Parigi 1900
“Il Moulin Rouge.
Un locale notturno.
Una sala da ballo e un bordello.
Dove imperava Harold Zidler.
Un regno di piaceri notturni, in cui i ricchi e i
potenti venivano a divertirsi con giovani e belle creature di malaffare.
Il mondo era stato travolto da una rivoluzione
Bohemienne. Su una collina di Parigi c’era il quartiere di Montmarte, il cuore
del mondo Bohemienne: musicisti, pittori, scrittori; i cosiddetti figli della
rivoluzione.”
Da quando era arrivato a Parigi era rimasto affascinato
dalla bellezza che lo circondava, Edward era il classico signorino inglese di
buona famiglia, uno che indossava abiti fatti su misura con stoffe pregiate,
che possedeva molte terre nel nord dell’Inghilterra, grazie alla ricchezza di
suo padre. Era cresciuto con un insegnante privato, sua madre gli aveva
insegnato a leggere quando aveva solo cinque anni, di modo che avesse tempo per
esercitarsi e diventare colto come suo padre. Non gli avevano mai fatto mancare
nulla i suoi genitori, né regali, né conoscenza, né cultura, né svago.
Frequentava famiglie importanti e veniva trattato con rispetto, anche se lui
non si occupava di nulla, era tutta riconoscenza verso suo padre. Erano una
delle famiglie più influenti del nord Inghilterra.
Di quel denaro e quel prestigio, però, lui non sapeva che
farsene. Fin da quando era bambino adorava correre tra i prati delle loro
tenute insieme al baronetto dei possedimenti vicini, esploravano la campagna
arrivando fin sotto al fiume, amavano ognuno la compagnia dell’altro anche
quando erano ormai ragazzi e piuttosto che correre per i loro possedimenti
camminavano fino alla locanda di Mrs Duncan per giocare a carte con i loro
coetanei. Nessuno dei due amava la compostezza e la serietà delle buone
maniere, erano spensierati e avventurosi, liberi e giocherelloni; limitarli
alla vita di casa chiusa e monotona, li faceva sentire imprigionati. Crescendo
però entrambi avevano sviluppato altre passioni solitarie:Jasperaveva scoperto l’amore
per la pittura,Edward quello per il pianoforte; l’uno e l’altro si esercitavano
molto, passando tantissimo tempo tra le mura domestiche ed abbandonando sempre
più frequentemente le loro ore insieme. Edward non poteva accettarlo, era come
se suo fratello si fosse allontanato. Studiava molto a casa, leggeva molti
libri, tutti quelli delle librerie di suo padre, aiutava sua madre a scegliere
le stoffe migliori per la tappezzeria e per i nuovi abiti commissionati, si
infiltrava nelle discussioni economiche del padre; ma gli appariva tutto noioso
e abitudinario. Avrebbe voluto correre il rischio, almeno per una volta nella
vita, sentire il brivido di disobbedire, di essere indipendente e uomo nel
mondo.
L’occasione si presentò ormai ventitreenne, quando il suo
amico Jazz piombò a casa sua con una valigia pesante e una sacca in spalla,
aveva deciso di partire per la Francia; la sua meta era Parigi.
Dapprima lo aveva guardato circospetto, poi l’aveva invitato
ad aspettarlo e, preso un foglio e un pennino cominciò a scrivere un biglietto
ai suoi genitori.
“Cari genitori,
Mi trovo costretto ad
allontanarmi da casa per qualche tempo. La mia curiosità mi spinge a ricercare
cose del mondo che non ho ancora visto, la sete di sapienza mi obbliga a
seguire Jasper nel centro della Francia e guardare con i miei occhi le novità
che ho perduto sinora . Si parla di rivoluzione artistica, arte, cultura. Tutte
cose che mi affascinano e che voglio conoscere.
Non me ne vogliate se vi
lascio senza un saluto, sono convinto di tornare al più presto. Considerate
questo mio allontanamento come una breve vacanza.
Spero di tornare con qualcosa
in più da offrire alla nostra famiglia.
Vi amo,
vostro Edward.”
Era stato conciso e sbrigativo, ma sentiva crescere dentro
di lui la smania di sapere, di partire, di arrivare. Ormai correva da una parte
all’altra della casa, raccogliendo ciò che gli pareva utile; aveva recuperato,
da sotto il suo enorme letto, una valigia robusta e una sacca ed aveva iniziato
a riempirle. Non sapeva quanto tempo sarebbe stato lontano da casa, ma era
sicuro che il buon nome di suo padre non sarebbe arrivato sin lì fornendogli
garanzie come in territorio di casa, ed i soldi che aveva racimolato non gli
sarebbero bastati a lungo. Ma poco gli importava al momento, l’adrenalina
scorreva nelle sue vene e faceva apparire ai suoi occhi tutto meraviglioso,
tutto semplice, ai problemi ci avrebbe pensato in seguito!
Si ricordò di mettere in valigia alcuni libri, non se ne
sarebbe separato per nulla al mondo, sperava che una volta giunto in Francia la
fortuna gli permettesse di trovarne ancora, per vedere se i libri di quella
terra fossero diversi da quelli che si trovavano in Inghilterra.
Indossata una giacca pesante sopra le sue braghe un po’
sgualcite ma comode, scelte per il viaggio, aveva raggiunto Jasper indossando
il suo miglior sorriso.
“Andiamo” gli disse solamente, chiudendosi la porta
d’entrata alle spalle.
Il lungo viaggio in treno, durato tutta la notte e buona
parte della mattinata, li aveva sfiniti. Quei sedili di legno erano così
scomodi che non riuscirono a riposare e l’odore dei freni penetrava all’interno
delle cabine e non permetteva di respirare bene. Ma entrambi erano così elettrizzati
che quando salirono sul traghetto per arrivare in Francia stettero ore in piedi
a guardare il mare attorno a loro e le coste della loro terra allontanarsi.
“Io ero preparato a giorni e giorni di viaggio, ma tu Edward
no, come mai questa voglia di partire?” la domanda era stata fatta nel momento
in cui avevano preso il treno che li avrebbe condotti a Parigi.
“Mi sentivo chiuso. Costretto a una vita che per me stesso
non avrei mai scelto. Meglio di chiunque altro sai che odio starmene con le
mani in mano ad aspettare che mio padre decida che è il momento giusto per
inserirmi negli affari di famiglia. Affari che comunque non desidero portare
avanti. La ricchezza mi è sempre stata un po’ stretta. Ma dato questa
decisione, posso comprendere che per te sia la stessa cosa, no?!” rispose al
biondino con un ghigno.
“Mio padre voleva farmi sposare Mary Elizabeth, la figlia di
un barone le cui terre sono molto ricche e preziose, secondo gli affari
economici degli Hale. Ma se tu la potessi vedere Edward, fidati…scapperesti
molto più lontano della Francia! E’ una ragazzina, viziata e cocciuta,
prepotente e arrogante. Tutto ciò che ho sempre odiato in una donna!”
La conversazione era proseguita fino al loro arrivo nella
capitale della rivoluzione Bohemienne. Camminando per le strade fino
all’alloggio in cui aveva preso contatti Jasper, tramite un amico che l’aveva
preceduto in questo cambio di rotta, avevano potuto notare quanto quella città fosse
ricca di cose meravigliose.
Cattedrali, statue, artisti di strada e giardini ricolmi di
un verde così intenso che riusciva davvero a dare il senso di casa, un affetto,
una speranza. Parigi era una città piena e viva. Una città diversa da quelle
che aveva visitato in Inghilterra. La gente arrivava da ogni parte del mondo, la
lingua diversa non era motivo di paure o timori, ci si spiegava a gesti
indicando, mostrando, muovendo le mani e biascicando parole sentite da qualche
altra parte simili al francese di queste terre.Pullulava di uomini e donne che
volevano partecipare al boom artistico di questi anni.
Avevano affittato una piccola camera quasi spoglia, con un
bagno minuscolo tanto da essere ridicolo, due letti singoli che per la distanza
a cui erano posizionati potevano sembrare un unico letto, una scrivania in
legno chiaro e un armadio piccolo da dover condividere.
“Per il momento è la cosa migliore!” si dissero, speranzosi
di fare fortuna e di permettersi un alloggio migliore.Jasper di tanto in tanto
si lamentava, non c’era spazio, privacy, solitudine; Edward invece, con l’anima
da sognatore incallito che si ritrovava, non gli dispiaceva così tanto: si
trovava in Francia, il resto non importava. Aveva lasciato la sua cittadina, la
sua casa e i suoi agi, la ristrettezza che il titolo della sua famiglia gli
faceva sentire addosso. Quando si affacciava alla finestrella della loro camera
e poteva osservare i tetti delle case, i palazzi, le strade che si diramavano
in viottoli stretti, come i rami degli alberi che abbellivano la vista, si
sentiva a casa. Sentiva che quello era il suo posto.
Con il tempo però si resero conto che farsiconoscere in una
città così grande era difficile, molto più che nella loro cittadina. Nessuno
tra quelle strade conosceva il buon nome dei Cullen o degli Hale e più volte si
trovarono a rimpiangere le spalle coperte dalle loro famiglie. Non si persero
d’animo, rimboccandosi le mani riuscirono a racimolare il giusto per vivere
alla giornata. Jasper dipingeva per i passanti, chi acquistava i suoi quadri
sorrideva e lo ringraziava per la bellezza di ciò che raffigurava. Edward era
stato, invece, più fortunato.
Era riuscito a trovare un posto come pianista al Moulin
Rouge.
Harold lo trovò a suonare all’interno di un piccolo
ristorante dove Edward lavorava qualche sera a settimana, intrattenendo gli
ospiti che cenavano a lume di candela. Gli aveva offerto un lavoro,
riconoscendo la sua bravura, e una camera all’interno del palazzo in cui
alloggiavano gran parte delle ballerine e dei musicisti alle sue dipendenze.
Quel locale era qualcosa di indescrivibile.
Le luci erano così accecanti, brillanti per qualche minuto
ed il momento dopo basse o buie tanto che lo disorientavano. I primi giorni
fece fatica ad ambientarsi, poi imparò a concentrarsi solo sugli spartiti, sui
tasti color avorio e lasciare tutto il resto fuori. Aveva capito subito che
quel locale, quel covo di uomini ricchi sfondati ed eleganti, con nomi seguiti
o preceduti da titoli nobiliari era un bordello. Le ballerine non erano
semplici intrattenitrici o semplici attrici, erano donne che si facevano pagare
per continuare lo spettacolo negli appartamenti vicini al locale.
Lui e Jasper avevano avuto modo di intrattenersi con
qualcuna di loro, erano belle con un gran corpo e un’esperienza tra le lenzuola
che Kate, la ragazza della locanda “Denals” a poche miglia ad Ovest della loro
tenuta in Inghilterra, in mezzo alla campagna più fitta, poteva solo sognare di
notte.
Dopo un incontro, però, era tutto finito: non c’erano
sentimenti, emozioni e per il loro spirito allegro e alla giornata era meglio
così. Non potevano permettersi delle relazioni, tanto meno con delle ragazze di
quel genere.
Chissà le loro famiglie cosa avrebbero pensato!
Si divertiva, godeva delle attenzioni che le ballerine gli
ostentavano, continuava a frequentare Jasper fuori dagli orari di lavoro, era
libero di suonare il pianoforte come piaceva a lui, e niente in quel momento
poteva importargli di più. La pensava così Edward, ma tutti questesicurezze
vennero spazzate via dall’arrivo di una ragazza minuta e castana, di origine italiana.
Isabella, arrivò qualche mese dopo che Edward aveva cominciato a lavorare al
locale.
Isabella era dovuta scappare da casa a causa di uno scandalo
che aveva investito la sua famiglia. Lei e la sorellina più piccola, Alice,
erano state concesse in moglie a due industriali austriaci dell’epoca. Entrambe
avevano conosciuto i due uomini e non erano state contente della scelta che il
padre aveva fatto: i due uomini erano molto più grandi di loro e puzzolenti. Si
sentiva il loro olezzo fino al paese quando passavano in campagna a salutare
loro padre.
Tutto sembrava procedere con grande calma, grazie al
discorso che Bella tenne per persuadere suo padre a non farle sposare
quell’uomo e di non cercare marito per Alice, ancora così piccola. La
situazione precipitò quando durante l’estate il padre aveva deciso di
permettere alle due ragazze una vacanza, all’interno della tenuta di questi due
omaccioni austriaci decisamente più persuasivi di lei.
Da lì un tracollo fino alla decisione di scappare.
Il marito destinato ad Alice non aveva rispettato i termini
pattuiti con padre delle due, il quale si era fatto promettere, nel buon nome
della loro famiglia, che non le avrebbero toccate neppure con un dito. Ma dopo
solo qualche giorno che erano piombate in quella residenza fredda e grottesca,
Alice era stata sverginata senza il suo consenso e con una forza tale da non
permetterle di ribellarsi.
Isabella, che sapeva di avere la responsabilità della
sorella minore, organizzò allora un piano per la fuga. Avrebbero oltrepassato
il confine francese e avrebbero raggiunto Parigi, mischiandosi alla numerosa
popolazione del posto.
“Non avere paura Al, ci penso io a te d’ora in poi.” Le
aveva promesso mentre viaggiavano in treno lontano da casa e lontano dalla
perdita di rispetto verso sé stesse.
Parigi però non era come se l’aspettavano e la folla che
imperversava nelle strade le faceva sentire piccole e impaurite. Trovarono
alloggio in una camera matrimoniale a pochi soldi, in un palazzo fatiscente e
sporco, con la tappezzeria bruciacchiata da qualcuno in precedenza, un armadio
piccolissimo ed un bagno che aveva una vasca talmente piccola da impedire
l’allungamento delle gambe anche per persone piccole come loro. La cosa che le
aveva fatte scegliere per quella stanza era la vista. Un quartiere
apparentemente tranquillo, un palazzo rispettabile e la Tour Eiffel che si
poteva vedere in lontananza.
Per due ragazze come loro, senza famiglia alle spalle, senza
uomo al loro fianco, senza esperienza e raccomandazioni c’era poco da fare,
poche alternative valide. Mentre girovagavano alla ricerca di un lavoretto che
gli assicurasse l’affitto della stanza e un pasto caldo, incontrarono Harold: un
omaccione grassottello e ben vestito, con i baffetti impertinenti e uno sguardo
malizioso in viso. Parlò loro del suo locale, gli promise un posto
confortevole, pasti caldi, sanità e sicurezza, tanto che le due giovani ingenue
accettarono senza dubbio.
Quando la prima sera si accorsero di che genere di locare fosse,
sarebbero volute scappare a gambe levate. Quello non era posto per loro.
Erano rispettabili e formate, ragazze degne di un duca o di
un barone, non di un bordello. Una ragazza tra le varie ballerine si avvicinò
loro abbracciandole strette.
“Mi chiamo Monique, vedrete questo lavoro vi farà bene, vi
formerà e vi darà alloggio e pasti caldi. E gli uomini non sempre sono così
volgari e barbari. E’ un trampolino. Poi potreste essere accasate nell’arco di
qualche mese!”
Loro non volevano accasarsi, loro volevano vivere in pace
con la loro indipendenza.
Convinte di poter respingere per sempre ogni uomo che
chiedeva di loro, impararono le coreografie con difficoltà e impararono a
recitare la loro parte al meglio. Più erano brave più le loro gonne si
riempivano di denaro che sarebbe rimasto tutto loro.
A fine serata, o a fine spettacolo, un uomo si avvicinava,
si presentava galante e insisteva perché gli fosse mostrata la camera in cui
alloggiavano.
Dopo numerose richieste non poterono rifiutarsi e cercare un
altro lavoro a Parigi capirono essere impossibile.
La loro vita era segnata da uomini ricchi e arroganti che
usavano le donne a scopi sessuali senza amarle davvero.
L’unica tra le due che si sentiva un po’ meglio era Alice,
superato lo shock iniziale e i cambiamenti radicali della loro vita, si era ripresa
ed aveva trovato gioia nel camminare per le strade di Parigi ed osservare i
pittori che dipingevano. Ciò che la rendeva più allegra era un ragazzone biondo
e riccioluto, che ogni sera aveva un fiore per lei e che era stato più volte
nella sua camera da letto. Sapeva bene che innamorarsi era un lusso di quei
tempi, che un pittore squattrinato non faceva per lei al momento…eppure non
poteva assolutamente evitare al cuore di battere più forte.
Isabella invece si sentiva sempre più affranta, al contrario
della sorella, l’uomo che aveva desiderato sin dal primo momento in cui era
entrata al locale era già impegnato con tutto il resto delle ballerine del
Moulin Rouge.
Edward, il pianista, passava ogni sera nella camera della
ballerina che nessuno aveva scelto, oppure il pomeriggio o la mattina, non gli
importava l’ora o il momento, bastava avere qualcuno con cui divertirsi. Lo
vedeva camminare per i corridoi o salire le scale mentre lei raggiungeva la
camera di Alice per fare colazione insieme. Ogni volta lo salutava con un
sorriso smagliante ed ogni volta veniva ricambiata da un sorriso composto e
freddo. Sperava di farsi notare, sperava che si accorgesse di lei ed ogni volta
restava delusa dalla distanza che metteva tra loro.
Si chiese cosa avesse fatto a quel ragazzo affascinante, dai
capelli color del bronzo, con gli occhi più verdi delle foglie delle rose.
Erano settimane, intere settimane che lo osservava durante
le prove pomeridiane. Se ne stava seduto sullo sgabellino del pianoforte,
poggiava le dita sui tasti color avorio e iniziava a muoverle saggiamente;
nella sala si diffondeva una musica meravigliosa.
Isabella amava la musica, era capace di donarle la serenità
che cercava. Aveva un giradischi in camera e quando voleva rilassarsi ascoltava
qualche pezzo leggero e delicato; c’erano anche momenti in cui voleva darsi
coraggio, caricarsi, per affrontare la serata e allora sceglieva qualche musica
più forte. Ma la sua preferita era sempre quella che lui decideva di suonare.
Non riusciva a provare completamente, con concentrazione,
perché si perdeva sempre a guardarlo, osservarlo, desiderarlo fino a perdere i
sensi. La concentrazione poi diventava rabbia quando notava che Tanya, una
ballerina come lei, si aggirava sempre attorno a lui, senza provare come le
altre; “Perché non ne ho bisogno!” ripeteva continuamente.
Si sedeva sulle sue gambe, gli accarezzava le braccia,
sussurrava nel suo orecchio e lasciava baci lascivi sul collo. La odiava. Lei
era una di quelle che si liberava sempre se Edward voleva fare un giro in
camera sua.Tanya era bella, oggettivamente bella, i capelli erano rossi, ma non
quel colore acceso da sembrare volgare, era piuttosto quel colore un po’
spento. Sul volto e sul corpo delle piccole lentiggini chiare che davano alla
sua pelle un colore particolare e attraente. Ma aveva una marcia in più: il suo
seno era grande, morbido, stava su come per magia e lei lo valorizzava con
corpetti che strizzavano le sue tette e le portavano al limite dell’esplosione.
Era per questo che gli uomini sceglievano lei, gli uomini ed Edward. Non sapeva
cosa significassero quelle strane morse allo stomaco, non sapeva come
comportarsi, ma sapeva di dover fare qualcosa.
Così iniziò a farsi desiderare, a far capitare cose
apparentemente casuali che l’avrebbero messa in mostra ai suoi occhi.
Era stanca di sentirsi abbattuta per non essere riuscita a
farsi notare. Di tanto in tanto chiacchieravano, solo poche cose; era riuscita
a sapere che non era originario della Francia, che era arrivato a Parigi
dall’Inghilterra e che ancora non sapeva cosa voleva dalla vita. Lei dal canto
suo era sempre apparsa timida e distaccata, rispondendo alle sue domande con
deboli frasi, talvolta solo a monosillabi.
Era stanca di sentirsi così debole, così impacciata e chiese
aiuto a Monique, senza spiegarle cosa le servissero tutte quelle frivolezze.
Il primo giorno si fece trovare in difficoltà sulle scale,
la gonna del vestito impigliata in una scheggia di legno e la posizione
precaria. Edward, per caso, passava di lì esattamente in quel momento, uscito
dalla camera di Tanya ancora ne portava il profumo indosso. In quel momento
Isabella voleva urlare, ma lasciò che lui l’aiutasse con calma e gli regalò un
sorriso malizioso quando lui le sollevò la gonna per sganciarla e mise in mostra
le sue gambe nude e lunghe, snelle ed eleganti.
Dopo qualche giorno, durante le prove pomeridiane, si prese
una pausa di riposo e prese posto sulla scalinata in fondo alla sala,
direttamente di fronte al pianoforte dove Edward suonava. Fece finta di controllare
qualcosa nella scollatura e piano piano la tirò giù un pochino, centimetro per
centimetro, guardando con la coda dell’occhio l’uomo di fronte a se.
Cercò sempre di tenere i capelli raccolti, lasciando buona
parte della sua scollatura libera da ogni impiccio, per poter essere guardata.
Mise un profumo nuovo, qualche goccia di una fragranza trovata sulla toletta di
Alice, e gli passò accanto, sperando che arrivasse fino alle sue narici.
Ma siccome, dopo due settimane, ancora non aveva raggiunto
nessun risultato…decise di giocare diversamente le sue carte.
Edward restava sempre qualche tempo in più, finite le prove,
per suonare un po’ il pianoforte senza orecchie indiscrete che potessero
ascoltarlo, anche se le pareti leggere di quel locale poco facevano per
nascondere il suo operato. Un pomeriggio, stanca di dover combattere senza che
lui si accorgesse di lei, fece finta di dimenticarsi qualcosa nella sala e,
accertatasi che nessuna delle sue compagne fosse nei paraggi, entrò
rumorosamente.
Edward si voltò smettendo di suonare e lei arrossì sotto il
suo sguardo, poi sorrise scusandosi. Si rese conto che era quello il motivo per
cui lui non si accorgeva di lei, era imbranata nell’arte della seduzione e
timida, non come le altre sfacciate delle sue compagne.
“Non pensavo ci fosse qualcuno, vado via subito…ho solo
dimenticato…” non continuò la frase, procedendo invece verso l’altra parte
della sala e raggiungendo uno dei tavolini dove era solita poggiare le sue
cose. Aveva lasciato lì uno scialle, proprio per avere il pretesto di tornare.
“Non preoccuparti Isabella, stavo solo sgranchendo le dita…”
disse lui sorridendole appena. Il cuore di lei prese a battere forte. “Forse
ci siamo!” pensò in mente sua. Era così attraente, così bello…e le sue dita
erano meravigliose. Per non parlare di quelle labbra che le sembravano il
frutto migliore al mondo. Avrebbe dato qualsiasi cosa per sentirle sulla sua
pelle, almeno una volta, le ragazze parlavano di lui come un mago sotto le
lenzuola, ne descrivevano le abilità e la solita frase era “Non c’è neppure
da paragonarlo a tutti gli altri uomini gretti e volgari, lui si prende cura
della sua donna e del suo piacere!”.
Sì, avrebbe dato qualsiasi cosa per passare una sola notte
con lui, almeno una.
“Beh…complimenti. Non mi intendo molto di musica e
pianoforte ma quello che ho sentito era davvero bellissimo!” fece qualche passo
verso di lui, per approfondire la chiacchierata.
“Uh…grazie!”
“Vorrei saper suonare anche io questo strumento, l’ho sempre
trovato affascinante!” lei continuò ad avanzare, con qualche passo lento, fino
a fermarsi di fianco al pianoforte.
“Io trovo te affascinante!” avrebbe voluto dire lui,
ma si fermò prima di rovinare quella specie di amicizia che stava nascendo tra
i due.
Lui si sentiva sempre più vicino a lei, voleva
disperatamente conoscerla, e in quelle ultime settimane l’aveva torturato con
quei bustini più stretti, con quel modo di far scendere la scollatura o le
gambe in mostra per qualche secondo. I pantaloni erano sempre stretti quando
lei si trovava nella sua stessa sala, anche solo a pensarci. Allora si sfogava
con altre ragazze, anche se non era mai quello che desiderava. Non voleva
sporcarla ancora di più, lei si vendeva agli altri uomini per vivere, non
voleva essere uno dei tanti, non voleva che lei pensasse di essere una delle
tante.
Adesso erano lì, chiacchieravano con imbarazzo e timidezza,
senza sapere i pensieri dell’altro.
“Anche se è uno strumento complesso, con dedizione si riesce
a imparare anche da adulti!” rispose Edward, strofinandosi le mani sui
pantaloni di stoffa, cercando di far passare il sudore e la voglia di
afferrarla stretta e toccarla, baciarla, leccarla fino a sentirla gridare dal
piacere.
“Quindi…c’è ancora speranza per me?!” chiese Isabella sorridente.
“C’è speranza per tutto nella vita, Isabella!” lui sorrise
dolcemente, mentre lei scuoteva la testa con un po’ di malinconia. Non c’era
speranza per tutto, lei lo sapeva bene.
“Vorresti insegnarmi a suonare il pianoforte Edward?” si
fece più intraprendente, ancora una volta cercando di passare del tempo con
lui. Lo desiderava, sentiva il suo profumo di uomo anche a quella distanza e
voleva morderlo, baciarlo, sentire le sue mani sulla pelle.
“Io…non posso!” disse subito lui, dandosi dello stupido
mentalmente. A volte si sentiva così deficiente!
“Oh, cercherò altrove allora! Scusa il disturbo, ci
vediamo…” cercò di dissimulare la sua delusione usando un tono normale ma non
era un’attrice, gli occhi la tradivano. Edward sospirò e si preparò a sentire
la porta sbattere. Era stato proprio uno scemo. Quando però lei gli passò
vicino inciampò in qualcosa che era sul pavimento, o forse solo sulle scarpe
slegate, e perse l’equilibrio.
Edward si sporse immediatamente e la sostenne per la vita,
cercando di mantenerla in piedi e non farla cadere.
“Scusa, sono la solita imbranata!” le guance di lei erano di
un rosso porpora, era deliziosa e quella timidezza, quella tenerezza, lo
eccitava oltremodo. Era un dannato cretino a pensare una cosa del genere, ma
non vedeva l’ora di affondare in lei ripetutamente guardando la sua pelle rossa
per la fatica e il piacere che le donava.
“Non ti preoccupare…” si guardarono per un momento negli
occhi, sempre più vicini, le labbra quasi ad un passo… poi lei gli diede le
spalle e scappò via. Non riusciva a capire lo sguardo di Edward, era
un’incognita, come se fosse spinto in due diverse direzioni, fare il carino con
lei e restare solo amici, o ignorarla. Entrambe però le facevano male il petto.
Edward invece pensava a come fare per non lasciarsi andare,
come riuscire a non andare all’interno del palazzo, salire i due piani di scale
e arrivare fino alla camera di lei, appena un piano sotto la sua, per poi
chiudersi lì dentro per giorni.
Non ancora rassegnata Isabella fece l’ultimo tentativo. Se
non avesse funzionato con quello che aveva in mente avrebbe lasciato stare la
conquista di quell’uomo e si sarebbe dedicata ad altro.
La sera prima l’aveva visto entrare nella camera di Tanya,
sapeva che non sarebbe uscito prima della mattina. Lei aveva dovuto passare la
notte con un barone un po’ troppo eccessivo per i suoi gusti, ma quando la
mattina presto si alzò, lasciandole dei soldi sul comodino e sparendo prima
ancora del canto del gallo, si alzò di tutta fretta e si preparò.
Quando Edward uscì dalla camera di Tanya lo fece in
silenzio, la ragazza ancora dormiva e l’aveva lasciata riposare. Era da poco
sorto il sole e sapeva che doveva sbrigarsi a tornare nel suo alloggio prima
che Isabella lo vedesse. Odiava quando lei lo scopriva frequentare altre donne.
Quella mattina però il destino non era dalla sua parte,
perché Isabella si trovava proprio lungo il suo percorso. Sgranò gli occhi quando
la vide per terra, tra il corridoio e la porta. Si affrettò e la raggiunse
parlando piano.
“Isabella, stai bene? Che è successo?” lei scosse il capo
arrossendo.
“Niente, non preoccuparti! Sono solo caduta, non so, ho
piegato il piede malamente e mi sono ritrovata per terra!” sentiva che stava
per mettersi a piangere. Avrebbe voluto farsi trovare tra le scale, per
chiedere a Edward di fare colazione con lei dato che era già lì. Aveva
indossato un vestito bluette con un bustino strettissimo e una generosa scollatura.
Poi aveva sentito la porta di Tanya aprirsi e si era infilata le scarpette
senza allacciarle bene, per fare in fretta era scivolata e si era ritrovata per
terra, sconsolata e affranta. Edward di certo non la trovava eccitante così,
stesa come un sacco di patate, ed era certa che da un momento all’altro si
sarebbemesso a ridere.
“Sei la solita pasticciona!” la stupì lui con voce tenera.
Si avvicinò e la prese tra le braccia, infilandosi in camera di Isabella e
deponendola sul letto. Lei non capì più nulla. “Chiamo il medico, ma tu stai
ferma qui d’accordo?!”. Isabella scosse la testa velocemente, sapeva che non
poteva permettersi di chiamare il dottore, o Harold l’avrebbe lasciata a casa
perché non poteva più ballare.
“No, per favore…” lui dovette capirlo perché sospirò
pesantemente e tornò a chiudere la porta che era rimasta aperta.
“Allora vorrà dire che darò un’occhiata al tuo piede, se mi
preoccupa sentirai il dottore, se invece è solo dolorante starai a riposo per
qualche giorno, parlerò io con Harold se devo, dirò che sei malata, e che hai
solo bisogno di riposare.” il modo in cui si prendeva cura di lei sembrava
assurdo anche a sé stesso, ma ignorò i dubbi e prendendo la gamba di Isabella
tolse la scarpa sentendo un lamento dalle sue labbra. “Scusa” disse piano.
Fecero silenzio entrambi per numerosi minuti, lei godendosi
il calore delle mani di Edward che l’accarezzavano; lui approfittando di quel
momento per bearsi della morbidezza della pelle di Isabella.
La voleva sempre di più.
Lo voleva sempre di più.
“Allora dottore, come sto?” cercò di scherzare lei.
“Non mi preoccupa, ma non vorrei che stessi male nei
prossimi giorni, quindi stai a letto e riposati fino a domani, dirò ad Harold
che non ti senti bene!” si era alzato ed aveva posato con gentilezza la gamba
di lei sul letto.
“Non posso Edward!”
“Oh si che puoi!”
“Uno, non ho fatto colazione, due non ho nessuno che si
occupa di me, tre devo guadagnarmi da vivere!” sbottò lei con rancore. Non era
possibile che si trovassero nella stessa camera, con la porta chiusa e lei già
stesa sul letto e lui…lui se ne stava andando. Sembrava un incubo.
“Ti porterò la colazione tra qualche minuto, dirò a tua
sorella cosa è accaduto e per qualche giorno di riposo Harold non ti
licenzierà! Ora non contraddirmi!” la voce imponente ma bassa, perché dal di
fuori non si sentisse, la fece bagnare lì sotto. Desiderava ardentemente
baciarlo, zittirlo, o farsi comandare mentre sbatteva dentro di lei
selvaggiamente.
Quando tornò un quarto d’ora più tardi aveva un vassoio tra
le mani. Una tazza di caffelatte, un croissant dolce, della confettura che
producevano delle signore nelle campagne attorno a Parigi e un paio di panini
al burro che lei adorava.
Edward lo sapeva.
Ogni mattina che si trovava a fare colazione in quel posto
aveva osservato ciò che Isabella preparava sul suo vassoio. Non amava la
baguette appena sfornata o qualche dolce che preparavano le cuoche in cucina.
Lei divorava quei panini al burro spalmandoci sopra quella delizia di frutta. E
lui si perdeva a guardarla ogni volta, eccitato dalla vista di lei che con la
lingua puliva le sue labbra.
“Grazie!” disse debolmente mordendosi il labbro inferiore.
“Di niente. Ora vado, per qualsiasi cosa fai chiamare Alice,
le ho detto cos’è successo e mi ha promesso che verrà da te subito dopo aver
finito in sala da pranzo.”
“Mi spiace averti dato disturbo…” mormorò Isabella a bassa
voce, guardando al suo vestito che non aveva sortito nessun risultato. Lui si
avvicinò di qualche passo.
“Non disturbi mai Isabella!” la sua voce calda le provocò
una serie di brividi e sorrise arrossendo.
“Posso chiederti un favore? Puoi chiamarmi solo Bella? Solo
tu…” se gli rimaneva solo l’amicizia almeno poteva farsi chiamare come più
desiderava, e non con quel nome lungo e così freddo, così distaccato. Lui
sorrise alzando l’angolo della bocca, quello sinistro, verso l’alto e lei lo
trovò magnifico. Era così bello, così uomo, così virile e allo stesso tempo
così dolce. Un incontro perfetto dell’uomo che lei voleva al suo fianco.
Si abbassò verso di lei, per arrivare al suo orecchio. Era
stanco di tutto questo distacco tra loro, voleva provarci, buttarsi. Da quando
era arrivata non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e negli ultimi tempi
era così difficile resistere. Ma non voleva che fosse una nottata di sesso e
basta, lui sentiva qualcosa…lui voleva di più.
E la voleva.
Voleva provarci.
“Buon riposo…Bella!” soffiò nel suo orecchio, con la voce
più sensuale che riusciva a fare lasciando poi un bacio lento e con labbra
umide sulla guancia. Si girò velocemente, non prima di aver visto le guance di
lei colorarsi di quel rosso che amava, ed uscì.
Gli prese un colpo quando il pomeriggio la vide in sala.
Scarpette da ballo, abito per le prove e i capelli raccolti. Non si era
raccomandato che restasse a riposo?!
Lei però non riusciva a stare lontano da lui, per cui si era
preparata, sperando di non sentire dolore al piede ed aveva raggiunto le
compagne. Quando i suoi occhi incrociarono quelli di Edward sussultò. Era
arrabbiato. Con lei? Cosa aveva fatto?
Alzò una mano per salutarlo e lui sbuffò. Sbuffò proprio.
Sgranò gli occhi per quel gesto maleducato, come era
possibile che fosse lo stesso uomo che la mattina si era preso cura di lei?
Voleva avvicinarsi, abbracciarlo, lasciargli un bacio sulla
guancia come quello che lui le aveva dato. Soffiargli nell’orecchio tutte le
cose che voleva fargli e poi sedersi in braccio a lui e baciarlo, toccarlo e…
“Non ti avevo detto di restare a riposo?!” sentì la sua
presenza alle sue spalle e solo in quel momento si rese conto che le altre
erano tutte attente a chiacchierare tra loro sedute, in pausa. Lui le aveva
sussurrato nell’orecchio, avvicinandosi fino a poggiare il petto alla sua
schiena.
“Devo lavorare per vivere, Edward!” le rispose piccata.
“Erano solo due giorni di riposo…è da quando sei arrivata
che non fai altro che ballare, sculettare e agitare le tette!” il suo tono
deciso ma sussurrato la fece bloccare. Nessuno le aveva mai parlato così prima
di quel momento, da quando era arrivata nessuno mai si era permesso di metterla
di fronte al suo lavoro, allo squallore.
“Come ho già detto, devo lavorare per vivere!”
“Oh, sei esasperante Bella!” disse d’impeto passandosi una
mano tra i capelli. Non voleva che si stancasse, non voleva che mettesse a
rischio la sua caviglia, ma lei era testarda.
“Cosa vuoi da me, si può sapere? Tu comunque sei un grande
cafone. Rinfacciarmi il mio lavoro non è molto galante, conoscendo la mia
situazione…come se tu facessi un lavoro tanto gratificante poi!”
“Ehi, vai piano! Non volevo offenderti prima…dicevo solo
che…” si trovava in difficoltà, solo dalle sue parole aveva capito che in
qualche modo si era sentita offesa. Non voleva assolutamente umiliarla.
“Che?”
“Che sarai stanca, non hai mai preso un giorno di riposo…hai
lavorato anche quando stavi poco bene…ora devi fare attenzione!”
“Ti preoccupi per me?!” chiese lei di botto, sorpresa per le
sue parole calme e tranquille, piene di significati strani per lei.
“Se fosse ti dispiacerebbe?” ci stava provando. Ci stava
provando davvero.
“No, è bello che qualcuno si preoccupi per me…” rispose
sorridendo e accarezzandogli un braccio.
“Ti piacerebbe che mi preoccupassi per te? Io?” non sapeva
neppure quello che stava dicendo, ma lei allargò gli occhi sorpresa.
“Cosa…cosa…vuol dire?!”
Neppure Edward lo sapeva, ma si abbassò vicino al suo
orecchio sorridendo, facendole credere che le avrebbe detto la rivelazione
dell’anno.
“Se IO, Edward…mi preoccupassi per te, come…come qualcosa di
più che un amico…saresti contenta?”
Isabella rabbrividì e Edward lo notò compiaciuto. Entrambi
sorrisero stando comunque in quella posizione, lui piegato verso l’orecchio di
lei. Fece appena in tempo a sentire il suo “Si” tenue, prima di essere
trascinato via da Tanya per ricominciare le prove.
Iniziava ad odiare quella ragazza.
Edward si sentiva strano quella sera, aveva come un
presentimento. Non capiva se era un cattivo o un buon presagio. Continuava a
camminare su e giù per la sua camera, con le mani che tremavano e sudavano ed
una voglia matta di uscire dalla porta e infilarsi in quella di Bella.
Quel pomeriggio si era arrabbiato tantissimo nel vederla
provare, doveva avere più cura della sua salute e sperava solo che quella sera
stesse in camera. Sarebbe passato alla fine della serata per vedere come stava,
sperando che non dormisse già. Quella sera non voleva la compagnia di nessuna,
sarebbe stato solo, come molto tempo prima. Voleva liberarsi dal corpo di ogni
ragazza lì dentro per poter far capitolare Isabella, una volta per tutte.
L’aveva guardata da distante per tutti quei mesi e ci aveva
scambiato pochissime parole, eppure si era innamorato dei suoi movimenti, della
leggerezza con cui camminava, del portamento fiero, dello sguardo limpido. Era
una ragazza speciale e bellissima. I capelli scuri lasciati sciolti le
ricadevano sulla schiena in morbide onde che voleva accarezzare, la pelle così
candida che sembrava il colore di una rosa, le labbra rosse e piene che gli
facevano venire voglia di baciarla per ore. E poi le gambe…le gambe di lei
quando erano scoperte erano una meraviglia e le immaginava mentre si
allargavano per permettergli di entrare in lei per poi chiudersi attorno al suo
bacino. Quei pensieri, quelle immagini nella testa, lo fecero sorridere e
dovette aggiustarsi i pantaloni per non sembrare sconveniente. Scese di sotto,
nella sala grande, pronto per entrare in scena. La sua postazione, insieme a
quella degli altri musicisti era nascosta, in un angolo illuminato sempre,
anche quando la pista era buia per il gioco di luci dello spettacolo del
momento. Nessuno si accorgeva di loro. Nessuno tranne Isabella.
Lei era tra le ballerine posizionate al centro della sala,
pronte in posizione davanti a tutti quegli uomini pronti a toccare, pronti a
lasciare mance generose e garantirsi l’accesso in camera da letto per quella
notte.
Lei lo vide sedersi sul suo sgabellino e come se lo
percepisse, Edward si girò. I loro occhi si incatenarono e lei sbiancò dalla
durezza del suo volto. Era incazzato come una bestia. La mascella contratta e
le labbra serrate erano un chiaro segno della rabbia che lo pervadeva e i pugni
chiusi sulle gambe anche. Non sapeva se era per colpa sua, ma immaginava di si
dato che non aveva rispettato il “riposo” neppure per quella sera. Eppure aveva
una voglia matta di chiuderlo in camera, spogliarlo velocemente e baciarlo,
morderlo, leccarlo, tastare la consistenza delle sue braccia con le mani, del
suo petto. Aveva voglia di allargare le gambe per lui e guardarlo mentre
entrava dentro di lei. Si sentiva una sporcacciona, ma era l’unico che gli
faceva venire voglia davvero di fare sesso.
Edward, dal canto suo, la fissava negli occhi e anche nella
scollatura che il vestito per la serata offriva a lui…e a tutti gli altri
presenti. Era infuriato. Non l’aveva ascoltato neppure quella sera. Sapeva bene
che lei faceva quello che voleva, non era nessuno lui per poterle dare ordini,
ma si preoccupava, gliel’aveva spiegato quel pomeriggio, perché non l’aveva
accontentato?
E poi se ne stava con lo sguardo fisso su di lui e lo faceva
sentire a disagio perché quegli occhi se li immaginava la notte. Immaginava di
tenerla sotto di lui, con le braccia alzate sopra la testa e tenute forte da
una sua mano, i seni alti che gli arrivavano in bocca e lui che spingeva dentro
di lei più volte, furiosamente.
Quegli occhi erano la sua rovina.
Harold arrivò, come ogni sera, prese il suo bastone e lo
alzò al cielo, quando lo mosse verso il basso la musica iniziò e la serata ebbe
inizio. Edward sapeva i pezzi a memoria, ogni nota, ogni tasto da premere, era
una fortuna, così poteva cercare Isabella in mezzo alla folla.
Stando lungo tempo in quel posto le luci non gli davano più
fastidio, si era abituato ai giochi dei ragazzi che muovevano i fari, il
problema era solo individuare lei. Ci mise tanto perché il pezzo che ballavano
era frenetico, per caricare i clienti e gli spettatori. Poi la vide e sorrise.
Nonostante la caviglia dolorante ballava e sorrideva. Nonostante fosse
costretta a mostrare le gambe, a fare la maliziosa con gli uomini e a
portarseli in camera ogni sera per soddisfarli, non si è mai lamentata. Ha
sempre tenuto la testa alta, sentendosi orgogliosa di potersi comprare quello
che voleva, fuori di qui.
Lei ballava e ballava, muoveva le gambe, una giravolta, due…
e poi la mente pensava al rossiccio seduto dietro di lei, con le mani a
produrre quei pezzi meravigliosi.
I minuti trascorrevano lenti, troppo lenti. Loro si
cercavano tra la folla.
Isabella guardava verso Edward in un momento di tranquillità
e lui la seguiva per tutta la sala.
Quando la vide chiacchierare con un gruppetto di uomini
sapeva già che quella sera non sarebbe potuto passare da lei. Lo stomaco si
strinse e non voleva ammettere di provare gelosia. Scacciò il pensiero di corsa
come era arrivato.
Era impensabile voler andare a tirarla via da lì, era il suo
lavoro ed Edward lo sapeva bene.
Isabella si sentiva osservata, sapeva che lui la stava
guardando e impallidì per un attimo. Non voleva dargli l’impressione sbagliata,
anche se questo era il suo lavoro, il suo cuore era chiuso dentro una fortezza,
voleva innamorarsi, fuggire da quel luogo e occuparsi di una casa, di alcuni
bambini e avere sempre e solo il suo unico uomo nel letto.
Raccolse le mance che gli uomini le porgevano, tra
complimenti e battutine maliziose e poi sgattaiolò via, facendo la preziosa.
Aveva imparato bene e preso dimestichezza nel muoversi tra quella gente; le
facevano ribrezzo ma pagavano bene e lei aveva già messo da parte un bel
gruzzolo per i giorni e i mesi futuri. Non bastava però.
Avrebbe voluto tornare a fare il pane come faceva in Italia,
o torte profumatissime e biscotti, che facevano venire l’acquolina in bocca.
Desiderava ardentemente essere fuori da quel luogo e poter vivere libera.
E invece anche per quella sera sapeva che doveva avere
qualcuno nel suo letto.
Harold non permetteva quasi nessuna pausa durante la serata,
né alle ballerine, né al resto del personale. Lo sapevano tutti.
Eppure Edward volle sfidare la sorte.
Chiese al ragazzo dietro la parete se poteva chiamargli
Harold che era a pochi passi da loro, sapeva che non sarebbe stato contento.
Quando gli arrivò accanto invece aveva uno splendido
sorriso, profumo di soldi probabilmente!
“Ragazzo, mi cercavi?!” continuando a suonare Edward annuì.
“Posso prendermi una pausa nel cambio della canzone? Giusto
cinque minuti per andare in bagno e bere qualcosa…” Harold sorrise e poggiò una
mano sulla sua spalla.
“Certo ragazzo! Chiamerò Eric che ti sostituisca, cinque
minuti!”
I soldi facevano davvero miracoli.
Era veramente andato a bere un bicchiere di qualche liquore
che servivano lì, uno forte che gli permettesse di non pensare a Isabella tutta
la sera. Avrebbe avuto dei clienti e non poteva assolutamente irrompere in
camera e farle perdere quei soldi.
Stava tornando dal bagno, nei corridoi sul retro del locale,
quando la vide: un bicchiere in mano e la testa appoggiata al muro. Si avvicinò
silenziosamente. Harold era davvero permissivo questa sera.
Era ancora nell’ombra, lei non lo poteva vedere e per stare
più comoda si girò d’un fianco dandogli le spalle.
Fece gli ultimi passi che lo separavano da lei e passò le
braccia attorno al suo corpo, una mano sulla bocca perché non urlasse dallo
spavento e l’altra sulla pancia.
“Non ti avevo detto di stare a riposo? Ti piace disobbedire
Isabella?” la voce di Edward era roca e calda, lei la riconobbe subito e si
rilassò tra le sue braccia, appoggiando la testa al suo petto.
Sapendo che non avrebbe urlato lasciò andare la mano,
liberandole la bocca, scendendo più giù in una carezza appena accennata le
sfiorò il seno, la pancia, per finire sul fianco e tenerla attaccata a lui.
“Ed io ti ho detto che devo lavorare…”
“Se fossi mia ti punirei.” Isabella si irrigidì di nuovo,
confusa da quelle parole. Iniziava ad avere paura. “Ti chiuderei in camera per
giorni…” Edward continuava ad accarezzarle la pancia, salendo poi sulle braccia
nude. “E ti mostrerei come ci si rilassa veramente…”.
Lei sorrise a quelle parole, ora consapevole che non doveva temere
nulla con lui. Ci stava solamente provando con lei ed era esattamente ciò che
aveva voluto per settimane e settimane.
“Ma non sono tua…”
“Questo purtroppo lo so…”
“Purtroppo?” lei chiese mentre lui mordicchiava un punto
sotto l’orecchio.
“Devo andare…Harold mi ha concesso solo cinque minuti di
pausa e ne ho già fatti dieci….” Disse Edward senza però staccarsi da lei.
“Hai impegni per la nottata?” lei accarezzò le sue braccia
fino ad arrivare al collo dove lo graffiò piano, contenta che lui si sfogasse
con le labbra sul suo collo.
“Perché me lo chiedi?”
“Pura curiosità!” rispose sorridendo, sentendo l’intimo
bagnarsi. Le mani di lui sulla pelle erano meravigliose.
“Avevo dei piani, sì…ma poi ho dovuto rinunciare!”
“Come mai?” la gonna troppo ingombrante del vestito non le
permetteva di muoversi come voleva, non le permetteva di sentirlo come voleva.
Gli passò le mani tra i capelli, passando le unghie sulla testa e sentì
rilasciare un gemito dalla sua gola. Eccitante.
“La ragazza con cui pensavo di passare la nottata si è
impegnata poco fa…”
Edward non voleva farla sentire in colpa, né però farle
sapere che era lei quella con cui desiderava stare fino al mattino.
“Mi dispiace per te. Troverai qualcuna di disponibile, nel
caso c’è sempre Tanya!” lui la morse. Non sopportava più quella ragazza, era
appiccicosa e non voleva starci insieme, né tantomeno finirci a letto ancora
una volta.
“Aspetterò che LEI si liberi…” mormorò mordicchiando il lobo
di Bella.
“Potrebbe volerci…tutta la notte!” disse lei buttando giù il
resto del liquido che era nel bicchiere. L’odore era così forte che arrivò alle
narici di Edward.
“Da quando bevi?”
“Da quando sono costretta a passare la notte con un uomo che
non desidero.”
Edward fece scendere le mani sui fianchi di Isabella e finì
di torturarle il collo, sperando di non averle lasciato segni.
“Smettila di bere questa schifezza o ti ammalerai!”
“Ma se la bevi anche tu! Perché tu la bevi?”
“Perché stanotte sono costretto a stare da solo, dal momento
che la donna che vorrei nel mio letto è costretta a passare la notte con un
uomo che non desidera.” le disse chiaramente Edward, togliendole ogni dubbio.
Le uscì fuori un gemito e strinse le mani attorno a quelle di Edward, poggiate
sul suo stomaco.
“Torno al piano, tu smettila di bere, per favore!”
La seguì con gli occhi quando si rimpossessò del suo posto
sullo sgabello, sembrava serena e contenta, più di prima e sperava che fosse
merito suo e non di quel mezzo bicchiere di porcheria che aveva bevuto.
Quando Harold fece chiudere i battenti,Edward era davvero
stufo di suonare e desiderava solo buttarsi a letto e dormire fino a mattina.
Tornando nella sua camera, dopo molto tempo da solo, vide
Isabella che camminava cercando di scansare l’uomo che le metteva le mani sui
fianchi. Ridacchiava stupidamente, lui sapeva che stava recitando la sua parte,
cercando di rabbonirlo facendo la timida.
Sarebbe corso verso di loro a spaccargli la faccia, invece
proseguì per la sua strada, cercando di cacciarsi dalla mente quell’immagine.
Era quasi giunto alla sua porta quando sentì un rumore di tacchetti dietro di
lui. Si voltò appena in tempo per afferrare ciò che gli si era buttato contro.
Lui era al terzo piano del palazzone, mentre Isabella stava al secondo piano.
Eppure se la ritrovò tra le braccia, con le labbra incollate alle sue.
“Isabella dovresti essere di sotto!” la ammonì lui,
tenendole comunque le braccia attorno alla vita e continuando a baciarla.
“Lo so…” bacio “Gli ho detto che volevo festeggiare e che
sarei andata a prendere qualcosa al bar!”
“Sei pazza lo sai?!” baciare Edward, era un sogno per lei.
Dopo che l’aveva lasciata in piena crisi d’identità dietro
il muro al buio, ed era tornato al piano, aveva passato l’intera serata su di
giri aspettando il momento in cui potevano stare soli. Era stata scontenta di
vedere l’uomo che l’attendeva per quella notte, continuava a metterle le mani
addosso e lei non lo sopportava. Lo scansava ma non poteva rifiutarlo. Così
tornando in camera, lungo il corridoio aveva sentito qualcun altro salire le
scale, si era voltata appena un secondo e l’aveva visto.
Edward.
Aveva voglia di passare la notte con lui, non con quel
polipo che si ritrovava accanto in quel momento.
Quando entrò nella sua stanza sorrise e prima che lui
potesse avvicinarsi si diede della stupida teatralmente.
“Piccolo, vado a prendere una bottiglia per festeggiare,
aspettami qui…comodo!” fare la gatta in calore le assicurava un bel guadagno e
lei aveva bisogno di quei soldi per andarsene. Chiuse la porta e corse su per
le scale, facendo attenzione che il suo ospite non la vedesse.
E ora era lì tra le sue braccia mentre la lingua di Edward
lottava con la sua.
Le mani di Edward si erano posizionate sui fianchi, non si
azzardava a muoverle per paura di non riuscire a fermarsi. Bella invece tirava
i suoi capelli e graffiava, sempre più desiderosa di aprire la porta della
camera di lui e mandare al diavolo quel tizio di sotto.
Quando lei gli morse il labbro, Edward si dovette
allontanare.
“Scendi di sotto, prima che manda a puttane il tuo
guadagno…”
“Edward…” non sapeva cosa dire, non riusciva a capire il
tono arrabbiato di lui. Pensava che anche lui la volesse, probabilmente però
non quanto lei voleva lui.
Abbassò la testa sconsolata, aveva fatto una mossa
sbagliata, l’ennesima.
“Io…mi dispiace…” disse lisciandosi la gonna e guardando il
volto di Edward che ora sembrava dispiaciuto.
“Bella…”
“No, ho capito…” si allontanò di qualche passo, dandogli le spalle. Era stata stupida ad andare da lui, voleva solo baciarlo, fargli capire che lo voleva.
“No invece, non hai capito un cazzo!” le disse raggiungendola e prendendola tra le braccia, affondando il viso nell’incavo del suo collo.
“No, ho capito…” si allontanò di qualche passo, dandogli le spalle. Era stata stupida ad andare da lui, voleva solo baciarlo, fargli capire che lo voleva.
“No invece, non hai capito un cazzo!” le disse raggiungendola e prendendola tra le braccia, affondando il viso nell’incavo del suo collo.
“Edward!”
“Oh, non fare la perbenista con me Isabella!” ridacchiarono
mentre la tensione scemava un po’.
“Mi dispiace per prima, non volevo…obbligarti!”
“Non mi hai obbligato! E mi dispiace di averti respinta
così…ma se avessimo continuato, fidati, non saresti tornata di sotto…e non
voglio farti perdere il cliente….”
Bella sorrise, scuotendo la testa, pensava sempre al suo
benessere.
“Perché sei venuta da me?”
“Volevo che avessi qualcosa a farti compagnia stanotte…”
rispose lei sorridendo, girandosi tra le sue braccia.
Lui la guardò negli occhi e sorrise scuotendo la testa.
“Scendi, davvero, prima che decida di sbatterti al muro e
scoparti in mezzo al corridoio!”
“E’ un’alternativa? Mi stai dando una scelta?”
Lui sorrise e scosse la testa.
“No…stasera non hai scelta.”
“Peccato!” gli fece l’occhiolino e si staccò da lui
velocemente scendendo i primi gradini. Poi si girò sorridendo. “Avrei scelto il
muro, comunque!”
Si lasciò scappare un grugnito e tornò in camera. Si lanciò
sul letto cercando di pensare a qualcosa che non fosse Isabella, quella sera
aveva minato il suo autocontrollo.
Si ritrovava duro come la roccia, infagottato dentro
quell’abito da pinguino e desideroso di tornare di sotto e far vedere a quel
damerino come si sbatte al muro una donna, facendola gridare di piacere.
Si tolse i vestiti e si infilò a letto, aveva ancora
l’immagine di Isabella tra le sue braccia mentre spingeva dentro di lei
addossati ad un muro, con i capelli sparsi sulle spalle e la testa reclinata
all’indietro. Il suo membro scattò, come alla ricerca di qualcosa, come se non
vedesse l’ora di immergersi nella carne di lei, a contatto con i suoi umori. Si
accarezzò piano attraverso il pantalone da notte, cercando di chetarsi, senza
risultato.
Era stanco e i rumori attorno a lui lo mettevano a disagio
quella sera, voleva disperatamente scendere di sotto e cacciare l’uomo che si
stava sbattendo la sua donna.
Ma non poteva farlo.
E non riusciva a dormire.
Così chiuse gli occhi e pensò a qualcosa di bello.
Cercò di visualizzare qualcosa per calmarsi ma non ci
riusciva.
Aveva lei in mente e basta.
Isabella stesa nel suo letto, le gambe aperte e le dita
piccole che accarezzavano la pelle.
Aveva sempre amato quando una donna si prendeva cura di lui,
ma adorava con tutto sé stesso guardare una donna toccarsi da sola.
Si chiese se Isabella l’avesse mai fatto, se l’avrebbe fatto
per lui…e poi con gli occhi chiusi la immaginò.
Le tette perfette per le sue mani, i capezzoli duri e
rossi grazie alla sua bocca e le sue dita che si perdevano dentro di lei.
La mano scese al di sotto dei pantaloni da notte e si prese
in mano il membro stringendo appena e cominciando a muoversi su e giù, su e
giù.
Isabella che chiudeva gli occhi e gettava indietro la
testa.
La mano che continuava quel movimento, dal ritmo sempre più
deciso.
Le mani di Isabella attorno ai suoi seni, mentre lui
leccava le labbra della sua intimità e assaporava i suoi umori caldi.
Era al limite. Si sentiva già fuori di sé e l’ultima
immagine che riuscì a visualizzare fu quella del suo pene che entrava e usciva
dalla fica di Isabella. E venne. Venne sulla sua mano e sul suo stomaco
imprecando a bassa voce.
Meraviglioso.
Incontrarla la mattina dopo nella sala della colazione lo
fece sorridere. Si era liberata del tizio e anche se sembrava tremendamente
stanca era sempre bellissima.
Era già seduta ma quando si alzò per prendere le pagnottine
che tanto adorava la vide zoppicare.
“Lo sapevo” si disse prima di raggiungerla di fretta.
“Buongiorno Isabella!” lei sussultò e si girò sorridendo.
“Buongiorno a te Edward, è un vizio quello di arrivare alle
spalle della gente?!” lui sorrise e scosse le spalle per non rispondere.
“Come stai stamattina?”
“Bene, tu?”
“Bene fino a poco fa…quando ho notato che zoppichi!” Decise
di essere sincero e lanciarle un’occhiataccia mentre lei arrossiva.
“Stamattina il piede è un po’ gonfio, ho fatto dei bagni di
acqua fredda ma quando passa l’effetto continua a gonfiarsi e fare male…avevi
ragione, dovevo riposare ieri!”
Lui scosse la testa e sorrise, avvicinandosi per lasciarle
un bacio sulla fronte.
“Vai a sederti, porto io quello che ti serve!”
Lo ascoltò, non volendo farlo arrabbiare né volendo sentire
“Te lo avevo detto!”
Aveva dovuto dargli ragione già per il riposo e odiava
ammetterlo, la caviglia le faceva davvero male oggi. Probabilmente era un buon
giorno per stare ferma a letto. Harold non avrebbe avanzato critiche.
“Come mai Alice non è dei nostri stamane?!” Sussultò di
nuovo.
“Maledizione Edward! Mi farai venire un colpo al cuore!” lui
ridacchiò piano e prese posto di fianco a lei.
“Alice ha un cliente abbastanza esigente oggi…” disse lei
con un sorrisetto malizioso ed entrambi capirono che Jasper era di nuovo in
camera con lei.
Mangiarono in silenzio, nessuno dei due voleva che gli altri
sentissero i loro discorsi, così aspettarono che tutti si dileguassero per
salire di sopra, insieme.
“Ti aiuto o farai il doppio della fatica e sforzerai il
piede.” le fece passare un braccio attorno al suo collo e la prese in braccio.
Non vedeva l’ora di stringerla in quel modo e lei appoggiò la testa sulla sua
spalla.
“Beh, così è molto più comodo in effetti!”
Quando arrivarono nel corridoio, vicino alla porta di Bella,
la fece scendere perché aprisse con la chiave e poi l’aiutò ad entrare,
chiudendo la porta dietro di sé.
Lui rimase sorpreso nel vedere come la camera di Isabella
non portasse nessun segno della notte precedente, né lenzuola aggrovigliate, né
indumenti per terra. Pareva che lì dentro non fosse successo nulla. Lei
intercettò il suo sguardo e prese posto sul letto.
“Non amo questo lavoro. Ma pagano bene ed io voglio farmi
una vita fuori di qui prima di diventare poco attraente, spero di trovare
marito, avere dei figli e dimenticare questa esperienza.” Prese un attimo il
fiato e poi continuò. “Non amando quello che faccio di notte in questo posto, cancello
ogni cosa al mattino. Quando lui se ne va tolgo le lenzuola e le lavo,
mettendone un paio pulite. Ogni giorno la stessa storia…Ma pagano bene!”
Edward sapeva che qualunque cosa fosse successa in Inghilterra
lo aspettava la sua famiglia, lei invece era scappata…non aveva più nessuno.
Si avvicinò di fianco a lei e sorrise accarezzandole il
braccio.
“Tu cosa hai fatto ieri sera?” chiese lei cambiando
discorso.
“Oh, non ti piacerebbe saperlo, fidati!” l’occhiata
maliziosa che le lanciò non la intimorì perché continuò con il suo
interrogatorio.
“Dici? Secondo me invece mi piacerebbe…mi piacciono le tue
idee ultimamente!” si morse il labbro ed Edward sentì il pantalone tirare. Si
chiese come fosse possibile, solo con un piccolo gesto.
“Ah si? E dimmi…quale ti è piaciuta di più?” ormai Edward
aveva perso la battaglia con l’autocontrollo, si era avvicinato a Isabella che
aveva allargato di poco le gambe e lui se ne stava in piedi fra di esse.
Vicinissimo a lei. La sua testa all’altezza del cavallo dei suoi pantaloni.
Le mani di lei andarono subito dietro le cosce definite di
lui, salendo piano mentre non smetteva un secondo di guardare i suoi pantaloni
rigonfi che aveva di fronte.
Aveva voglia di sentirlo, di toccarlo, di baciarlo tutto e
di leccarlo. Il suo sapore doveva essere meraviglioso.
Senza pensarci troppo si avvicinò e premette le labbra sopra
l’asta di Edward. Una volta. Due volte. Tre volte. Le labbra facevano una lieve
pressione che Edward percepiva benissimo anche con il tessuto della braga tra
di loro. Voleva spogliarsi, voleva sentire quei baci sulla sua carne calda.
Voleva che lo prendesse in bocca e lo facesse godere.
“Quella di scoparmi addosso al muro, senza ombra di dubbio”
Le parole arrivarono alle orecchie di Edward mischiate ai
suoi stessi ansiti, perché Bella non aveva smesso di baciarlo a quell’altezza.
“Dai Edward, dimmi cosa hai fatto ieri sera…” gli chiese con
voce lasciva aggiungendo le mani a quella tortura che stava conducendo sul corpo
del povero uomo.
“Ti sconvolgerei…” continuò quel gioco lui.
Lei ridacchiò appena sganciando le mollette che tenevano le
bretelle che fermavano il pantalone e slacciando il bottone e la cerniera. Lui
fremette di aspettativa. Quando gli tirò giù la stoffa del pantalone e dei
mutandoni Bella lo guardò a lungo. Aveva ancora la camicia indosso e le braghe
calate ma il suo arnese…oh era grosso. Imponente. Riprese con la tortura di
prima, questa volta direttamente sulla sua carne.
“Se non mi dici cosa hai fatto ieri sera…continuo a
torturarti in questo modo!”
“E cosa fai se te lo dico invece?!”
“Potrei premiarti…magari succhiandotelo fino a farti venire
nella mia gola…”
Stava utilizzando le sue doti da…ragazza del Moulin Rouge
per farlo cedere, per farlo scoppiare, per farsi prendere in mille modi dentro
quella stanza.
“Oddio!”
“Allora?” chiese Bella dopo gli ennesimi minuti passati in
silenzio senza avere una risposta.
“Mi sono toccato, mi sono toccato pensando a te…alle tue
mani…al tuo corpo!” sbottò lui, pronto per avere il premio che agognava.
Lei sorrise appena e lo guardò, staccandosi da lui.
“Ehi…avevi promesso un premio!” Isabella sghignazzò e gli
fece l’occhiolino.
“Ho pensato che…prima potremmo essere completamente nudi,
che ne pensi?”
“Dico che le tue idee mi piacciono molto, donna!” scalciò i
pantaloni di lato e sfilò la camicia senza sbottonarla, si accertò di chiudere
la porta a chiave mentre Bella toglieva le scarpe e gli mostrava la schiena. Si
avvicinò silenziosamente e le slacciò il bustino in gran fretta gettandolo di
lato, poi sbottonò la quindicina di bottoni che teneva il vestito chiuso sulla
schiena e neppure glielo tolse completamente prima di afferrare i suoi seni e
stringerli.
“Sono perfetti!” mormorò mordendole la spalla.
“Sono troppo piccoli invece…” Edward le lasciò un altro
morso.
“Non dirlo mai più…sono perfette!”
Scese con le mani lungo il busto e fece scendere il vestito
dalle gambe, insieme all’intimo, lasciandola completamente nuda di fronte a sé.
Si prese un attimo per osservarla, mentre lei pensava di
impazzire.
Il sedere sodo e alto, le gambe lunghe e snelle, la pancia
piatta e il seno perfetto…poi arrivò ai suoi occhi e le sorrise.
“Sei bellissima…” fece per avvicinarsi ma lei piazzò un
braccio tra di loro e scosse la testa.
“Oh no… ti avevo promesso un premio!” disse mettendosi in
ginocchio.
Isabella si avvicinò al suo membro, prendendolo in una mano
e stringendo appena, un sibilo dalla gola di Edward si liberò nella stanza. Si
avvicinò con la bocca e lasciò piccoli baci come aveva fatto prima, per poi
iniziare a lambirlo con la lingua ascoltando i gemiti che nascevano da Edward. Quando
le dita di lui si infilarono tra i suoi capelli lo prese in bocca.
Le labbra si strinsero attorno alla sua circonferenza e,
tenendosi alle cosce di lui, prese a muoversi su e giù per tutta la lunghezza.
Edward si sentiva in estasi, la bocca di Isabella era
magnifica, il ritmo era perfetto e le unghie di lei che ferivano la pelle delle
cosce aggiungeva eccitazione a quel momento.
I ringhi che uscivano dalla gola di Edward erano lo stimolo
per Bella a continuare. Teneva gli occhi aperti, lo guardava mentre lui gettava
la testa indietro e gemeva.
I suoi “Aahh” con voce bassa e roca le stavano rendendo
difficile continuare.
Voleva sentirlo.
Voleva le sue mani su di lei.
Desiderava che le dita si immergessero dentro di lei e la
facessero urlare di piacere.
Edward sentiva di essere quasi al limite, non ce la faceva
più a resistere così, con le mani tra i capelli della donna inginocchiata
davanti a lui, fece pressione per spostarla all’indietro. Lo sguardo di lei
confuso e il suo pene lucido della sua saliva. Avrebbe voluto riavvicinarla e
spingere fino ad arrivarle in gola e liberarsi, ma voleva essere dentro di lei.
Le sorrise e le porse la mano per farla alzare guidandola
poi verso il letto, la spinse leggermente in modo che cadesse tra le lenzuola
teatralmente ridacchiando insieme a lei.
Era così semplice, era tutto così dannatamente facile con
lei. I sorrisi, nessun imbarazzo, nessuna volgarità.
Si piegò sulle gambe e si inginocchiò davanti a lei, afferrò
le sue gambe e le mise sopra le sue spalle tirando un po’ il suo corpo fino ad
arrivare con il volto a poca distanza dal suo centro caldo. L’odore della sua
eccitazione lo mandava in bestia. Voleva divorarla, farla urlare, essere una
furia e invece si avvicinò lento, soffiandoci appena facendola sussultare.
Una mano la teneva sul sedere, l’altra le accarezzava una
gamba.
La lingua trovò subito il suo posto tra le pieghe della sua
intimità e cominciò a muoverla lentamente, assaporandola e guardandola mentre
con le mani si accarezzava i seni.
La sua fantasia.
Prese di mira quel piccolo bottoncino che aveva notato
essere molto sensibile e mosse la lingua in circolo con una lieve pressione.
Bella si contorceva, si strizzava le tette tra loro, pizzicando i capezzoli e
inarcando la schiena. L’uomo che si trovava tra le sue gambe usava la lingua in
modo delizioso.
Le dita che erano sulla sua gamba arrivarono al centro di
lei, ne infilò prima uno e poi il secondo in un movimento costante. Dentro. Fuori.
Dentro. Fuori. Edward sentiva gli umori di Bella e le pareti che si stringevano
attorno alle sue dita, accompagnò il movimento della mano con più pressione
della lingua e la sentì gemere forte e pulsare attorno a lui. Non vedeva l’ora
di sentire le stesse sensazioni sul suo membro.
Ci mise un attimo a raggiungerla e spostarla in una
posizione più comoda sul letto per poi entrare in una volta sola dentro di lei.
“Edward!” eccitazione e sorpresa si mischiarono nella sua
voce e lui le sorrise.
“Scusa piccola!”
“Non…non ti scusare!” riuscì a rispondere tra le spinte
poderose.
I grugniti di Edward nel suo orecchio la stavano portando
velocemente al limite, aveva circondato la vita dell’uomo con le sue gambe e
stringeva le sue spalle perché rimanesse addossato al suo corpo. La sensazione
della loro pelle a contatto era meravigliosa. I brividi che la sua bocca e la
sua lingua sul collo le provocavano non li aveva mai sentiti.
“Voglio…voglio vederti!” esclamò lui. Si tirò indietro senza
uscire da lei e con le ginocchia poggiate al materasso riprese a spingere. La
nuova posizione gli permetteva di guardare il suo cazzo che entrava nella fica
bagnata di lei e lo eccitava fino a spingerlo al limite.
“Non so quanto durerò ancora…” grugnì mentre non sapeva se
guardare il suo volto in estasi o le sue tette che si alzavano e si abbassavano
seguendo il movimento dei loro bacini, o ancora gli umori di lei sul suo
membro.
Mentre era concentrato sul suo corpo sentì le dita di lei
intrufolarsi nella sua bocca, dopo un piccolo momento di smarrimento le succhiò
e le leccò sentendosi su di giri per quel gesto. E lei lo stupì. Tolse le dita
dalla sua bocca e le infilò nella sua per qualche secondo per poi portarle
sopra i loro corpi uniti e toccarsi. Il bottoncino sensibile sotto le sue dita
scomparse ma le pareti di Bella si strinsero attorno al suo cazzo.
Non riusciva a credere ai suoi occhi, l’immagine l’avrebbe
perseguitato a vita.
Esplose dentro di lei, riversando il suo seme caldo mentre
le sue pareti si stringevano e pulsavano attorno al suo membro. I loro gemiti
si confusero insieme, il sudore della loro pelle si fuse e il corpo di Bella
prese a tremare quando la sentì venire attorno a lui.
Collassò sul suo corpo stringendo i suoi fianchi e le dita
di lei si intrufolarono tra i suoi capelli umidi di sudore.
Nessuno dei due si rendeva conto del tempo passato, Edward
aveva afferrato il lenzuolo e aveva coperto i loro corpi nudi e stanchi, sudati
e appagati. Non avevano ancora aperto gli occhi, chiusi nella loro bolla di
piacere e soddisfazione.
Quando alzarono lo sguardo, uno negli occhi dell’altra, si
resero conto di quanto la situazione gli fosse sfuggita di mano. Entrambi
provavano sentimenti, qualcosa che non si potevano permettere. Almeno così la
pensava Isabella, temeva che potesse essere un ostacolo alla sua libertà ed era
pronta a raffreddare e riprendere le distanze quanto prima. Ma nel momento in
cui aprì bocca per cacciarlo dalla sua camera lui la sorprese.
“Vieni in Inghilterra con me, permettimi di prendermi cura
di te, di darti una vita rispettosa, senza essere costretta a venderti per
vivere!”
Lo disse serio, convinto di avere trovato la donna della sua
vita. Suo padre era stato costretto a sposare sua madre, Esme, quando entrambi
erano molto giovani; erano finiti poi per amarsi negli anni, nessuno dei due
aveva tradito l’altro, nonostante il matrimonio fosse nato da accordi tra due
famiglie. I suoi genitori erano l’esempio, per lui, che nella vita si poteva
costruire qualcosa di bello e duraturo nel tempo giorno dopo giorno, anche se
all’inizio mancano le basi. Voleva togliere Isabella da quel posto sporco e
immorale, voleva darle la possibilità di essere felice e spensierata, voleva
sposarla, averla per sé tutte le volte che voleva, voleva innamorarsi perdutamente
di lei, un giorno dopo l’altro.
“Edward… la tua proposta è davvero allettante ma…rischiosa.
Non posso permettermelo, non so fare nulla se non ballare e vendere il mio
corpo, inoltre non posso lasciare mia sorella qui, da sola!”
L’aveva sorpresa con quella domanda e per quanto in cuore
suo sperava di vedere l’abito bianco e i fiori attorno a loro, un banchetto
meraviglioso, una casa e pargoletti contenti che scorrazzavano attorno alla
tenuta, sapeva di non poterselo permettere. Sarebbe stato bello sposarsi con
Edward, avrebbero avuto qualcosa in più di un matrimonio solo per necessità, ma
cosa poteva offrirgli, e lui cosa le poteva offrire?
“Torneremo in Inghilterra tutti e quattro, io, te, Jasper ed
Alice! Non dirmi di no!” la pregò.
Lei sorrise mesta e scosse la testa, un profondo senso di
delusione coinvolse tutti gli organi interni di Edward, gli occhi bruciarono e
le mani tremarono per la rabbia e la tristezza di quel rifiuto silenzioso. Si
alzò dal letto, indossò gli abiti velocemente e uscì dalla camera per non farne
ritorno.
Era tempo di tornare in Inghilterra.
Sixyearslater…
“Marie non correre!” la voce di Edward era forte ma patinata
di un’allegria che nessuno riusciva a comprendere.
“Ma papi è Paul che vuole fare una gara! Perché non
rimproveri anche lui?” la bambina puntava i piedi e incrociava le braccia ogni
qualvolta riceveva un richiamo. I due gemelli di cinque anni erano davvero
tremendi, in casa non c’era mai un attimo di tranquillità quando quei due erano
svegli.
“Riprenderò anche Paul quando si fermerà, e pregate di non
farvi male o sgualcirvi gli abiti, vostra madre potrebbe davvero arrabbiarsi e
non farvi il dolce per la vostra festa, oppure nascondere tutti i regali!” la
piccola aveva sgranato gli occhi e in panico era andata a fermare il fratello
spiegando a modo suo, confabulando cioè, che la madre gliel’avrebbe di certo
fatta pagare.
“Spiegami perché Isabella non è con noi questo pomeriggio…”
La voce del suo amico di infanzia nonché suo cognato, Jasper,gli fece togliere
lo sguardo dai bambini che ora camminavano mano nella mano sul prato diretti al
punto vicino al fiume dove avevano deciso di passare il loro pomeriggio.
“Bella è già lì che ci aspetta, ho preferito non farla
stancare e farla accompagnare con l’autovettura di mio padre. Alice, tu come ti
senti invece?”
“Benissimo, le nausee sono passate del tutto e questo
piccolo diavoletto di tanto in tanto scalcia e mi tiene compagnia quando Jazz è
impegnato con il lavoro!”
Le chiacchiere non terminano, ad un certo punto però Edward
si esclude dai discorsi intravedendo la figura di sua moglie, seduta sul grande
prato, su di un telo grande pronto ad accogliere tutti noi. Era meravigliosa,
bellissima e i raggi di sole che si infrangevano sul suo viso la rendevano
quasi una creatura divina. Tornò con la mente ad un passato che sembrava così
lontano, che gli fece nascere un sorriso meraviglioso sul volto.
Flashback
“Edward! Aspetta Edward! Ti prego, fermati!” lo chiamava
a gran voce per il corridoio, teneva stretta la sua vestaglia e i piedi nudi
stavano raccogliendo troppe schegge dal pavimento, ma non si fermava. “Edward,
ti prego, fermati!” Ma lui non la volle ascoltare e una volta entrato in camera
chiuse la sua porta sul viso di Isabella.
“Maledizione!” imprecò sottovoce. Si era lasciato andare
e il risultato era un rifiuto secco, non avrebbe mai pensato un risvolto del
genere.
“Edward, apri, te ne prego… Fammi parlare, ascoltami!” Afferrò
il suo bagaglio da sotto il letto e aprì l’armadio per raccogliere i suoi averi
e tenersi pronto a tornare a casa. “Edward…!” sentì solo il sussurro del suo
nome misto ai singhiozzi di Isabella. Stava piangendo. Corse ad aprire la
porta, toccato da quei lamenti. “Oh, finalmente! Non mi hai lasciato modo di
spiegare…”
“Cosa c’è da spiegare? Sei stata piuttosto eloquente…” La
rabbia non si era affievolita neppure un pochino. Lei scosse di nuovo la testa
ed avanzò dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle e facendo un giro
di chiave.
“Mi ami Edward?” Gli chiese a bruciapelo. Gli occhi di
lui schizzarono nei suoi, sorpreso, allibito, stupito da una domanda così
diretta, ma non poté rispondere perché lei attaccò con la sua filippica senza
lasciarlo replicare. “Perché io credo di amarti, sento il cuore che batte forte
e lo stomaco che si stringe ogni volta che qualche donna ti si avvicina o
quando tu dai attenzioni a Tanya o altre ragazze qui. Quando mi sfiori
rabbrividisco e prima…è stata l’esperienza migliore della mia vita. Credo di
amarti, ma se tu non provi nulla per me, allora non costringermi a lasciare
questa vita per seguirti e darmi una vita che sarà comunque infelice. Sarei
infelice senza un uomo che mi ama. Per cui… mi ami Edward?”
Non c’erano risposte, si era solo avvicinato e l’aveva
presa in braccio per poi avvicinarsi al muro della sua camera e iniziare a
baciarla selvaggiamente.
Fine Flashback
Avevano fatto l’amore in mille modi quel giorno e tutta la
notte. Solo all’alba lui la voltò tra le sue braccia e tra i baci le sussurrò
decine di volte “Ti amo”, mentre le mani correvano sulla sua pelle in carezze
dolci e amorevoli. Da quel giorno, Isabella rifiutò gli uomini che la
reclamavano, ormai presa completamente da un unico uomo che passava la notte
con lei, nel suo letto. Tre settimane più tardi avevano preso il treno per
tornare in Inghilterra: Lui, Isabella, Jasper ed Alice.
Presentò la sua donna ai suoi genitori, che lo
rimproverarono per il modo in cui aveva lasciato la casa mesi prima, ma che si
dimostrarono entusiasti dell’uomo che era diventato. Si sposarono dopo soli due
mesi, condividendo una giornata meravigliosa.
Comprarono una piccola casetta, con un giardino su cui
fecero costruire un’altalena e un grande porticato per i pranzi estivi all’aria
aperta. Inaugurarono tutte le superfici disponibili della loro nuova dimora,
dichiarandosi il loro amore ripetutamente.
Quasi un anno più tardi erano nati Paul e Marie, due
gemelli; identici nel carattere, diversissimi nell’aspetto: Marie aveva preso i
capelli rossicci di Edward e gli occhi verdi, Paul gli occhi scuri e i capelli
color cioccolato di Isabella. Erano due bambini meravigliosi, e a breve sarebbe
nato il loro terzo bambino, per quello Isabella doveva stare tranquilla e non
fare sforzi.
Si avvicinò a lei, prendendo posto al suo fianco mentre i
bambini continuavano a gridacchiare attorno agli zii cercando di carpire
informazioni per i loro regali.
“Sei splendida moglie!” le sussurrò nell’orecchio, evitando
di farsi sentire dalle altre orecchie a fianco a loro.
“Anche tu marito, davvero bellissimo!”
“Hai una luce diversa negli occhi, sembri più…rilassata
oggi!” disse mentre lasciava un bacio sul collo della sua donna. Lei sghignazzò
e pizzicò il dorso della mano di Edward che stava salendo sulla sua coscia,
sotto il vestito.
“Più che rilassata, direi soddisfatta! Questa notte sono
stata scopata a dovere!” lui si era ritirato e l’aveva guardata con finto
orrore.
“Isabella! Cosa sono questi termini?!” Non riuscì a
mantenere troppo il suo cipiglio scontroso sul volto e scoppiò a ridere cercando
di non incuriosire i presenti.
“Finalmente ieri sera ho compreso il motivo delle tue
premure. Tu vuoi che io non mi sforzi, che non sollevi pesi, che addirittura
non faccia molti passi perché potrei stancarmi…. Solo per potermi stancare a
dovere tu, in camera nostra!” Edward mordicchiò la sua spalla e non rispose,
era davvero così. Se si fosse stancata durante la giornata la notte sarebbe
stato rischioso fare l’amore con lei e non voleva, preferiva impedirle di
affaticarsi durante il giorno e perdersi tra le sue pieghe calde di notte.
“Non rispondi marito? Devo supporre di avere c’entrato il
punto?!” la mordicchiò ancora una volta e lei sghignazzò tirandogli appena i
capelli per farlo spostare dalla sua scollatura, per poi avvicinare il suo
orecchio alle sue labbra e sussurrare roca. “Spero tanto di avere ragione,
perché ho tutta l’intenzione di non stancarmi oggi, ma ripetere l’esperienza di
ieri sera ancora e ancora. Voglio che mi prendi con passione, che tu mi faccia
perdere il senso di dove sono, che le mie carni brucino dal dolore perché sei
passionale e voglio sentirti godere mentre mi mordi perché non resisti.”
Quelle parole l’avevano gettato nell’oblio dei ricordi ed
eccitato chiuse gli occhi per mantenersi calmo, ma la mente lo fece tornare alla
sera precedente.
Flashback
Era entrato nella loro camera dopo aver rimboccato le
coperte ai suoi due angeli, ed ora aveva una disperata voglia di stare con sua
moglie e stringerla tutta la notte. Isabella se ne stava sul letto,
completamente nuda, con le gambe incrociate e la schiena appoggiata alla
testiera del letto. Il pancione in bella vista tondo, liscio, dove cresceva
l’ennesimo frutto del loro amore. Ma era nuda e lo aspettava con una fascia
scura tra le mani.
“Bella…” riuscì solo a mormorare avanzando nella camera
dopo aver chiuso la porta a chiave.
“Shhh… stasera facciamo a modo mio!” l’amava
profondamente quando prendeva l’iniziativa. “Voglio che mi bendi, non voglio
vedere, voglio assaporare ogni emozione, ogni sensazione…” Non se l’era fatto
ripetere due volte. Aveva tolto i suoi vestiti e l’aveva raggiunta sul letto,
legando la benda sopra i suoi occhi e impedendole di guardare oltre.
“Fermami quando vuoi…” Sperava di non fare male al
bambino per quello che aveva in testa, mentre Isabella si sentiva su di giri
per quella nuova esperienza.
Le distese le gambe e poi ci si piazzò nel mezzo, mentre
con le mani le accarezzava il collo, le spalle, le braccia, per poi proseguire
sui seni e perdersi a giocare con quei due bottoncini rosa che amava succhiare
fino a farla gridare. La bocca aveva seguito il percorso delle sue mani,
lentamente. I gemiti di sua moglie si liberavano sussurrati dalle sue labbra e
lui voleva vederla in preda alla follia del piacere. La fece stendere
cominciando a toccarla con meno delicatezza, facendo pressione sulle cosce e
sulle natiche, mentre la sua bocca si occupava di mordicchiare e leccare i suoi
capezzoli, come se da quello dipendesse la sua vita. I rumori che uscivano
dalla gola di Isabella si fecero più profondi, più rochi. Si inginocchiò tra le
sue gambe, la bocca ad un centimetro del suo centro caldo e pulsante, le mani a
tenere separate le gambe e permettergli di vedere la sua fica esposta e bagnata
dai suoi umori, con quei pochi riccioli scuri che lo facevano impazzire. Si
avvicinò fino a quando le sue labbra non incontrarono la sua pelle morbida e si
perse nel toccare, leccare e assaporare la sua carne e i suoi umori. Sentiva
fra le gambe dolore per la troppa eccitazione.
“Oh si, continua…si, oh…” non riusciva a fermarsi, voleva
entrare dentro di lei e sentire la sua pelle ricoprirsi di brividi gli diede la
spinta finale per decidere. Entrò dentro di lei con una spinta forte e decisa,
facendola gridare. Non voleva farle male e così le aveva sussurrato nelle
orecchie se fosse tutto a posto, lei in risposta aveva allungato le mani sul
suo sedere per intimargli di continuare quel movimento. Riprese a muoversi,
tenendo gli occhi chiusi e sentendo ogni cosa. Le dita di lei sulla sua pelle,
i loro corpi che sudavano e sbattevano fra di loro, il calore della sua cavità
che si stringeva attorno al suo membro…quando Isabella gli leccò la spalla, il
collo, per poi arrivare a baciare le sue labbra con passione non riuscì a
tenersi; prese a spingere più forte, mentre i gemiti di entrambi si spegnevano
tra i loro baci.
Sentì le unghie di lei infilarsi nella carne delle sue
spalle e seppe che stava per venire, un attimo dopo le sue pareti si strinsero
attorno a lui portandolo sempre più vicino all’obliò. Si lasciò andare, la
passione scoppiò in ogni sua cellula, la mente completamente staccata dal resto
del corpo, viaggiava libera e leggera. Si staccò dalla sua bocca per
permetterle di respirare e mentre si liberava in lei con le ultime spinte
poderose le morse la spalla con forza, fino a lasciarle un segno rosso dei suoi
denti.
Le tolse la benda e l’abbracciò stretta.
Fine Flashback
Sorrise tra sé e sé a quelle immagini che vorticavano nella
sua testa.
La scintilla si accese una sera di molti anni prima
all’interno di un bordello, le loro vite si erano incrociate per puro caso o
forse per destino. Dovevano ringraziare il fato per averli fatti incontrare e
quell’esplosione di attrazione e sentimenti che ancora si portavano dietro dopo
anni, per rendere così magica ogni giornata delle loro vite.
“Ehi Edward, tutto bene?!” chiese lei dolcemente.
Le sorrise, guardandosi un attimo attorno, per essere sicuro
che nessuno fosse in ascolto o interessato a loro due. Si piegò verso il suo
orecchio e sospirò.
“Penserò a fare stancare molto i bambini, in modo che
anticipino l’ora della nanna…Non vedo l’ora di prenderti ancora e ancora…tutta
la notte. Finché non mi implorerai di darti una pausa.” Mentre parlava nel suo
orecchio le prese la mano e lentamente la portò fino al cavallo dei suoi
pantaloni, per farle sentire quanto fosse grande il desiderio di lei.
“Oh marito! Non vedo l’ora!”
Il baciò che seguì, un incontro di labbra, lingue e sospiri
fu solo l’anticipazione per quello che molte ore dopo si svolse in camera da
letto.

Bella idea, bei personaggi e bellissime scene hot. Brava!
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaMi è piaciuta moltissimo questa one-shot!!! Ho trovato i personaggi ben caratterizzati e Edward mooolto passionale!!! Bravissima,
RispondiEliminaAleuname
Comincio con il dire che la storia è molto carina e originale per quanto mi riguarda. Edward parte come un ragazzino viziato che pensa solo al divertimento e poi si rivela essere invece responsabile e passionale. Bella invece è già matura e responsabile grazie anche alle difficoltà che le ha inflitto la vita.
RispondiEliminaMi permetto di dirti che c'è qualche piccola imperfezione di sintassi o di punteggiatura che credo possano essere dovute a delle distrazioni. In alcuni passaggi non sono riuscita a capire bene se ciò che veniva detto era riferito a Edward o Bella o Jasper. Mi riprometto però di rileggerla perché potrei essere stata presa dalla curiosità di leggere tutte le storie e aver letto con superficialità. Magari potremmo riparlarne ancora quando saprò chi sei. Ci sono dei buchi di narrazione... nel senso che forse si passa troppo velocemente, senza quasi soffermarsi, sulle cause che portano alle successive azioni dei protagonisti. E' anche vero però che questo è un limite delle shot dovuto proprio al fatto che, in poche pagine, si deve narrare una storia di senso compiuto, che quindi abbia un inizio, una parte esplicativa, una conclusione. E non è sempre facile.
Sono certa che la continuità nello scrivere ti aiuterà ad arrivare a buoni livelli.
Molto carina e originale, mi è piaciuto soprattutto il modo in cui hai reso il progressivo avvicinamento tra Bella e Edward, che si sono incontrati in un ambiente così diverso dal loro di origine, ma hanno agito accettando integralmente le regole del luogo dove, per ragioni diverse, avevano trovato rifugio.
RispondiEliminaFederica - Fede13
Brava!!! Storia carina, con scene hot e dialoghi divertenti , personaggi credibili e simpatici... Mi è piaciuto tanto soprattutto Edward!!
RispondiEliminaLunga e superdettagliata, senza pause e senza un momento per riprendere fiato. Bella storia, strana da certi punti di vista, ma riconducibile al carattere focoso di entrambi i protagonisti. Oh, e molto sexy, naturalmente :D
RispondiElimina-Sparv-
Storia dal ritmo incalzante, sostenuto, piacevole da leggere e molto "visiva". Ho avuto però l'impressione che le scene hot, davvero calde comunque, fossero un po' forzate, nel senso che tu di solito non sia abituata a scriverle in questo modo, ma magari in modo più soft...non so se sono riuscita a spiegarmi e comunque è solo una mia impressione.
RispondiEliminaInizio con il dire che è un'epoca che per certi versi mi affascina, quindi leggerla è stato più semplice di altre.
RispondiEliminaAvrei preferito che, in alcuni punti, tu analizzassi meglio la parte storica, ne dai un brevissimo accenno e fai poche descrizioni di contesto per poter vedere chiaramente cosa ci sta attorno. Però, essendo anni che hanno rivoluzionato un po' il modo di pensare e che comunque molti conoscono, diciamo che potrebbe passare.... anche se un approfondimento sul tema del contest ci stava ugualmente!
Ho trovato molto bella la copertina, allegra, scintillante...carina!
Per il resto... la storia mi è piaciuta molto, davvero una meraviglia, forse analizzarla più nel dettaglio con una long avrebbe reso il tutto migliore. E' un consiglio, come l'ho dato a molte altre, di allungarla e farne qualcosa di più...forse acquista il giusto valore!
Brava comunque, perchè certe emozioni le ho sentite a pelle.
Complimenti e grazie di averci dato questa storia.
Wuellaaaaaaaa! Storia moooolto calda. Anche questo racconto mi ha trascinata lungo una percorso che ho amato punto per punto. Mi è piaciuto molto il cosiddetto "Slow Burn", cioè la tensione sessuale tra i due che cresce di passaggio in passaggio, senza esplodere immediatamente. Belli i dialoghi, frizzanti ed erotici. Scene molto sexy e un Edward un pochino figlio di buona donna all'inizio che non guasta... Insomma mi hai tenuta ben incollata lungo tutto lo svolgimento della storia. Brava! Cristina
RispondiEliminaAccidenti che caldo :-)
RispondiEliminaBellissima storia,molto curata nei dettagli...
Non mi sono fermata nella lettura neanche per un istante:-)
Bravissima!!!
Molto carina questa storia, lunga e intensa. Mi è piaciuta l'evoluzione dei personaggi, la realtà non edulcorata della vita nel locale e... Edward. Mi sto accorgendo che gli Edward di questo contest sono fantastici tutti.
RispondiEliminaComplimenti.
La storia è molto alla Moulin Rouge e ricca di parti hot che incarnano le abitudini libertine dell'epoca a Parigi. Edward è un autentico fancazzista dell'epoca figlio di papà annoiato dalla ricchezza e desideroso di scoprire il mondo uscendo dall'ampolla protetta in cui vive da sempre...Esabella è la sfigata per eccellenza ...colei che subisce ogni sorta di soprusi e che alla fine si cucca il premio più ambito....non male l'accoppiata. Si sa mai nella vita quel che riserva il destino no? Sei stata brava...non era facile descrivere tutto quel sesso hot...(Y)
RispondiEliminaAppena finita di leggre questo bel racconto e devo ancora riprendermi dal calore che mi hai fatto provare ,veramente bella .
RispondiEliminaappena letto, devo dire che ci sono un pò di imprecisioni, periodi molto lunghi e con poca punteggiatura, quindi non sempre facili da seguire.. la storia in se mi lascia un pò di amaro in bocca, perchè Isabella mi pare la solita sfortunata costretta a far sesso in cambio di denaro, mentre edward il classico rampollo che troba a destra e a manca finchè non si dichiarano.. ben descritte le scene hot, ma per il resto non posso dire che mi abbia fatto impazzire..
RispondiEliminaCarina e soprattutto credibile per contesto, descrizione e personaggi!
RispondiEliminaBrava per le scene Hot....che caldo!
Bellissima ambientazione e 10 e lode x le scene hot!! Devo dire però che alcuni periodi un po' lunghi mi hanno reso faticosa la lettura
RispondiEliminaComplimenti!
RispondiEliminaUna storia godibile........da tutti i punti di vista.......ahahahah
Periodo e personaggi spumeggianti nonostante il passato e il presente di Bella!
Grazie, un Bacio
JB