessarmi? Morirò così, senza nemmeno aver chiesto perdono a Dio per i miei
peccati?
Il nitrito acuto della bestia mi
fa fare un salto all’indietro.
Non sono pronta. Non sono pronta.
Non voglio morire. Non voglio morire.
No. No. No.
Il mio stomaco si contrae, mi
piego in due, appoggiandomi con una mano al muro di pietra gelida, vomitando
una sostanza acre, amara, vischiosa.
Sento il cigolio di un battente
che si apre e il rumore di passi che si avvicinano.
Pulisco la bocca con la manica
del vestito e mi accuccio in un angolo, con la testa tra le ginocchia, immergendola
nell’ampia gonna che indosso.
I passi sono sempre più vicini,
lenti, cauti.
Sto per morire e il mio corpo mi
tradisce ancora. Il ventre teso, non posso trattenermi oltre, mi bagno come un
neonato, insozzandomi di urina calda. Andrò al patibolo lorda e umiliata.
Ancora una volta privata della mia dignità.
Il rumore metallico della chiave
che gira nella serratura e poi del chiavistello che viene sbloccato, mi fa
tremare.
Sono qui. Sono arrivati. Sono
qui. Mi porteranno via. Sto per morire.
“Siete voi Isabella Swan?”
Che diavolo di domanda è? Se
rispondessi che non sono io mi lascerebbero vivere?
Qualcuno é entrato nella cella,
si é accovacciato al mio fianco e cerca di forzare il mio viso a sollevarsi.
Stringo le braccia con maggior forza intorno alle ginocchia.
Non camminerò mai di mia volontà
verso la forca. Mi ci dovranno portare in braccio, anche perché sono sicura che
le gambe ora non mi terrebbero in piedi.
“Dobbiamo fare presto!”
Sussurra la voce, ferma ma
rassicurante.
Una voce che mi sembra di
riconoscere.
“Non é possibile.”, mi dico.
Sto impazzendo davvero.
L’incubo delle ultime notti si
presenta nitido, ancora una volta, dietro le mie palpebre chiuse.
In piedi, dietro al tavolo
rialzato, il giudice legge il verdetto, senza mostrare alcun segno di emozione
in volto.
I suoi occhi verdi come
smeraldi.
I suoi lineamenti
aristocratici.
La sua altezza imponente.
La sua bellezza
destabilizzante.
“La giuria condanna
Isabella Swan-Lewitt a morte per impiccagione. La sentenza capitale verrà
eseguita all’alba del 15 novembre, nella piazza centrale del paese di
Clestonfork
La voce di mio marito che
si alza tra gli applausi.
“Giustizia è fatta! Muori
sgualdrina!”
Uomini che ridono, mentre
io inizio a piangere e a tremare. Il giudice sposta il suo sguardo di ghiaccio
su di lui, con una intensità tale da zittire l’aula intera.
“Arrestatelo. Che rimanga
in galera fino al 16 novembre per oltraggio alla corte. La seduta è tolta.”
Non può essere lui.
“Signorina Swan, dobbiamo
muoverci prima che sorga il sole. Non abbiate paura. Vi sto portando via.”
Alzo il capo di scatto. Cosa sta
dicendo quest’uomo?
Lo vedo e rimango paralizzata.
Non mi ero ingannata. É lui.
Indossa una lunga cappa nera e ne ha un’altra tra le braccia.
Mi aiuta a rimettermi in piedi.
“Indossatela e seguitemi.”
Faccio come mi dice, anche se mi
gira la testa e fatico a stare dritta sulle gambe. Cerco di non pensare al
fatto che puzzo di vomito e di urina.
“Non mi state portando al
patibolo?”
“Oggi non morirà nessuno. Indossate
questa, per cortesia. Dobbiamo fare velocemente.”
Mi aiuta ad infilare la seconda
mantella, afferra tra le sue dita lunghe e calde la mia mano gelata, mi
trascina di corsa lungo il corridoio, poi scende una decina di scalini e si
incammina dentro ad un cunicolo stretto, che lo obbliga a piegarsi per
potervici camminare senza battere la testa. Dopo un paio di minuti siamo
all’aria aperta.
Sono libera.
Uno splendido stallone nero
aspetta legato ad una corda a pochi metri da noi. La pioggia continua a
scendere copiosa.
Il giudice mi afferra in vita e
mi aiuta a salire in groppa al magnifico destriero, poi salta veloce dietro di
me.
“Tenetevi forte alle redini.”
Dà due colpi secchi di tacco sul
ventre dell’animale e lo spinge a correre.
Galoppiamo in silenzio per non so
quanto tempo, tra alberi fitti, nascosti dal bosco buio, mentre le luci
dell’alba lentamente iniziano a filtrare tra le fronde scure e la pioggia si è
fatta sottile.
Mi sembra si stia dirigendo a
nord, ma non ne sono sicura.
Cerco di stare immobile,
aggrappata alle redini e di non toccare l’uomo dietro di me, per il terrore che
possa improvvisamente notarmi e decidere che ha fatto un errore.
Mi rendo conto d’essere un’idiota
a pensare una cosa del genere, ma sono confusa più che mai: stavo per essere
giustiziata, per volontà di mio marito e per un crimine che non ho mai
commesso, e l’uomo che mi sta salvando é lo stesso che ha emesso la mia
sentenza di morte.
Cerco di tenere gli occhi aperti
e di non spostare le mani, ma non dormo da quarantotto ore e l’emozione
violenta che mi ha tenuta sveglia per tutto questo tempo sta scemando per
lasciare il posto ad una stanchezza profonda. Chiudo le palpebre per brevi
istanti, scivolando in avanti, poi mi tiro su con piccoli scatti, vergognandomi
per il mio cedimento.
Lui sembra accorgersene, emette
un suono profondo e lungo, che obbliga il cavallo a rallentare per andare al
passo e poi fermarsi.
Scende e prende le briglie con
una mano, poi mi porge l’altra per aiutarmi a fare lo stesso.
“State per addormentarvi”, mi
dice con voce priva di emozione, “É pericoloso. Ci fermeremo per un paio d’ore
così potrete riposare.”
“No! Continuiamo... vi prego.”
Lega il cavallo ad un albero.
“Non ci troveranno, state
tranquilla. É tutto finito ora. I miei complici diranno che vi hanno vista fuggire verso sud. Vi cercheranno nella zona
di Charleswood mentre noi, tra poche ore, saremo in Wistonville.”
“É lì che stiamo andando? A
Wistonville?”
“Sì.”
Non ho il coraggio di chiedergli
cosa farò in quella città, senza un marito, una famiglia né amici, senza denaro
e da sola. Una donna ricercata, per giunta. Mi accontento di sapere che sarò
ancora viva.
Lui mi guarda per un istante
negli occhi, come potesse leggermi nel pensiero.
“Vi sto portando in una tenuta
che mi appartiene e nella quale si prenderanno cura di voi.”
Il cuore mi batte forte. Non
posso credere alle sue parole.
“Perché... perché fate questo per
me?”
“Perché siete innocente. Perché
vostro marito è un uomo ricco e senza morale. Un bastardo di prima categoria.
Ecco perché.”
“Come fate a sapere che sono
innocente?”
“L’uomo che ha testimoniato
contro di voi è un delinquente, un assassino, che vive sulle rive del Lago
Shelwood. La giuria era prezzolata e suo marito, lo ripeto, è un bastardo.”
“Lo conoscete?”
“Vagamente.”
“Io... io... non sapevo nemmeno
chi fosse quell’uomo che ha affermato d’essere il mio amante... Che mi ha
accusata di star pianificando l’omicidio di mio marito...”
“Lo so.”
“Non avrei mai fatto una cosa
simile. Non l’ho mai tradito, anche se lui era un violento e senza cuore. Lo
giuro.”
“Ho detto che vi credo e che non
dovete giustificarvi. Quando saremo a Wistonville, ne parleremo. Deciderete voi
cosa volete fare. Se restare nella mia tenuta come parte della servitù, oppure
andarvene. Ora però è meglio che riposiate. Avete rischiato di cadere da
cavallo un paio di volte, per quanto siete stanca. E siete gelata.”
Il giudice tira fuori due coperte
spesse da una sacca appesa lateralmente, lungo la sella del bellissimo stallone.
“Seguitemi”, ordina, mentre si incammina verso una grotta vicina. Vi entra e ne
stende una a terra.
“Purtroppo la legna é bagnata e
non posso accendere un fuoco. Sdraiatevi e copritevi con questa.
Senza più dire una parola, mi
avvicino a lui.
Ha ragione, le gambe non mi
tengono più in piedi e gli occhi faticano a restare aperti. Mi sdraio e mi
addormento in pochi secondi.
Non ho idea di quanto tempo sia
passato, ma quando riapro gli occhi l’ingresso della grotta è illuminato dal
sole. Del giudice nessuna traccia e non so se provare sollievo o terrore.
Quello è l’uomo che mi ha
condannata. Quello è l’uomo che mi ha salvata.
Mi alzo e mi incammino vero
l’esterno. Guardo il cielo: il temporale di questa notte ha lasciato il posto
ad un’incantevole giornata e mi viene da sorridere.
Sono ancora viva.
Ascolto il vento che muove i nudi
rami degli alberi, ascolto il cinguettio dei pochi uccellini coraggiosi che
sono usciti a cercar cibo, poi odo uno strano rumore cadenzato provenire dalla
mia destra e ne cerco con gli occhi l’origine.
Ad una cinquantina di piedi di
distanza da me lo vedo. Sta tagliando legna con una piccola accetta, attaccando
i fusti più sottili. Dietro di lui ci sono già una decina di piccole fascine.
Come se sentisse la mia presenza si volta e mi vede. Lascia cadere a terra
l’accetta e mi viene incontro.
“Buon pomeriggio, Isabella.”
Rispondo con un sorriso ed un
cenno del capo.
“Avete dormito parecchio. Spero
si siate rimessa in forze.”
“Perché state tagliando della
legna?”, trovo il coraggio di chiedere.
“Il mio piano non é andato come
speravo: i miei uomini mi hanno avvisato che una truppa di soldati vi sta
cercando anche da questa parte e non è sicuro spostarsi ora. Per fortuna a
poche miglia da qui c’è una cascina abbandonata e in buono stato, vi arriveremo
in un’ora circa. Ci fermeremo per qualche giorno. Ho già provveduto a farci
portare là del cibo e degli indumenti. Una settimana di sosta dovrebbe essere
sufficiente. Quando le ricerche verranno sospese, e il rischio d’essere
rintracciati sarà quasi nullo, ci recheremo alla mia tenuta e lì decideremo il
da farsi.”
“Non so come ringraziarvi.”
“Non serve. Ora muoviamoci. Se
partiamo adesso, arriveremo al nostro rifugio prima del tramonto.”
Si volta e va a raccogliere la
legna e l’accetta. Poi fa cenno di dirigermi verso il cavallo, che bruca
tranquillo in un prato vicino a noi.
*******************
Come aveva previsto il giudice,
arriviamo a destinazione che è ancora giorno. Ad aspettarci, dentro la piccola
casa in pietra, ci sono due uomini, che come lo vedono entrare gli vanno
incontro con un’espressione di sollievo dipinta
in viso.
“Eravamo preoccupati, signore. Vi
aspettavamo subito dopo pranzo.”
“La signorina Swan era molto
stanca e l’ho lasciata dormire...”
Mi sento in imbarazzo e il mio
viso sembra prendere fuoco. Non riesco ad evitare di scusarmi con tutti. Mentre
lo faccio sento gli occhi di uno dei due su di me e di riflesso lo guardo. Mi
sta sorridendo ed anche il suo incarnato sembra più acceso ora.
“Non vi dovete scusare,
signorina.”, parla il ragazzo, “Ci sono passato anche io. Il giudice mi ha
salvato dalla forca cinque anni fa. I giorni che hanno preceduto la mia
esecuzione sono stati davvero brutti. Non ho chiuso occhio per molte notti e ho
dormito ventiquattro ore filate dopo. Ero in uno stato pietoso,voi invece
sembrate in ottima forma, considerando ciò che vi é accaduto...”
“Basta chiacchierare”, lo
interrompe il giudice, dirigendosi ad aprire nuovamente l’uscio.
“Dovete tornare alla tenuta
immediatamente e fate attenzione a non farvi notare.” Il suo tono é severo e
leggermente stizzito. É la prima volta che lo sento parlare così,da quando mi
ha portata via dal carcere.
“Certamente, signore. Scusatemi.
I vostri abiti e quelli della signorina sono nelle vostre camere da letto.
Abbiamo portato della selvaggina, delle patate, delle mele, del pane fresco e
del vino. Dietro la casa c’è un pozzo d’acqua pieno e funzionante. Abbiamo
sistemato il catino di ferro in cucina. Troverete anche due pentole per cucinare
e le cesoie che mi avevate chiesto. Il camino è acceso e il catino pieno
d’acqua fredda è già pronto in bagno. Basterà aggiungerne della calda.”
“Molto bene. Potete andare. Ci
vediamo tra sette giorni.”
I due uomini obbediscono senza
aggiungere altro e quando escono vedo il giudice rilassarsi visibilmente, poi
voltarsi verso di me.
“Seguitemi... Cominciamo a
sistemare alcune cose...”
Obbedisco anche io, senza
smettere di osservarlo di sottecchi. Sembra che sappia come muoversi
all’interno di questa piccola casa.
“Per prima cosa mettiamo altra
legna nel camino”, dice, "non vorrei dover passare una seconda notte al freddo e
ci serve dell’acqua calda per il suo bagno. Dopo prepareremo la cena. Abbiamo
bisogno entrambi di mangiare...”
“Mi occuperò io di preparare
qualcosa con quello che c’è. Sono brava in cucina.”, lo interrompo.
“Eccellente.”
Mi guarda per un attimo con una
strana intensità, poi abbassa lo sguardo.
La sua espressione si fa più
tenera, quasi preoccupata: “Isabella, quello che sto per dirvi non vi farà
piacere. Purtroppo rischiamo che qualche soldato passi di qui e vi veda.
Dobbiamo fare in modo che non vi riconoscano. Gli abiti che vi ho fatto portare
sono indumenti da ragazzo e dovrò tagliarvi i capelli corti...”
Mi viene da sorridergli, perché
sembra davvero mortificato per ciò che ha detto.
“Ricresceranno, signore. Voi mi
avete salvato la vita. Se fosse necessario, andrei in giro vestita da uomo e
con i capelli rasati per il resto dei miei giorni...”
Lui mi guarda, e risponde al mio sorriso,
più sereno.
“Ricresceranno, infatti. E non
sarà necessario che andiate in giro vestita da ragazzo per lungo tempo.
Nell’arco di poche settimane tornerete ad essere una donna bel... una donna.”
Si volta di colpo, dandomi la
schiena, e lo sento tossire leggermente. Poi riprendere a parlare: “Diamoci da
fare. Prima avremo finito con il bagno, prima potremo mangiare...”
Al solo sentir parlare di cibo il
mio stomaco brontola, la testa mi gira e mi viene l’acquolina in bocca. Ma non
dico nulla. Non vedo l’ora di fare quel bagno e levarmi di dosso tutto il
lerciume accumulato negli ultimi giorni di carcere. Senza contare che dentro
casa l’aria è comunque tiepida e tra poco il mio odore vomitevole diventerà
insopportabile.
********************
EPOV
Isabella Swan.
Un evento ingiusto e crudele l’ha
riportata nella mia vita. Niente meno che nella mia aula. Accusata dal marito
di tradimento. La sposa plebea di un piccolo nobilotto del cazzo e per questo
condannabile alla forca.
So come vanno a finire queste
cose.
Se non avessi emesso quella
sentenza, avrei attirato l’attenzione dell’aristocrazia locale e comunque il
suo destino non sarebbe cambiato. Il marito l’avrebbe ammazzata con le sue
mani, facendone sparire il corpo e dichiarando che era fuggita. Ha chiesto
l’intervento della legge solo perché è un
maledetto sadico, pieno di sé. Niente di più. Niente di meno.
Conosco questo tipo di bastardo.
Non si sarebbe fermato.
Leggere quella condanna a morte e
vedere il volto pallido e disperato di Isabella trasformarsi in una maschera di
terrore, mentre le parole uscivano dalla mia bocca, è stata la cosa più
difficile che io abbia mai dovuto fare.
Ho tenuto duro solo perché sapevo
che nulla di ciò che stavo dicendo sarebbe accaduto.
Poi ho organizzato nei dettagli
la sua fuga con l’aiuto dei miei due collaboratori più fidati: Jacob e Alistar.
É innocente, Isabella. Ma anche
se fosse stata colpevole l’avrei salvata. Non avrei mai permesso che morisse.
Non lei.
Non mi ha riconosciuto, il che da
un lato è un bene, dall’altro, forse, ferisce il mio amor proprio. Ma lei era
una bambina allora, non può ricordare.
Ed oggi... è una donna. Una donna
bellissima.
Anche sporca, vestita di abiti
stracciati, con i capelli luridi, é in grado di far prendere fuoco ad ogni
cellula del mio corpo.
Era la figlia di Reneé Drewer, la
governante che la mia famiglia aveva al proprio servizio quando io ero solo un
moccioso.
Era la bambina che osservavo da
lontano, nascosto dietro le pesanti tende della mia camera, durante le pause
che mi erano concesse dai miei tutori. Non avevo il permesso di giocare con
lei, quindi mi limitavo a guardarla, mentre correva felice sotto la pioggia o
sotto il sole. Non le ho mai parlato e l’ho intravista di rado di persona. Era
molto più giovane di me, eppure da ragazzo era diventata la mia ossessione.
Lei e la madre si erano
trasferite a nord quando io avevo diciotto anni e stavo per partire per
Cambridge, alla volta del King’s college, come tutti i maschi della mia
famiglia.
Erano sparite dall’oggi al
domani, lasciando un vuoto doloroso che era durato mesi.
A Cambridge avevo iniziato a
dimenticarmene, poco a poco, fino a scordarmela del tutto.
Molte donne, molte avventure, una
nuova vita, il successo, e l’immagine di quella ragazza mora dalla pelle
diafana era scomparsa dalla mia testa, per riapparire dieci anni dopo, in
ginocchio e a testa bassa, davanti a me in un aula di tribunale.
Cristo santo... i pantaloni che
indosso sono troppo stretti per potermi concedere pensieri come questi. O forse
è il saperla nuda, immersa nell’acqua, a pochi metri da me, a crearmi questo
piacevole disagio.
Mi sono sempre considerato
un gentiluomo, ma questa donna...
Mi avvicino alla porta del bagno,
che fortunatamente é difettosa e non si può chiudere del tutto, e non resisto
alla tentazione di spiarla.
É immersa nell’acqua tiepida, ad
occhi chiusi, con la testa reclinata all’indietro.
Vorrei allontanarmi, vorrei
provare vergogna, e invece sento solo un estremo, incommensurabile, piacere.
Con un gesto riflesso afferro la
mia erezione attraverso il tessuto dei pantaloni.
“Da quanto tempo non vado
con una donna? Saranno mesi.”
mi dico. “E
questa settimana sarà una tortura, lo so. Resistere alla tentazione di
prendermi ciò che desidero, come sempre faccio senza molti sforzi, sarà
un’impresa molto difficile.
Basterebbe così poco. Io
sono un nobile. Io le ho salvato la vita. Potrei ordinarle di infilarsi nel mio
letto per sdebitarsi e lei non esiterebbe a farlo. Da come mi guarda, poi, sono
certo che lo farebbe anche volentieri... Ma non lo farò. Mi accontenterò di
guardarla, come sto facendo ora.”
La osservo afferrare il panno di
cotone che le ho lasciato per lavarsi, iniziare a massaggiarsi le braccia e poi
sollevare le gambe, una per volta. Quando si mette in piedi per dedicarsi ai
seni, al ventre e alle natiche quasi vengo.
Non so se è a causa del respiro
che non riesco a controllare bene o perché la porta ha fatto un lieve rumore,
ma lei si volta, e tiene lo sguardo fisso nella mia direzione.
Mi sto ingannando. Non può
vedermi: io sono al buio e la stanza da bagno è illuminata dalla luce di una
candela, eppure sembra che mi stia fissando.
Rimango immobile, paralizzato
dall’imbarazzo che ora provo, ma non riesco a staccare gli occhi dal suo viso,
che mi pare in questo momento molto più colorito di prima.
Alla fine é lei che abbassa lo
sguardo e appoggia un piede sul bordo del catino, continuando a lavarsi come se
nulla fosse, girandosi poi di schiena e alla fine reimmergendosi in acqua.
Solo in quel momento faccio due
passi indietro, sperando che lei finisca al più presto di lavarsi, che l’acqua
sia ancora tiepida per me e che io possa avere la possibilità di darmi una
pulita usando la sua.
Per quanto lorda é sempre meglio
di niente.
Isabella esce dal bagno venti minuti
dopo, con indosso il paio di pantaloni da ragazzo che le ho lasciato e una
spessa maglia in lana. I capelli raccolti dentro un telo e le cesoie in mano.
“Dobbiamo tagliarli, giusto?”
Dice con il volto sereno, liberando le lunghe ciocche bagnate dall’abbraccio
del cotone, mentre mi allunga le lame affilate.
“Sì, mi dispiace.”
“Da sola non ne sono in grado, mi
chiedevo se voi potreste darmi una mano.”
Mi dimentico dell’acqua che si
sta raffreddando e la raggiungo.
“Sedetevi su una sedia, Isabella.
Cercherò di fare del mio meglio. Prima però cercate di metterli in ordine. Sarà
più semplice per me tagliarli.”
Si passa le dita tra i capelli e,
lentamente, in qualche modo li pettina.
Una volta finito di sistemarli,
appoggia le mani alle ginocchia, chiude gli occhi e reclina leggermente il capo
all’indietro, esponendo alla mia vista il collo candido. Mi chiedo come
reagirebbe se la baciassi in quella conca delicata tra la mandibola e il collo,
se passassi la mia lingua lungo la linea definita di quel tendine teso, per poi
scendere, lentamente fino ai suoi seni. E mi accorgo troppo tardi dell’errore
che compio nell’indulgere in pensieri come questi, quando il mio povero uccello
viene attraversato dall’ennesima scossa di piacere e si fa nuovamente duro come
la pietra.
Mi avvicino a lei nervoso, con le
mani che tremano leggermente. Afferro i capelli bagnati in un pugno stretto e
per un secondo ne tasto la consistenza corposa, poi, con un’unica sforbiciata,
li taglio, trasformando la lunga chioma in un misero caschetto. Da lì inizio a
fare ciò che posso per darle un’aspetto maschile credibile. E per riuscirci al
meglio mi devo avvicinare molto al suo viso e a quelle labbra sulle quali ho
fantasticato per tutta la mia adolescenza. Sono rosse, polpose e morbide. Sono
perfette e lo sarebbero ancora di più appoggiate sulla mia bocca o avvolte
intorno al mio cazzo che ora sta per bucare il tessuto dei pantaloni.
“Ahia...”
“Scusatemi... ero distratto...”
I nostri volti sono vicinissimi e
le sue pupille si sono così dilatate da rendere i suoi grandi occhi quasi del
tutto neri.
“No... non mi avete fatto male...
Solo un leggero pizzicotto, niente di più... Mi avete presa di sorpresa...”
Mi sollevo e appoggio le cesoie
sul tavolo, tirando giù una mezza dozzina di santi in un sibilo quasi
impercettibile. Non sono più in grado di continuare a tagliarle i capelli. Se
le resto accanto ancora un minuto la sdraio su questo piano in legno e la fotto
senza più nemmeno provare a trattenermi.
“Ho finito, Isabella... Volete andare
in bagno a guardarvi allo specchio?”
“Preferisco di no. Sarò orribile.
Andate voi, signore. Io preparo la cena. Sto morendo di fame...”
La verità è che non è orribile.
Non lo è affatto. Il suo viso, così delicato, è perfetto anche incorniciato da
un taglio maschile. E mi rendo conto che non potrebbe comunque passare per
maschio nemmeno la rasassi a zero. Ma preferisco non preoccuparmene. Non ora.
Mi aspetta un momento di intimità
con me stesso, poi un bagno freddo e una cena calda accompagnata da buon vino.
Molto buon vino, possibilmente, tanto da stordirmi e permettermi di dormire,
pur con lei a pochi metri da me.
********************
BPOV
Non sono mai stata così felice.
Mai come ora in compagnia di un uomo che quasi non conosco e che mi ha stravolto
la vita.
Il mio matrimonio è stato un
incubo dal primo giorno, e mi sembra paradossale che a liberarmene sia stata
una condanna a morte.
Mi sembra incredibile che la
bocca che la emessa, sia la stessa che desidero baciare ogni minuto della mia
giornata. Che vorrei su di me in ogni parte del mio corpo. La stessa che quando
pronuncia il mio nome mi fa provare contrazioni di piacere insopportabili.
In questi giorni ho passato ogni
momento del giorno insieme ad Edward, separata da lui solo di notte, ed ogni
sera salutarlo per andare a rinchiudermi nella mia stanza é diventato un
compito progressivamente più arduo.
Il mio desiderio per lui è
doloroso.
Possibile che mi sia già
innamorata?
In così poco tempo?
O è solo attrazione? Forse sì.
Forse è solo un’attrazione innegabile e ingestibile, quella che fa battere il
mio cuore veloce, che mi spinge ad avere pensieri sconvenienti. Che mi fa
dimenticare del fatto che io sia stata una signora per bene, sempre rispettosa
di regole ed etichetta.
Ma quest’uomo...
Vedo come mi guarda, so di non
ingannarmi. So che mi spia quando sono in bagno per lavarmi. Sento i suoi occhi
su di me, quando pensa che io non me ne accorga. E so che domani tutto questo
potrebbe finire.
Mi ritrovo a sperare che i
soldati stiano ancora battendo questa zona, mi ritrovo a sognare d’essere
obbligata a restare prigioniera in questa povera cascina per sempre. Con lui.
Ma so anche che devo prepararmi
ad affrontare la realtà e che l’unica cosa che posso fare é quella di godermi
gli ultimi istanti che abbiamo ancora insieme.
Ieri siamo andati a caccia ed
Edward ha catturato due lepri e un fagiano.
Li ho puliti e marinati e li ho
cucinati con vino rosso e spezie. Di contorno ho preparato le solite patate
arrosto. Da bere lo stesso delizioso vino utilizzato per la selvaggina.
Ho iniziato a berlo mentre
cucinavo, perché avevo bisogno di distrarmi da tutto.
Dal pensiero di lui, immerso
nell’acqua calda del bagno che gli ho preparato. Dal pensiero che domani tutto
questo finirà e torneremo ad essere due estranei. Lui un giudice nobile, io una
serva senza nome.
In questi giorni mi ha chiesto
molte cose. Dove sono cresciuta, quando mi sono sposata, perché. Com’era la
famiglia nella quale ho passato la mia infanzia, se me la ricordavo. Come è
stato il mio matrimonio, che tipo di marito era James, perché non ho avuto
figli.
Mi ha raccontato di sé.
Abbiamo scoperto d’essere
cresciuti nella stessa contea e, anche se ricordo pochissimo di quel periodo,
so per certo d’essere stata felice in quel tempo. So per certo d’aver sofferto
molto quando mia madre ha deciso di andarsene per sposarsi in seconde nozze con
un uomo che abitava lontano ai luoghi della mia infanzia.
Mi ha chiesto se ricordassi
qualcosa della famiglia presso la quale lei lavorava. Ho risposto che non li
vedevo mai. Ma che il resto del personale ne parlava molto bene. Sono sicura
che siano state persone gentili, ma ho confessato che non rammentavo quasi
nulla, a parte la bellissima casa e i boschi che la circondavano.
Mi ha chiesto come si chiamava
questa famiglia, ma nemmeno questo sono riuscita a ricordare. Ero solo una
ragazzina che passava il tempo a giocare e a correre nei prati, insieme agli
altri bambini della servitù. Di loro mi ricordo, il resto é avvolto nella
nebbia.
Mi ha chiesto se ero intenzionata
a rimanere per un po’ nella sua tenuta, una volta che fossimo arrivati a
Wistonville. Gli ho risposto che non avevo nessun altro posto in cui andare.
Non ho avuto il coraggio di dirgli che comunque non sarei andata da nessun’altra
parte nemmeno ne avessi avuto la possibilità, perché é accanto a lui che voglio
restare, anche solo come una serva.
Ma per questa sera, per
quest’ultima sera, saremo ancora una volta soltanto Edward ed Isabella, un uomo
e una donna alla pari, insieme nel bene e nel male.
Sono riuscita a trovare una
vecchia tovaglia e delle candele, in una cassapanca della cucina, nascoste
sotto altre fascine di vecchia legna. Ho lavato la tovaglia e l’ho usata per
vestire la nostra piccola tavola. Il fuoco scalda e profuma l’aria, le candele
rendono l’atmosfera, di questa piccola stanza intima e sensuale. E io, come una
stupida, cerco di rendermi attraente, mentre lascio il cibo a riposare per noi
sul fuoco lento, e aspetto che Edward sia pronto per la cena.
Ho preso un po’ di carbonella e
del ribes. Della prima ne ho fatto della polvere nera per gli occhi, del
secondo un succo rosso acceso per le labbra. Ho tirato fuori l’abito che
indossavo una settimana fa in carcere, ho lavato anche quello e, solo per
questa sera, mi vestirò da donna.
Ho acconciato i capelli nel modo
più femminile possibile, adornandoli con rametti fioriti di erica che Edward ha
trovato nel bosco. Mi guardo nello specchio opaco e rotto che ho in camera. E
bevo dell’altro vino per darmi coraggio.
Perché per quello che intendo
fare ce ne vuole molto.
Infine sento la sua voce che mi
chiama ed esco.
*************************
EPOV
Quando arrivo in cucina, vedo la
tavola addobbata, le candele accese, e sento il profumo della deliziosa cena
che Isabella ha preparato per noi.
Non posso accettare che tutto
questo finirà. Non voglio. Ho vissuto meglio qui con lei, in questa lurida
catapecchia, che in qualunque altra bellissima tenuta io possieda.
Abbiamo passato ogni momento
insieme e vorrei che domani non arrivasse.
Isabella mi ha garantito che
rimarrà con me, che accetta volentieri la mia proposta d’essere parte della
servitù, che si sdebiterà in ogni modo con me per averle salvato la vita.
Ma io non voglio questo. Non la
voglio come serva. Non voglio che domani un Alistar o un Jacob la corteggino e
la chiedano in moglie. E so che non ci vorrà molto perché ciò accada.
Non lo posso permettere.
Non mi spaventa lo sfidare le
regole rigide della nostra società. L’ho già fatto cinque anni fa, rifiutandomi
di sposare la figlia del conte Denaller, la bellissima e freddissima Katherine,
e arrivando a quasi trent’anni celibe e senza eredi.
Penso che invece sposerei
Isabella senza pensarci un attimo. E se la mia famiglia non dovesse accettarla,
prenderei tutto il denaro che possiedo e scapperei lontano con lei.
Mi accontenterei anche di vivere in questa casupola per
sempre, pur di averla accanto ogni giorno e nel mio letto ogni notte.
Ma questi sono solo sogni
infantili, mi dico, cercando di tenere a freno la mia fantasia senza limiti,
accontentandomi di sapere che mi seguirà comunque a Wistonville e magari con il
tempo...
La chiamo, dunque, pronto a
godere della nostra ultima serata insieme.
Quando appare in cucina mi devo
trattenere dal correrle incontro, caricarmela sulle spalle e portarmela in
camera da letto. Ha indossato il bell’abito che aveva la notte in cui l’ho
fatta evadere dal carcere. É pulito ora e, seppur stropicciato, le sta
d’incanto, avvolgendole i fianchi, enfatizzandone le forme femminili, mettendo
in mostra un decolleté perfetto. I capelli, per quanto corti, sono acconciati
in modo molto femminile e i suoi occhi sono belli e letali, truccati di nero
intenso.
“Cosa hai...? Come...?”
Mi si avvicina lentamente, con
uno sguardo strano, profondo, caldo. Sembra lo specchio del mio.
“Accomodatevi, mio signore.”,
risponde, arrossendo in viso
“Non devi chiamarmi signore,
Isabella... Puoi chiamarmi Edward, lo sai”
Mi guarda dritto negli occhi.
“Devo e voglio. É l’ultima sera
insieme. Deve essere memorabile, non credete?”
Si volta e si dirige verso il
fuoco per prelevare il cibo caldo. Ho l’impressione che muova i fianchi in modo
più accentuato del solito... e c’è da dire che madre natura le ha donato un
oscillare molto femminile e suggestivo già di suo.
“Concordo, Isabella.”, le
rispondo tentando di stare al gioco, per quanto mi metta a disagio pensare che
lei ne stia conducendo uno speculare al mio.
Mi serve, inclinandosi verso di
me, mettendo il suo seno ad un niente dal mio viso.
Prendo il bicchiere colmo di vino
e lo bevo per intero, tentando di calmare i miei nervi. Me ne serve
immediatamente dell’altro e se ne versa uno anche per sé. Poi mima il mio gesto
di prima. Lo beve tutto mentre continua a guardarmi con occhi intensi, caldi e
neri come l’inferno.
E mi chiedo dove sia andata a
finire la giovane spaventata donna che ho salvato meno di una settimana fa...
************************
BPOV
Abbiamo cenato e bevuto. Bevuto
parecchio entrambi.
Ma non ho avuto il coraggio di
andare fino in fondo.
Ho sperato fino all’ultimo che il
passo definitivo lo facesse lui ma, dopo aver flirtato per tutta la cena, alla
fine si è alzato da tavola, bofonchiando che era molto stanco e che l’indomani
ci avrebbe aspettato una giornata lunga e faticosa.
Che era meglio così, ha detto.
Meglio andare a dormire presto.
Dopo aver rassettato la cucina e
dato un’ultima ravvivata al fuoco, mi sono diretta in bagno per prepararmi per
la notte.
Mi sono avvicinata alla porta
chiusa, o per meglio dire socchiusa, visto che la serratura non funziona,
interdetta.
Ci siamo dati la regola che la
porta accostata significa bagno occupato, eppure Edward è andato a letto più di
un’ora fa, dovrebbe dormire da un pezzo.
Mi sono avvicinata con il viso
alla fessura e ciò che ho visto ha stravolto ogni mio buon proposito.
Edward era appoggiato al muro,
con i pantaloni che usa per dormire alle caviglie. In mano si teneva il... suo
grosso... enorme anzi...membro... Si stava masturbando lentamente,
meravigliosamente.
Non ho mai visto un uomo farlo da
solo.
James lo faceva fare sempre a me.
E non era facile. Non solo perché
lui mi faceva orrore, ma perché il suo sesso era così mediocre da rendere la
pratica complicata e lunga. Era comunque qualcosa a cui mi piegavo volentieri,
non che avessi altra possibilità, sapendo che almeno mi sarei risparmiata lo
strazio di un amplesso veloce e insoddisfacente.
Invece Edward teneva in mano una
cosa... una cosa... che.... che... Dio... era così differente da quello di
James. Grosso, dritto, perfetto.
Non mi ero accorta d’essermi
appoggiata alla porta e, senza che io potessi fare nulla per evitarlo, ero
inciampata all’interno del bagno, proprio quando lui sembrava avere preso un
ritmo più deciso e il suo respiro si era fatto decisamente più travagliato.
Aveva fatto un salto all’indietro
e io avevo urlato, imbarazzata e costernata, portando le mani sulla bocca, ma
incapace di smettere di osservarlo. Di osservare quel sesso meraviglioso tra le
lunghe dita di Edward.
“Isabella...”, il mio nome era uscito dalle sue
labbra come un rantolo roco.
“Scusatemi...” avevo sussurrato,
mentre guardavo la sua mano, che si era fermata e aveva lasciato andare la
portentosa erezione.
Il suo membro svettava comunque,
sfidando la forza di gravità, duro come il marmo.
“Scusami tu...”, mi aveva
risposto con voce strana.
Si era tirato su di fretta i
pantaloni, tenendoli con una mano e poi mi si era avvicinato.
In un attimo ero contro la porta, con il suo corpo premuto al mio e la sua lingua dolce e calda in bocca.
In un attimo ero contro la porta, con il suo corpo premuto al mio e la sua lingua dolce e calda in bocca.
EPOV
“Dio... sì...”, mi lascio
scappare dalle labbra alla fine del bacio più sensuale della mia vita, un bacio
che ha avuto il potere di mandarmi in estasi, mille volte meglio di ogni
scopata io abbia mai fatto in tutti i miei anni da scapolo impenitente.
“Sapevo che non avrei potuto
farcela con te. Lo sapevo dall’inizio, e Dio solo sa se non ci abbia provato...
Ma ora...”
“Non devi più fermarti Edward.
Solo per questa notte. Una notte soltanto, poi tutto tornerà come prima...”, mi
dice, mentre spinge il suo ventre caldo contro di me.
“Non sai cosa mi stai
chiedendo...”
“Lo so benissimo, invece.”
Senza che io possa fare nulla per
fermarla la sua mano destra si infila nei miei pantaloni, ancora lassi in vita
e afferra con sicurezza il mio cazzo di marmo. Con l’altra provvede ad
prendermi per i capelli e a riportare le sue labbra sulle mie.
“No... non devi... non così...”,
le gemo in bocca.
“Allora portami a letto. Ora. Non
lo dirò a nessuno. Nessuno saprà di noi, di questa notte.Te lo giuro sulla mia
vita. Ma non farmi aspettare ancora, potrei morirne...”
Il secondo dopo la prendo per
mano e la trascino nella mia camera da letto.
É a pochi passi da me e apre il
corpetto del vestito, esponendo i suoi seni ai miei occhi. Poi lo fa scendere
lungo il corpo, fino a che non rimane vestita solo di un paio di mutandoni in
cotone bianchi. Slaccia anche quelli e mi si avvicina, completamente nuda e a
suo agio. Con le mani solleva la lunga maglia in lana grezza che copre il mio
torso, mentre io alzo prima un piede e poi l’altro, per liberarmi dai pantaloni
che ho di nuovo alle caviglie.
Non ci saranno più di dieci gradi
in questa camera eppure la mia pelle sembra andare a fuoco.
Si mette sulle punte dei piedi e
riprende a baciarmi, avvinghiando le braccia gentili intorno al mio collo.
La prendo in braccio, senza
interrompere il bacio e la adagio sul copriletto in pelliccia.
“Sei bellissima.”, dico in un
soffio, prendendomi ancora un attimo per guardarla.
“Infilati sotto le coperte...”,
le ordino e poi la seguo prendendola subito tra le mie braccia e ricominciando
a baciarla, già schiavo delle sue labbra.
Come farò a rinunciare a
lei dopo questa notte?
Come se avesse il potere di
leggermi nel pensiero, sussurra ad occhi chiusi la sua promessa d’amore e
lussuria: “Sarò tua. Questa notte e tutte
quelle che vorrai. Me ne andrò solo se sarai tu a volerlo. Solo quando la mia
presenza diventerà per te un ingombro. Fino ad allora potrai fare di me ciò che
vorrai.”
“Ti voglio, Isabella. Ti ho
voluto fin da quando ero un ragazzo. E sono sicuro che ti vorrò ancora.
Troveremo un modo. Te lo prometto.”
Si discosta da me e mi guarda con
occhi confusi. “Cosa stai dicendo?”
“So chi sei Isabella Swan. Sei la
ragazzina che ha riempito le mie fantasie di adolescente, sei l’unica che abbia
mai avuto il potere di farmi battere il cuore. Non so come dirtelo ma io...”
“Tu sei Edward... quell’Edward...
il figlio dei padroni... che stupida!”
Ho paura che ora si arrabbi, che
pensi a tutto questo come un perverso piano per entrare sotto la gonna di un
sogno proibito. Invece mi sorride e si sistema sopra di me, accarezzando il mio
cazzo duro con il suo sesso caldo e bagnato.
“Come ho fatto a non
ricordarmi... Edward Cullen... Cullen come la famiglia per la quale lavorava
mia madre... Sei tu... il ragazzino biondo che stava sempre alla finestra...”
“Guardavo te...”
“E io ti cercavo con gli occhi
ogni volta che uscivo in giardino...”
“Ti desideravo già allora... che
Dio mi perdoni...”
“Che Dio ti benedica, invece...”
Non mi accorgo che si è
posizionata in linea perfetta con la mia erezione, se non quando scivola lenta
verso di me, prendendomi tutto dentro.
“Cristo... Isabella...” É più stretta di una vergine e più calda del
fuoco.
Geme e strizza gli occhi per un
lungo istante, mentre entrambi stiamo immobili. Lei tentando di abituarsi alla
mia dimensione, così sproporzionata rispetto al suo corpo, io per non venire
immediatamente.
Poi riprende a muoversi, seguendo
un ritmo languido e regolare, riprendendo a parlare con voce spezzata dal
piacere: “Edward... Edward... Edward... anche io sognavo di te, lo sai? Ti
intravedevo... dietro quelle tende scure... Eri già così bello... così... ah...
uomo... Ma eri un ragazzo che non sarebbe mai potuto essere mio... Questo lo
sapevo...”
Con un colpo di reni la impalo
fino in fondo e poi la giro per metterla sotto di me.
“Ti sbagli. Ero già tuo
allora...”, ricomincio a muovermi lentamente dentro di lei. “E ho sognato di
fare questo per molto tempo... infinite volte... e... Dio... sapevo che sarebbe
stato incredibile... ma così è troppo... Cristo... non riuscirò a controllarmi
ancora per molto...”
“Non lo fare allora. Non ti
controllare...”
“Voglio vederti godere prima...”
Mi guarda stranita, come se
nemmeno sapesse di cosa sto parlando. Scommetto che quell’inetto di marito non
ha mai saputo darle il piacere che meritava.
E allora allungo una mano e
raggiungo il punto in cui ogni donna nasconde il segreto del proprio godere, e
mentre mi muovo piano, nella speranza di non venire ancora, lo massaggio,
facendola gemere sempre più forte, fino a che non la sento ansimare il mio nome
e contrarsi intorno a me.
“Dio... Dio... Oh.... mio
Dio....” sussurra ad occhi serrati.
Sto per scoppiare e mi dimentico
di tutta la grazia e la pazienza che ho avuto fino ad ora, appagato nell’avere
visto il suo volto contratto in una smorfia di piacere. Deciso a prendermi il
mio.
Affondo con colpi decisi e
improvvisamente veloci tra le sue gambe avvinghiate intorno alla mia vita.
Facendo leva sulle braccia per fotterla meglio. I suoi occhi si spalancano e
proprio mentre riverso tutto il mio seme dentro di lei, sento la morsa del suo
sesso farsi di nuovo violenta e il suo respiro diventare un grido acuto.
Crollo, esausto, sopra il suo
corpo sudato e affondo il mio viso sul suo collo esposto.
“Edward...”, mi chiama con voce
spenta e dolce.
“Dimmi...”
“Cosa accadrà domani?”
“Sorgerà di nuovo il sole,
Isabella”.
FINE

Sono senza parole da quanto mi piace. Mi sono rispecchiata molto in Bella specialmente nel suo astio contro l'ex che voleva giustiziarla per avere una nuova moglie come Enrico VIII d'Inghilterra!
RispondiEliminaEdward, Edward se ci fossero più uomini come lui il mondo sarebbe decisamente migliore
Bell'ambientazione per questa storia affascinate...Mi piace molto l'Edward bastardo che poi diventa il Salvatore di Bella :-D Brava
RispondiEliminaScrivi molto bene, soprattutto l'inizio mi ha davvero dato i brividi. La descrizione di Isabella condannata a morte ingiustamente è incredibile! E ho trovato molto romantica la convivenza tra Edward e Bella, soli e lontani da tutto, nella casetta in pietra, finalmente uno nelle braccia dell'altra.
RispondiEliminaFederica - Fede13
Credo di sapere chi sei... il tuo modo di scrivere mi è entrato dentro da un po'. Per quanto sia fuori dai tuoi canoni non credo di sbagliare. La maestria che conosco è tra le righe di questa storia pulita, intensa e dolce, intrisa di quel pizzico di ansia dovuta ad una condanna a morte ma che sa anche essere ricca di un sentimento vero che sarà la salvezza di entrambi.
RispondiEliminaBravissima come sempre... e se non sei tu è qualcuna che ha imparato da te...
Stupenda!
RispondiEliminaLa divido in due momenti distinti perchè mi hanno dato 2 tipi di emozione diversa: nella prima parte mi ha travolto il puro senso di disperazione di lei, che hai descritto in maniera eccellente. Ho visto gli abiti, la sporcizia, l'ambiente ostile e ho letteralmente respirato l'angoscia di lei. Poi arriva lui. Non so dirti di preciso cosa, ma quest'uomo dominatore degli eventi, giudice per tutti e salvatore degli innocenti, finora è l'Edward che mi ha presa di più. E qui arriviamo alla seconda parte: i suoi modi bruschi, il suo desiderio di lei malcelato e la sua passione trasudano in ogni azione ed è eccitante da morire. Lei lo vuole e tenta di sedurlo, ma... lui è bell'e sedotto da 'na vita e gnaa fa un minuto di più. Ed è esattamente così che deve andare.
Spettacolare da film.
-Sparv-
Non è bella!!!
RispondiEliminaÈ una delle cose più belle che io abbia letto!!! E sei sempre tu! Non sbagli un colpo!!! Lo so chi sei e non è colpa mia se lo so... Sei riconoscibile in ogni piccola espressione e gemito!!!
E so che ti amo ad ogni fottuta riga che scrivi! Malefica!!!
Stupenda la trama. Approfonditi e sinceri, accattivanti, i personaggi... Precisa l'ambientazione e.... Adesso fili a scrivere che succede quando sorge il sole!!
Per me hai già vinto almeno un paio di sezioni!!
Lo stile è inconfondibile e naturalmente impeccabile. La storia è intrigante e intensa e Edward fa male anche solo a pensarlo nelle vesti che sempre scegli per lui e che regolarmente gli strappi di dosso. Angst fino all'osso. Personaggi delineati e pieni di carattere, ambientazione molto accurata e situazioni come sempre eccitanti e travolgenti. Che dire....bellissima.
RispondiEliminatzè, pensavi che non ti beccavamo questa volta? E invece mi sa che come per quell'altra autrice.... di cui noi non facciamo nomi, pure tu porti la tua firma tra le righe. Questa poi... diciamocelo... è un po' nel tuo stile, anche se forse hai cercato di mascherarlo un pochino... alla fine non ci sei riuscita così bene se ti abbiamo scoperto. Io sono certa di chi sei, se poi mi sbaglio pagherò pegno in qualche modo, ma non credo proprio di potermi sbagliare!
RispondiEliminaDalle prime righe avevo già immaginato chi potesse celarsi dietro questa storia, perchè fin dalle prime righe sono rimasta completamente folgorata dallo stile e dal modo di trascinare il lettore dentro la storia. Non so se questa è la mia preferita... ma ha qualcosa... ha un chè di speciale per me. In altre storie Bella è quella forte, quella che resiste, che fa un passo in avanti, due, tre o cinquanta. E' la donna che prende l'iniziativa, è quella che salva, è quella che trascina... in questa invece... è Edward il centro di tutto. Lui la salva, lui la condanna e poi corre a salvarla perchè in passato lui la osservava dalla finestra e si ricordava di lei. Posso dire che anche questo è un tuo tratto caratteristico? Potremmo parlarne in privato della tua firma, di come fai a rendere così speciale ogni cosa che scrivi, così magari ti rubo il segreto! ahahaha A parte gli scherzi... di differente in questa shot c'è che Bella è colei che deve essere salvata, colei che viene salvata. Ed io vorrei, per il tempo di questa lettura, per tutte le volte che la leggerò in futuro, vorrei davvero sentirmi salvata. Non dovermi preoccuparmi di nulla, solo di essere trascinata via e sentirmi riconoscente a qualcuno, perchè mi ha portata in salvo, lontana dalle difficoltà, occupandosi di me.
E' romantica, tenera a modo suo, profonda a modo tuo, e con quel pizzico di hot meraviglioso che sai rendere sempre speciale anche in storie più delicate.
Se non è la mia preferita ci si avvicina ad esserlo. Mi è entrata nel cuore.
Complimenti, come ogni volta....chissà che magari finito il contest questa non venga pubblicata da qualche altra parte magari più approfondita in qualche scena... in qualche dialogo...
Non smetterei mai di leggerti.
Bravissima, come sempre.
Sto scrivendo questo commento con una sola mano, con l'altra mi sto fustigando per averti erroneamente attribuito un altra shot...a mia discolpa posso dire che non ero ancora arrivata a leggere questa. Qui ci sei tu, si percepisce in ogni parola, perfino negli spazi, nella lunghezza dei periodi, in tutto e come sempre fai centro. Molto ben scritta, personaggi con caratteri curati ed azioni coinvolgenti. Forse ai fini del contest è un difetto, ma in generale è un pregio la riconoscibilità di certe autrici, è un marchio e di certo una garanzia per il lettore.
RispondiEliminaAnche io credo di aver capito quale mente si cela dietro questo racconto ;-)
RispondiEliminaDavvero intenso, la prima parte è sensazionale nella descrizione dello stato d'animo di Bella, l'ho sentito sulla pelle!!!
Se dovessi votare ti darei 3 punti <3
Che angst!
RispondiEliminaCosa posso dire? Concordo con tutto quello che hanno detto le altre!
Geniale!
Così dura e allo stesso tempo così dolce ,storia meravigliosa .
RispondiEliminaBellissima. Non sarà storicamente approfondita, dettagliata o con riferimenti estremi ma è comunque una delle migliori che ho letto.
RispondiEliminaMi è piaciuta la storia in generale ma l'inizio è stato particolarmente coinvolgente. Mi è sembrato di vivere le sensazioni di Isabella, l'angoscia che ha vissuto lei, le sensazioni del suo corpo. Il salvataggio, la convivenza e alla fine il trovarsi... davvero balla. Complimenti.
e mo che ti dico?!? Hanno detto tutto le altre!!!!
RispondiEliminaCome si fa a non riconoscerti......impossibile!!!
Le tue storie sono TUE e anche se cerchi di nasconderti ti si ritrova tra le tue parole.....
Bellissima come sempre! Superlativa, come sempre!
Ho amato Bella in cella, come sempre mi hai fatto vivere le sue sensazioni, i suoi umori, sulla mia pelle.
Ho amato questo Edward come tutti i tuoi Edward!
Grazie, come sempre!
Un Bacio
JB
Il capolavoro dell'angst!!!
RispondiEliminaComplimenti!
questa storia mi ha affascinata sul serio.. ho trattenuto il fiato fino all'utimo durante il flashback del tribunale e durante la fuga, e mi è piaciuta tantissimo la doppia narrazione.
RispondiEliminail tuo lessico è molto buono, e la forma è scorrevolissima, non hai appesantito con troppi riferimenti storici ma hai creato una storia meravigliosa che, seppur angst, non esagera in nulla e lascia spazio alle emozionie ai sentimenti positivi dei protagonisti! bravissima, i tuoi Ewdard e Bella mi riportano alle "vecchie FF" che tanto adoravo e che ormai non si trovano più. E? stato un piacere leggere, anzi, divorare, la tua storia..
In poche righe pathos, una trama intricata e un'ambientazione curata, anche se sullo sfondo. Come diavolo fai?! Ogni volta rimango a bocca aperta!!! Bravissima!!!
RispondiEliminaAleuname.