lunedì 22 dicembre 2014

" Il Selvaggio "







“Quando un esercito dei bianchi combatte i nativi americani e vince, questa è considerata una grande vittoria. Ma se sono i bianchi ad essere sconfitti, allora è chiamata massacro” (Chiksika)




Correva veloce come il vento. Al fianco, il suo lupo. I gambali di pelle di daino colpivano silenziosamente il terreno. Il giovane Sioux si sarebbe preparato per affrontare la grande prova a cui sarebbe stato sottoposto per essere accettato completamente dalla sua gente e diventare finalmente un uomo a tutti gli effetti.
Voleva diventare un guerriero.
Voleva combattere.
Voleva sterminare l’uomo bianco che aveva provocato grandi perdite alla sua gente. E lo avrebbe fatto con il favore degli Spiriti degli Antichi Guerrieri.
Enapay, Senza Paura, voleva assomigliare a suo padre. Quel padre che sapeva essere rispettato dal popolo come valoroso guerriero da prima che compisse venti inverni. Quel padre che aveva ricevuto il suo nome da uomo all’età di quattordici inverni di ritorno da una razzia e che gli aveva raccontato più volte come gli avesse battuto forte il cuore nell’ascoltare il canto che gli dava questo nuovo nome e come avesse fatto voto di non cambiarlo mai più: Ta-Tanka I-Yotank, Toro Seduto, ora e sempre. Quel padre che aveva deciso che il suo nome sarebbe diventato simbolo di valore e audacia.
Questo era suo padre e anche lui avrebbe conservato il suo nome perché faceva parte della sua storia così diversa dal clan dove era cresciuto. Toro Seduto non era il suo vero padre ma era tuttavia l’unico che Enapay riconoscesse come tale. Colui che lo aveva trovato, quando aveva circa cinque inverni, solo, sporco, denutrito e infreddolito a vagare per il bosco. Lo aveva quindi portato al suo villaggio affidandolo alle cure della sua prima moglie. Nell’ombra del guerriero aveva camminato bambino e sotto il suo sguardo severo stava diventando uomo. Il suo unico vero padre, colui che protegge, colui che non abbandona mai i suoi.
Il suo destino era diverso da quello degli altri giovani del clan.
LUI era diverso.
La sua pelle era bronzo dorato se paragonata a quella color terra rossa degli altri; i suoi capelli avevano il colore rosso brunito delle foglie d’autunno contro il nero assoluto del resto del clan; i suoi occhi erano cristallini come l’acqua del lago del mistero, Spirit Lake, e non scuri come la terra. E quindi doveva essere accettato e, per farlo, doveva dimostrare il suo valore confermando il nome che si era guadagnato ma soprattutto trovare il favore degli Spiriti. E c’era solo un modo per poter ottenere un responso positivo: sottoporsi alla purificazione ed avere una visione.
Il veggente della tribù gli aveva detto di scegliere il luogo dove innalzare la capanna della purificazione e lui ora stava correndo proprio laggiù, nell’unico posto che credeva degno di tale scopo. L’avrebbe costruita nella radura presso il luogo più sacro per la sua gente. Chiedere lì l’appoggio degli Spiriti, sulle Pahá Sápa, Colline Nere, gli era parso il sistema migliore.
Ed eccola, finalmente, la sua radura.
Regnava il silenzio assoluto tutto intorno a lui, spezzato solo dal canto degli uccelli e dal gorgoglio dell’acqua di un piccolo torrente che scorreva lento, raccogliendo le sue acque in un piccolo slargo che gli permetteva di dar vita ad un minuscolo laghetto verde-azzurro per poi proseguire la sua avanzata sparendo in mezzo agli alberi.
Sì, era perfetta.
Al centro avrebbe eretto la capanna dove si sarebbe purificato per il suo incontro con gli Spiriti e poi avrebbe avuto la visione. Doveva far presto. La guerra contro l’uomo bianco era imminente ormai e lui fremeva per esprimersi in battaglia. Per ora invece si sarebbe spogliato dei pantaloni di pelle di cervo per immergersi nelle acque gelide del torrente affinché il suo corpo e la sua mente si rigenerassero dopo la lunga corsa.
Il lupo al suo fianco guaì sommessamente attirando l’attenzione di Enapay su di una piccola figura umana in piedi proprio al centro della sua radura. Si accigliò contrariato. Nessuno poteva trovarsi lì, soprattutto se non apparteneva alla sua gente. E si vedeva che la donna non era una Sioux. I suoi abiti erano troppo strani e decisamente poco pratici.
Cominciò ad avvicinarsi piano. I suoi occhi perlustravano lo spazio intorno a lui per accertarsi che non ci fossero uomini bianchi. Quella donna era un pazza ad allontanarsi così dalla sua gente!
Le nuove leggi volute dal governo nemico vedevano la sua gente costretta in aree chiamate Riserve. Enapay faceva parte di quei clan che non avevano riconosciuto la validità del trattato stipulato con Nuvola Rossa rifiutandosi di farsi rinchiudere in aree limitate. Quindi sapeva bene che sarebbe stato ucciso senza indugio se fosse stato trovato così lontano dal confine della Riserva. Nonostante questo però, si era comunque avvicinato silenziosamente alla giovane donna ed ora era proprio dietro di lei.
Che profumo, pensò Enapay.
Con un ultimo sguardo intorno, si sporse lentamente di lato per vedere meglio che cosa stesse facendo la donna. Sembrava intenta a disegnare su una strana superficie bianca e quando i suoi occhi si posarono su di lei, si sentì mancare la terra sotto i piedi.
Era la creatura più bella che avesse mai visto. La sua pelle era bianca come il latte. I suoi capelli scuri raccolti sulla sommità della nuca a lasciare scoperto il lungo collo sinuoso. Ai lobi delle orecchie, i pendenti di cristallo rifrangevano la luce del sole.
Il naso era dritto e le labbra carnose e socchiuse lasciavano intravedere la punta rossa della lingua che si muoveva lentamente seguendo il ritmo della sua concentrazione. Alcune ciocche di capelli ricadevano delicatamente a sfiorarle la pelle leggermente arrossata delle guance.
Per la prima volta nella sua vita, Enapay era completamente paralizzato, incomprensibilmente rapito dalla visione che aveva davanti, con l’istinto primordiale di far sua la fanciulla.
Fu in quel momento che la femmina si voltò e lui si ritrovò a trattenere il respiro per un attimo interminabile, immobile, con lo sguardo inchiodato agli occhi marroni più belli che avesse mai visto. Vi lesse sorpresa e paura e, quando si rese conto che stava per urlare, si gettò su di lei afferrandola per il collo e premendo la mano contro la sua bocca.
Il terrore della donna fu talmente grande che svenne tra le sue braccia. Enapay accompagnò la caduta della giovane accucciandosi per distenderla sul prato tenendola appoggiata al suo ginocchio. Lupo si avvicinò cominciando a mugolare e annusare la donna bianca. Per i Sacri Spiriti, non era sua intenzione spaventarla così ma anche lui si era fatto sorprendere dalla paura quando lei si era preparata ad urlare. Anche se in quel momento non li vedeva, non era detto che non ci fossero uomini pallidi nei paragi. Non erano così sprovveduti da mandare una delle loro donne in giro da sola.
E ora cosa faccio? Non posso lasciarla qui!, pensò il selvaggio cercando in fretta una soluzione. Senza pensarci due volte, le passò le braccia intorno al corpo, la sollevò e, tenendola ben salda tra le braccia, si incamminò lentamente seguendo fiducioso il suo lupo che procedeva sicuro lungo la traccia lasciata dalla donna nel suo cammino fino alla radura. Seguendo il suo odore l’avrebbe riportata nel posto da cui era venuta.
Avanzava con passo sicuro e con il cuore che gli martellava nel petto perché sapeva che stava rischiando grosso. Se l’uomo bianco lo avesse trovato fuori dai confini della riserva non avrebbe avuto la stessa compassione che lui aveva rivolto alla giovane donna. Sapeva bene che gli altri guerrieri facevano prigioniere le femmine nemiche per farne serve presso la tribù. Ma questa era speciale. L’aveva trovata nella radura sacra e, se gli Spiriti avevano permesso la sua presenza lì, voleva dire che non si poteva toccare o gravi sciagure si sarebbero abbattute sull’intera tribù.
Si fermò al limitare del bosco. Ora era pericolosamente vicino al suo nemico.
Poco lontano da lui, un muro di cinta circondava un enorme giardino. Guardò la bellezza bianca inerme tra le sue braccia pensando che era triste doversene separare senza avere nessuna possibilità di contatto. Il suo cuore tremava come non gli era mai capitato prima. Cercò di soffocare quelle emozioni sconosciute e, intimando al suo lupo di aspettarlo lì, senza esitare si avviò verso l’enorme cancello di ferro battuto che permetteva l’ingresso alla grande casa dell’uomo bianco.
Non sapeva bene se fosse per caso o semplicemente per il volere degli Spiriti che riuscì a percorrere indisturbato il sentiero che si apriva in mezzo ad aiuole fiorite e che conduceva ai margini dell’enorme costruzione di mattoni rossi e dalle grandi finestre. Davanti a lui quattro scalini di pietra grezza permettevano l’accesso a una veranda delimitata da enormi colonne che sorreggevano la terrazza del piano superiore.
Depositò il corpo della giovane donna sul piccolo divanetto in vimini situato sotto una delle finestre, bussò forte alla porta e scappò via a nascondersi nei cespugli poco lontani. Sapeva di correre un grosso rischio restando così vicino ma voleva accertarsi di aver portato la giovane nel posto giusto.
Il pesante portone si aprì dopo poco e una donna dai capelli grigi si affacciò. Rimase interdetta non trovando nessuno ad attenderla e, accingendosi a rientrare, si accorse della ragazza.
Enapay la sentì strillare e chiamare a gran voce qualcuno all’interno della casa. Poi ci fu un fare frenetico tutto intorno e lui approfittò di quella confusione per sparire indisturbato.


Adagiata sul divano dell’enorme salone, Isabella stava lentamente riprendendo i sensi e percepiva i movimenti e i sussurri attorno a lei. La voce di suo padre, bassa e roca; i singhiozzi di sua madre; gli ordini dati affinché fosse chiamato un medico al più presto.
Lentamente aprì gli occhi per incontrare quelli pieni di lacrime di Renée. Si guardò intorno e sorrise alla donna china su di lei.
- Madre! – sussurrò.
- Bella, tesoro! –
Si avvicinò anche suo padre.
- Bella… –
- L’indiano… - sussurrò smarrita.
- L’indiano? Quale indiano? Bella di che parli? – domandò suo padre.
- L’indiano… nella radura… io… -
- Nella radura, Bella? Sei tornata laggiù da sola? Ma come diavolo devo fare con te? Come faccio… -
- Charlie, calmatevi per favore – lo interruppe Renée. – Bella è ancora sotto shock… potrebbe aver solo sognato ma… -
- No, madre! – disse la giovane cercando di mettersi seduta. – L’ho visto. Mi ha… spaventata e poi… ricordo che non riuscivo ad urlare e poi… nulla… –
- Credi che ti abbia portata lui a casa? –
Isabella si chiuse nelle spalle scuotendo la testa perché non sapeva cosa dire.
- Margareth, cerca Mike. Dobbiamo battere la zona e trovare il selvaggio… subito! E manda un uomo dai Whitlock e dai Black. Ho bisogno di Jasper e Jacob –
- Padre… -
- Non temere, figlia mia! Non si avvicinerà a questa casa… ma tu devi piantarla di allontanarti da sola. Non te lo permetterò più… -
- Ma io… -
- Basta, Isabella. Questo tuo modo di fare disobbediente e ribelle comincia a starmi stretto. Hai diciassette anni ormai ed è ora che ti comporti come una donna e non come una bambina viziata e capricciosa. Renée… io pianifico la caccia al selvaggio… voi sapete cosa dire a vostra figlia – così dicendo lasciò la sala per raggiungere il suo studio.
- Signora, è arrivato il medico per la signorina –
- Grazie, Luise. Fallo passare –
Il medico entrò lasciando il cappello alla domestica e si avvicinò al divano.
- Mrs Swan – si inchinò a baciare la mano di Renée. – Allora, Bella, cosa è successo? –
- Sto benissimo, dottore. Sono solo svenuta perché mi sono spaventata. Tutto qui –
- Dottore, non date retta a mia figlia. È stato un indiano… -
- Un indiano? –
- Sì dottore, un indiano… -
- Madre… sto benissimo. Sono solo un po’… -
- Isabella, siete in uno stato di agitazione e confusione che deve essere tenuto sottocontrollo… -
Alla ragazza non importava nulla di ciò che il dottore aveva da dire. La voce nasale e snervante dell’uomo era insopportabile. La sua mente quindi si isolò da tutto quel gran parlare per rincorrere gli avvenimenti di qualche ora prima e perdersi nel ricordo di due occhi puri, intensi e cristallini. Nonostante la paura provata, ricordava benissimo gli occhi di quel ragazzo: la cosa più meravigliosa che avesse mai visto in tutta la sua vita.
- Cosa c’è, Isabella? – le domandò Renée notando l’inquietudine della figlia.
Non poteva permettere che suo padre facesse del male a quell’indiano. C’era qualcosa di diverso in lui per quanto potesse sembrare assurdo.
Si tirò su a sedere sorprendendo sua madre e il dottore.
- Madre, non voglio che papà si esponga con quell’indiano. Se sono pericolosi come dicono è un rischio che non serve correre visto che sono qui senza un graffio –
- Bella, quei selvaggi sono assassini sanguinari… -
- Evidentemente no, madre. Io sono qui e non sono tornata da sola… lui mi ha… mentre papà… -
- Tuo padre sa quello che fa… ma dove vai, Isabella? –
La giovane si era alzata di scatto dal divano e, con passo incerto, si era diretta verso lo studio di suo padre.
- Vado a parlare con papà… -
- No, Bella… - le urlò inutilmente dietro la donna.
La giovane non bussò nemmeno alla porta ma entrò senza crearsi il minimo problema. In poco meno di un’ora, suo padre era riuscito a riunire in casa sua le tre persone più influenti e pericolose del Wyoming.
Mike Newton era l’uomo di fiducia di suo padre ed era a capo degli uomini in servizio nella villa. Di corporatura robusta era totalmente privo di morale, capace di uccidere un uomo a mani nude. Duro e dal passato poco chiaro, non le era mai piaciuto.
Poi c’era Jasper Whitlock, un giovane ufficiale dell’esercito che si era distinto in battaglia per il suo coraggio e le sue capacità strategiche, nonché fidanzato della sua migliore amica, Alice. Proprio in virtù di questo suo legame con la nipote del governatore Cullen, carissimo amico di suo padre rimasto ucciso nell’incendio appiccato alla sua casa dopo un assalto ad opera di un gruppo di nativi insieme alla moglie Esme e al piccolo Edward, poteva vantare di avere voce in capitolo ogni qual volta in ballo ci fossero i selvaggi.
Il terzo uomo, Jacob Black, era il figlio della famiglia più nobile e ricca dello stato. Un uomo presuntuoso e arrogante che aveva frequentato l’accademia militare di West Point uscendone a pieni voti e che ora serviva nel 7° Reggimento di cavalleria agli ordini del tenente colonnello Custer, l’uomo più viscido e antipatico che Isabella avesse mai conosciuto.
Da quando, nel 1868, la fine della guerra di Nuvola Rossa fu siglata dalla firma del trattato che vedeva gli indiani costretti nelle Riserve, ogni scusa per attaccarli era buona. Non tutte le tribù avevano infatti accettato le limitazioni dettate dagli accordi con i bianchi e gli scontri tra le due parti si erano fatti sempre più frequenti.
Le cose erano peggiorate rovinosamente quando, nei territori delle Colline Nere, fu scoperta la presenza di ricchi giacimenti d’oro. Gli americani cominciarono ad invadere abusivamente quelli che erano i territori sacri alle tribù indiane violando apertamente gli accordi del trattato.
Alla fine del 1875, la situazione stava diventando insostenibile e il governo, frustrato dall’impossibilità di risolvere la questione pacificamente, aveva deciso di usare la situazione caotica nei territori non ceduti a nessuna delle due parti per ricorrere alla forza. Aveva ordinato quindi che tutti i nativi americani in quelle aree dovessero recarsi nella Grande Riserva dei Sioux entro la fine del gennaio 1876, altrimenti sarebbero stati considerati ostili.
In virtù di tutto questo, i quattro uomini nella stanza, erano sul piede di guerra contro l’uomo che, agli occhi di Isabella, era solamente un uomo.
Al suo ingresso nella stanza cadde immediatamente il silenzio.
- Padre… -
- Isabella, non si usa più bussare? – la rimproverò l’uomo.
- Sì, padre, perdonatemi. E anche voi, signori – disse inchinandosi leggermente.
Jacob le si avvicinò prendendole la mano e sfiorandola con un lieve bacio.
- Isabella, è un piacere rivedervi. Siete bellissima, come sempre –
- Vi ringrazio, Mr Black – rispose fredda tornando poi a rivolgersi a suo padre. – Cosa avete intenzione di fare, padre? –
- Scovare quell’indiano e magari arrivare al suo villaggio. Tutte le tribù che non accettano le riserve volute dal governo sono pericolose, incontrollabili, e se ce n’era uno nella radura la sua tribù non deve essere accampata lontano –
- Ma perché? Lui… -
- Perché, Isabella? Quegli uomini sono pericolosi – intervenne Jacob.
La ragazza si voltò guardando l’uomo che torreggiava su di lei. Era tronfio nel suo indossare con orgoglio la giubba blu che ne sottolineava l’ampiezza delle spalle e la vita stretta. Si muoveva nella stanza come un felino in gabbia ed emanava energia allo stato puro.
- Come fate a dirlo, Mr Black? –
- È cosa certa… e poi il generale Custer… -
- Oh… capisco. Ciò che dice il generale è verità!! –
- Cosa intendete dire, Isabella? Osate negare i soprusi che la nostra gente subisce ogni giorno da quei selvaggi? –
- Vi siete mai chiesto come avreste reagito VOI se qualcuno, arrivato dal nulla, fosse venuto a rivendicare le terre che fino a poco prima era vostre? Noi li stiamo cacciando dai loro territori costringendoli a vivere nelle ris… -
- Isabella, ora basta! – la voce perentoria di suo padre la indusse momentaneamente al silenzio. – Da quando ti intrometti in discussioni che non ti riguardano? Una donna non deve interessarsi di politica… -
- Padre, qualunque cosa abbia fatto, quell’uomo non mi ha torto un capello e, nonostante i rischi, mi ha riportata a casa. Non conta nulla, questo, per voi? –
- È un selvaggio. È pericoloso… -
- Non lo è. Se avesse voluto farmi del male lo avrebbe fatto. Invece di portarmi a casa avrebbe potuto rapirmi e condurmi al suo villaggio… o peggio ancora uccidermi subito… –
Jasper, che fino a quel momento era stato in silenzio, prese la parola.
- Miss Swan, Isabella, voi sapete quanto vostro padre ancora soffra per la perdita del suo amico e della sua famiglia. Non si può pretendere che noi si accetti la presenza così ravvicinata di gente come l’uomo che sostenete vi abbia salvato. Il pericolo che avete corso è grande e voi… -
- Jasper… voi non volete capire… non mi ha fatto del male e… e… ed era terrorizzato quanto me. L’ho letto nei suoi occhi… -
- Ah ah ah ah… lo avete letto nei suoi occhi, Isabella? – intervenne Jacob. – Siete un’illusa. Un selvaggio non ha paura di nulla, specie di una donna indifesa. È molto più probabile che si sia servito di voi per poter avvicinare un uomo influente come vostro padre per fare un sopralluogo della villa e chiamare poi a raccolta i suoi compagni. Ai Cullen hanno dato fuoco dopo tutto… quindi direi – disse rivolto agli altri uomini congedando di fatto la ragazza – di andare avanti con quanto deciso –
Rimase a guardarli per qualche istante senza avere più la forza di opporsi a quello che lei riteneva ingiusto. Quel ragazzo non le aveva fatto del male. Non poteva essere cattivo o pericoloso. E lo avrebbe provato a suo padre e a quella manica di maschi presuntuosi.
Tornò nella sala grande dove sua madre la stava aspettando e, ignorandola, salì lo scalone che conduceva al piano superiore. Nella sua camera avrebbe potuto riflettere in solitudine.
- Isabella, aspetta! –
- Madre, voglio stare sola… -
- È per la festa del tuo compleanno. Sarà molto speciale per te dato che verrà annunciato il tuo fidanzamento… –
La giovane donna si fermò, voltandosi poi lentamente a guardare sua madre. Il volto dolce di Renée esprimeva tutta la gioia di quella notizia. Gioia che provava solo lei visto che Isabella era certa di non essere innamorata di nessuno e quindi ben lontana anche solo dall’immaginare il suo fidanzamento.
- Siete impazzita, madre? –
- No, figlia mia. Il giovane Black ha chiesto la tua mano qualche settimana fa e tuo padre ha deciso che la festa che verrà organizzata a settembre sia a tutti gli effetti una festa di fidanzamento -
- Ma io non lo amo. Papà non può obbligarmi a sposare… -
- È tutto deciso, figlia mia. Jacob è il rampollo di una nobile famiglia e questa unione vuole dire molto per tuo padre… -
- E io? Questa unione non vuol dire niente per me. Io non voglio sposare un uomo prepotente e spocchioso come Jacob. Non mi piace… e poi… e poi è un vecchio! -
- Tesoro, avrete la stessa differenza di età che c’è tre me e tuo padre e vedrai che imparerai ad amare Jacob come io ho imparato ad amare Charlie –
- No! No, mai! Non lo sposerò mai! Piuttosto… piuttosto me ne vado – concluse voltandosi e correndo lungo lo scalone per raggiungere in fretta la sua camera.
Chiuse a chiave la porta lasciando quell’imposizione fuori da quel suo spazio privato.
Sposare Jacob Black era una cosa inaudita. Detestava quell’uomo con tutta se stessa.
Aveva quindici anni più di lei e quella sua aria da prepotente non le era mai piaciuta. Così come quei suoi modi viscidi e concupiscenti con i quali si rivolgeva a lei ogni qual volta le andava vicino.
Inoltre Bella non aveva dimenticato quello che aveva visto nel giardino della villa dei Black qualche mese prima, durante una festa.

Era una splendida serata di primavera. La luna splendeva nel cielo buio della notte e le avrebbe dato quel poco di luce che le sarebbe bastato per godersi la solitudine per qualche minuto. Quindi si era allontanata dalle luci e dalla musica per inoltrarsi nell’immenso e bellissimo giardino dei Black respirando i profumi dei fiori e ascoltando il canto dei grilli.
Procedeva silenziosamente quando dei gemiti, a stento trattenuti, provenienti dal retro di un cespuglio poco più avanti, l’avevano incuriosita. Si era avvicinata piano, stando ancora più attenta a non far rumore. Da quel che sentiva erano gemiti di piacere e l’ultima cosa che voleva era scoprire una coppia di servi che amoreggiava in giardino.
La curiosità era stata più grande di lei. Aveva scostato il ramo del cespuglio e aveva visto un uomo robusto che le dava le spalle e sembrava appoggiarsi a qualcuno inginocchiato di fronte a lui che accoglieva chiaramente i movimenti del suo bacino. Aveva notato come lentamente due mani femminili erano salite ad accarezzare le cosce allargate dell’uomo per poi stringergli le natiche a spingerlo ancora di più contro il viso che, ormai, gli strappava i gemiti di piacere che sentiva.
Era rimasta paralizzata dalla paura e dalla voglia di guardare, completamente rapita da quell’atto così estraneo e dai gemiti sempre più intensi dell’uomo.
- Brava… così… ancora… tutto. Prendilo tutto – aveva ringhiato tra i denti quella voce famigliare.
Così aveva deciso di voler guardare meglio per accertarsi di essersi sbagliata. Si era spostata piano, di lato, quel tanto che le aveva permesso di avere una visione laterale della coppia… e si era resa conto che Jacob, l’uomo che ora sapeva di dover sposare, aveva il suo sesso completamente sprofondato nella bocca di una donna.
Lo aveva visto uscire da lei con uno scatto all’indietro per poi prenderla per i capelli e costringerla a mettersi carponi.
Lo aveva visto posizionarsi dietro di lei.
Lo aveva visto strusciare il proprio sesso eretto contro le natiche della donna una, due, tre volte e poi scomparire tra le pieghe della sua carne con un colpo secco.
Ed era rimasta a guardare… a guardare Jacob muoversi contro quel corpo piegato e consenziente, ascoltando sconvolta ed eccitata i gemiti di piacere di lei contrapposti ai grugniti di lussuria di lui.
Aveva sentito la donna gemere di nuovo il nome dell’uomo appoggiando la fronte per terra e inarcando un po’ di più la schiena, nell’ultima provocazione che lui accolse con un ulteriore ringhio di piacere mentre, uscendo da lei, schizzava su quella pelle il suo liquido caldo e denso.
- Rivestiti… e torna in casa… - lo aveva sentito dire con tono perentorio alla donna.
Isabella aveva trattenuto il fiato fino a che non lo aveva visto andare via. Poi era scappata, sconvolta per quello che era avvenuto davanti ai suoi occhi ma soprattutto per quel piacere sconosciuto che le era rimasto dentro.

No! Mai e poi mai avrebbe accettato di sposare un uomo simile. Un uomo che l’avrebbe tradita per tutta la vita.
Sarebbe scappata piuttosto.


Lasciata la grande casa dell’uomo bianco, Enapay fece ritorno al suo villaggio stando ben attento a non lasciare alcuna traccia del suo passaggio. Nella vallata che si apriva davanti ai suoi occhi, il cerchio di capanne che formavano l’accampamento, era tranquillo nei preparativi della tribù che si accingeva a consumare il pasto della sera.
Scese lungo il fianco della collina e si avvicinò al villaggio. Un gruppo di bambini gli venne incontro sperando che il giovane guerriero dedicasse loro del tempo come spesso accadeva. Ma Enapay non poteva permettersi distrazioni in quel momento. Doveva parlare prima con suo padre e poi con l’uomo sacro per la sua cerimonia.
Giunto alla tenda di Toro Seduto, grattò con le unghie sul telo di ingresso per palesare la sua presenza ed entrò senza indugio. Fu accolto dal tepore del fuoco acceso nel centro dell’ampio spazio che si apriva sotto le pelli di bisonte cucite insieme e poggiate sui possenti pali che, legati all’estremità superiore, si innalzavano dal terreno per dar vita al tepee. In alto, il foro di uscita evitava che il fumo del focolare invadesse lo spazio vitale.
La prima moglie era intenta ad occuparsi della preparazione del cibo mentre suo padre occupava uno dei sedili di pelliccia in un angolo della tenda intento a fumare.
Enapay si avvicinò al guerriero.
- Padre… - L’uomo rivolse lo sguardo al figlio in attesa che continuasse. – Padre, è successa una cosa strana oggi… nella radura sacra… - e raccontò i fatti senza tralasciare nulla se non la forte attrazione provata per la donna nemica.
Il capo indiano tremò al racconto del figlio. Sapeva che quel giorno sarebbe arrivato. L’uomo sacro lo aveva visto nei disegni di fumo, tanti anni prima. Era stato avvertito che questo figlio non suo avrebbe agito in maniera diversa da un figlio della tribù una volta venuto a contatto con l’uomo bianco. Perché lui era figlio del nemico, anche se era cresciuto alla maniera Sioux, e il suo sangue avrebbe inevitabilmente risposto al richiamo della razza.
Che ne sarebbe stato del suo meraviglioso ragazzo? Toro Seduto sapeva che il giovane voleva essere un guerriero e che aveva forza fisica e volontà tali per riuscire nel suo intento. Ma era cosa giusta permettere questo? Metterlo contro la sua razza?
Aveva incontrato questa donna bianca nella radura sacra esattamente come era stato previsto. Qual era allora il messaggio degli Antichi Spiriti?
- Il tuo gesto ti onora, figlio. Ma è un gesto pericoloso che può aver messo a rischio l’incolumità dell’intera tribù. Le vedette mandate in avanscoperta dal Gran Consiglio sono tornate con notizie allarmanti. Tre colonne dell’esercito nemico stanno convogliando nella zona a nord est delle Big Horn Mountains a sud del fiume del corno biforcuto, Yellowstone. Tra due giorni l’intero villaggio si muoverà per raggiungere i nostri fratelli e daremo battaglia all’uomo bianco –
- Ma padre, così facendo non sarò iniziato… non potrò combattere… - l’ansia nella voce di suo figlio.
Toro Seduto guardò il suo ragazzo negli occhi, quegli occhi così chiari e puliti. Così diversi. Era così fiero di quello che il giovane figlio del nemico era diventato. Ma l’incontro con la donna bianca, e il gesto da lui compiuto, cambiavano le cose, così come era stato predetto. Ad Enapay non sarebbe occorsa nessuna cerimonia di purificazione perché gli Spiriti avevano già scelto.
- Un posto d’onore in seno alla tribù lo si può guadagnare anche senza iniziazione… -
- Non per me! Lo sai bene. Non per me. Io sono diverso e se non ottengo il favore degli Spiriti… -
- Il valore di un uomo non si misura dal colore dei suoi occhi o della sua pelle. Il valore di un uomo è quello che sta dentro il suo cuore e in quello che fa per gli altri membri della sua gente… -
Il giovane uomo si chiuse in se stesso visibilmente contrariato dalla parole di suo padre e il vecchio capo riprese a fumare.
Dopo un tempo che gli parve infinito, il giovane figlio domandò:
- Padre, cosa mi sai dire della mia vecchia vita? –
Toro Seduto aspirò una lunga boccata di fumo dalla pipa di legno. Sospirò sputandolo fuori e parlò.
- Quindici inverni sono passati da quel giorno. Eri nel bosco, impaurito e solo. Sporco e affamato. Avevi segni di bruciature sulle braccia e sulle gambe. Forse sei scappato da un incendio, non lo sappiamo. Hai fatto solo un nome: Edward, che pensiamo essere stato il tuo nome. Non hai mai avuto paura di questa tua nuova vita, della nostra gente all’inizio ostile. Ecco perché la scelta del tuo nome. Altro di te non so. Tu sei figlio dell’uomo bianco… -
- No! – scattò in piedi il giovane. – Io sono tuo figlio… sono un guerriero Sioux ed è per questo che devo parlare con gli Spiriti… se anche mio padre… -
- Calma la tua irruenza di giovane uomo. Conosco bene cosa sei e sono fiero di te. Se gli spiriti hanno posto sul tuo cammino questa donna bianca saprai presto le loro volontà. Ora va, figlio mio. Va e riposati. Il giorno della battaglia si avvicina –
Enapay lasciò il padre alla sua pipa, mangiò ciò che la prima moglie gli offrì e si ritirò nel suo giaciglio di pelliccia a ridosso delle pareti del tepee.
I suoi pensieri corsero inevitabilmente alla giovane donna bianca. I ricordi di quegli attimi erano chiari nella sua mente: il profumo che emanavano i suoi capelli, il profilo delicato, la curva sinuosa del collo e i seni rotondi e sodi che si lasciavano guardare dalla scollatura dei suoi strani vestiti.
Si ritrovò a fremere e mugolare di piacere quando la sua mano si avvolse attorno al suo sesso bollente e teso tra le gambe.


La mattina dopo, Isabella riuscì a sgattaiolare fuori dalla grande villa. Aveva tutta l’intenzione di recuperare colori e cavalletto lasciati nella radura.
Raggiunte le scuderie chiese allo stalliere di preparare il suo Palomino perché sarebbe andata in città per delle commissioni.
Dopo pochi minuti montò in sella alla maniera degli uomini senza preoccuparsi minimamente del fatto che potessero intravedersi le gambe. Nel bosco sarebbe stata sola… o forse avrebbe rivisto il suo bel selvaggio. Aveva avuto pensieri peccaminosi al suo ricordo quella notte. Ricordi che avevano acuito la voglia che aveva di vederlo ancora.
Al piccolo trotto percorse il sentiero che la condusse oltre le mura della magione, raggiunse il limitare del bosco e si diresse alla radura. L’aria era piena dei profumi di inizio estate e il silenzio intorno era spezzato dal canto degli uccelli.
Lo spazio erboso si aprì ai suoi occhi in tutta la sua bellezza e, con disappunto della ragazza, era tragicamente vuota.
Isabella scese da cavallo lasciandolo libero di brucare tutto intorno e si avviò nel punto in cui il giorno prima si era disposta a dipingere. Il cavalletto era a terra con la tela al suo fianco, fortunatamente senza danni. I colori e i pennelli erano sparsi ovunque.
Borbottando tra sé alzò il cavalletto, riposizionò la tela e raccolse i colori. Cercò di riposizionare il suo quadro nello stesso modo del giorno prima e riprese a dipingere. Ciò che le mancava però, era la concentrazione perché il suo sguardo spesso si voltava per guardasi intorno ad accertarsi di essere sola.
Più il tempo passava, più la sua ansia andava scemando fino a scomparire del tutto. Ora era completamente assorta nel suo lavoro. Così concentrata nel cercare di cogliere la giusta sfumatura di colore da non accorgersi che invece non era più sola.
Si chinò per scegliere il nuovo colore da utilizzare e, nel rialzarsi, si ritrovò a guardare nuovamente dentro quei meravigliosi occhi color del mare dei Caraibi.
Fece un salto indietro ma questa volta non urlò. Si portò una mano alla gola per cercare di trattenere il suo cuore che batteva talmente forte da sembrare uscirle fuori dal petto.
Il selvaggio era fermo a guardarla, rapito esattamente quanto lo era lei. La paura le contrasse i muscoli della pancia impedendole di respirare. Sentì l’urlo di terrore morirle in gola nel momento in cui vide il ragazzo portarsi la mano alla bocca pregandola di non far rumore.
Era bello! Bello come un dio greco. Il suo volto aveva lineamenti duri e marcati dove spiccavano due occhi verdi intensi, quelli che sentiva impressi dentro l’anima. Le lunghe ciglia scure ne facevano risaltare il colore.
Lo sguardo di Isabella scese a percorre il corpo mezzo nudo davanti a lei. La pelle sembrava di bronzo dorato. I pettorali scolpiti e gli addominali disegnati alla perfezione andavano a morire in una V erotica che scompariva dentro i pantaloni di pelle a vita bassa decorati con strani disegni di perline. Alla cintura, un coltello. Sulle braccia muscolose, all’altezza del bicipite, portava due bracciali di pelle e pelliccia sotto i quali si intravedevano i colori di disegni misteriosi. Al collo un cordoncino di cuoio dal quale pendeva qualcosa di simile a una medaglia. I capelli brillavano come oro rosso ed erano lunghi sulla schiena. Sul lato destro del viso erano legati in una grossa treccia e una fascia di cuoio rosso gli cingeva la fronte trattenendo, sul retro della testa, una piuma colorata.
Il giovane fece un passo verso di lei costringendola a retrocedere. Aveva paura ma nello stesso tempo si sentiva fortemente attratta da lui. Lo guardò avvicinarsi al cavalletto e sfiorare con le dita la tela non ancora asciutta.
- No! – gridò.
Il giovane si ritrasse guardandola in viso e scatenando in lei una scossa che si ripercorse lungo tutta la schiena. Isabella allungò una mano a sfiorare la sua.
- Guarda! – disse allargandogli leggermente le dita. – I colori sono ancora freschi. Ti sei sporcato tutto –
Il ragazzo la guardò serio aggrottando le sopracciglia. Non era certo di comprendere ciò che lei gli stava dicendo ma il suono della sua voce gli piaceva. Così come gli piaceva la pelle lisca della mano di lei sotto le sue dita.
Liberatosi da quel contatto si portò le dita alla bocca e la ragazza cominciò a ridere.
- No… no… non devi mangiarli… no –
Prese lo straccio con il quale puliva i pennelli e riprese tra le sue la mano del giovane per pulirla.
Enapay chiuse gli occhi come a voler assaporare la magia di quel momento così strano. Era un sogno o questa donna era vera? In fondo l’area sacra poteva essere fonte di allucinazioni se era volontà degli Spiriti. Suo padre gli aveva detto che era tutto scritto nei fumi dell’uomo sacro…
Inspirò ancora una volta il profumo che proveniva dai capelli di lei e aprì gli occhi.
- Ecco! Fatto… ora sei pulito! – disse Isabella sollevando lo sguardo.
Così facendo incontrò quello suo, verde, fermo e serio, che la imprigionò.
Fu più forte di lui. Allungò la mano libera e le sfiorò il viso con due dita scendendo a seguire il profilo del labbro superiore con il pollice.
Il cuore di Isabella vibrò come mai prima.
- Chi sei? – sussurrò piano.
Gli occhi di lui guizzarono e sulle sue labbra piene si disegnò un leggero sorriso. Continuando ad accarezzarle delicatamente le labbra si chinò per sfiorarle con le sue.
Fu un tocco delicato, una carezza. Il calore di quelle labbra si propagò nel petto di Isabella fino a farla fremere di un desiderio sconosciuto.
Enapay mosse piano la sua bocca sulle labbra della ragazza mentre un brivido gli percorse la spina dorsale. Lo stava lasciando fare, quella donna non aveva paura di lui ed era una sensazione deliziosa.
- Bella? … Bella? … - la voce di qualcuno che la chiamava spezzò l’incanto del momento. - Bella! Dove sei? –
Si staccarono immediatamente voltandosi in direzione della voce. Gli occhi della donna cercarono convulsamente un luogo dove far nascondere il ragazzo.
- Scappa! Va via… devi… -
Ma quando si voltò l’indiano non c’era più. Esattamente come era arrivato, silenziosamente era sparito lasciando in lei una strana sensazione di vuoto. Davanti ai suoi occhi la figura di Jacob che avanzava fiera in groppa al suo Mustang.
Isabella alzò gli occhi al cielo quando lo vide e riprese a dipingere come se nulla fosse cercando di domare lo scalpitare del suo cuore.
Il giovane si avvicinò e scese dal suo cavallo con un salto.
- Ero certo che non foste andata in città –
- Cosa volete? –
- Isabella… - sussurrò tra i denti portandosi dietro di lei e passandole delicato due dita sul collo.
- Mr Black… -
- Jacob… chiamatemi semplicemente Jacob… - disse sulla sua spalla accarezzandola con la lingua.
- Jacob… cosa fate? –
- Perché non dovrei? Vostra madre non vi ha detto che vi ho chiesta in moglie? –
Isabella non rispose facendosi più vicina al cavalletto per cercare di sfuggire al contatto con lui. Ma l’uomo fece un passo avanti verso di lei aderendo alla sua schiena. La sensazione di quel corpo contro il suo la repulse.
- Presto sarete mia e… -
- Ecco… presto non vuol dire adesso. Quindi vi prego. Allontanatevi da me –
- Ah ah ah… mia cara, dolce bambolina ribelle… saprò domarvi, non temete – la sospinse di lato e contemplò il suo quadro. – È molto bello, Isabella. Siete brava… - concluse poi.
- Grazie. E ora, se non vi dispiace… - disse riprendendo il suo posto di fronte alla tela.
- Niente affatto, Isabella. Ora tornerete a casa. Con me! – disse marcando sull’ultima parola.
- Cosa fate? – domandò la ragazza mentre l’uomo aveva cominciato a raccogliere tutte le sue cose senza averne alcun diritto.
- Si torna a casa. Non avete ancora ben chiaro che è pericoloso stare fuori da sola? Avete raccontato una bugia al povero stalliere ma… per vostra sfortuna io venivo proprio dalla città e non vi ho incontrata… è stato facile capire che vi avrei trovata qui –
- Voglio finire il mio quadro… –
- Potrete finirlo in un altro momento, bambolina! –
- No, io… - L’afferrò per il polso costringendola a lasciar cadere il pennello. - Mi fate male! –
- Bene! Molto bene! – le prese il viso con l’altra mano stringendo le dita ai lati della bocca e, umettandosi le labbra con la lingua, sibilò – Dovete imparare chi comanda, mia cara! –
Quella ragazza scatenava in lui degli istinti primordiali. Era attratto da lei come non gli era mai capitato prima. La voleva e non era certo di riuscire ad aspettare il giorno in cui il matrimonio lo avrebbe unito a lei indissolubilmente facendola sua in tutto e per tutto.
Si chinò su di lei e, sussurrando un lussurioso Siete bellissima, Isabella, si impossessò prepotentemente della sua bocca. E non poté più fermarsi.
Cominciò a mordere, succhiare, forzare con la lingua quelle labbra morbide che la giovane teneva ostinatamente chiuse. Lei cercò di liberarsi dalla sua presa e, più si divincolava, più lui sentiva crescere l’erezione nei pantaloni da cavallerizzo e con essa la voglia smisurata di farla sua lì, su quel prato.
Lasciò andare la mano che ancora le serrava il polso facendola scorrere sul fianco e sul seno della ragazza. Raggiunse la scollatura pronto a strapparle di dosso il vestito, quando sentì un dolore alla bocca.
Isabella lo aveva morso.
Nel tentativo di opporsi alla sua violenza, Bella aveva stretto i denti intorno alla sua carne ottenendo la separazione delle bocche. Jacob le lanciò uno sguardo rabbioso e lussurioso. Poi la colpì con il dorso della mano sullo zigomo.
- Siete una tigre, Isabella – disse tamponandosi il sangue con la manica della giacca. – Ma questo non fa altro che alimentare il mio desiderio –
La ragazza si voltò per scappare ma lui le fu addosso immediatamente. La spinse a terra e le fu sopra. Il peso del suo corpo la schiacciava sull’erba fresca immobilizzandola. Era terrorizzata. Cercava di divincolarsi, di liberarsi da quell’uomo che detestava ma più si agitava più lui premeva contro di lei. Lo sentiva duro sul proprio corpo mentre la bocca di lui le lasciava scie di saliva lungo il collo. Salì a morderle il lobo dell’orecchio e sibilare:
- Sei mia, Isabella. Solo mia –
Tornò a baciarle con prepotenza la bocca e a leccarla mentre si muoveva contro di lei.
Chiuse gli occhi, sconfitta, e smise di lottare rifugiandosi nei suoi pensieri, nelle sensazioni provate solo pochi istanti prima. Il selvaggio era stato molto più dolce e delicato di quest’uomo che diceva di essere civilizzato.
Successe tutto in un attimo.
Un urlo selvaggio e terrificante squarciò l’aria calma della radura.
Improvvisamente il corpo pesante di Jacob fu sbalzato via da lei e lo sentì rotolare lontano.
Aprì gli occhi tirandosi su a sedere e vide due corpi avvinghiati sull’erba lottare tra loro.
In pochi minuti il selvaggio fu sopra Jacob. Seduto sui suoi fianchi lo immobilizzava a terra colpendo ripetutamente il volto dell’uomo con pugni violenti e veloci.
Quando Jacob perse i sensi, il pellerossa estrasse il coltello dalla cintura dei suoi pantaloni, afferrò l’uomo sotto di lui per i capelli e…
- NO! –
Il selvaggio si voltò verso di lei, la lama vicino al cuoio capelluto di Jacob. La sua espressione era di pura ferocia, gli occhi neri di rabbia avevano perso la gentilezza che vi aveva visto poco prima. Un taglio sullo zigomo gli sporcava il volto di sangue.
Isabella si alzò lentamente e, tendendo le mani avanti, si avvicinò.
- Ti prego, no! Non fargli del male… no… - si inginocchiò al suo fianco.
Avvicinò la sua mano a quella che stringeva il coltello. Aveva paura della furia che ora leggeva in quegli occhi ma non esitò. Prese quella mano tra le sue e l’allontanò dalla testa di Jacob.
Incredibilmente quel gesto sembrò calmare la furia del selvaggio e Isabella ne fu sollevata. Il ragazzo rotolò dall’altro lato del corpo rispetto a dove si trovava lei e, steso con le spalle sull’erba, cercò di riprendere fiato.
La ragazza scavalcò il corpo avvicinandosi all’indiano per accertarsi che stesse bene ma lui schizzò su a sedere e subito in piedi. La prese per il braccio e la fece alzare a sua volta. Senza lasciare la presa si diresse verso i due cavalli, la fece salire sul Palomino e, con un agile salto, prese posto dietro di lei, afferrò anche le briglie del Mustang e si mosse inoltrandosi nel bosco.
Isabella aveva il cuore che le batteva frenetico nel petto. Non aveva paura. Ne aveva provata molta di più prima, schiacciata sotto il peso del corpo di Jacob. Era sfinita e, istintivamente, si lasciò andare contro il petto duro del ragazzo.
- Grazie! – sussurrò.
Sapeva che non la capiva ma sentiva il bisogno di ringraziarlo. Senza il suo intervento a quest’ora…
Si voltò a guardarlo.
Teneva gli occhi fissi davanti a sé, il volto serio e dall’espressione dura era sporco di sangue. Le braccia la circondavano mentre tra le mani teneva le redini dei due cavalli. E lei si sentiva protetta come mai prima.
Il ritmo tranquillo del suo respiro le infondeva calma e serenità. E di quello aveva bisogno. La ferocia di Jacob l’aveva scossa e quel selvaggio era la sua ancora di salvezza. Non sarebbe più tornata nella sua casa, lo sapeva bene. La sua vita avrebbe preso un’altra piega e lei non aveva paura.
Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal lento avanzare del cavallo.


Quando si svegliò, Isabella si rese conto di non essere nella sua stanza ma… in un’ampia tenda. Era sdraiata su di un giaciglio di pelli avvolta in una morbida pelliccia.
Si tirò su a sedere e si accorse che non era sola.
Una donna con i capelli grigi raccolti in due grandi e lunghe trecce la osservava dall’altra parte della tenda.
Si guardò attorno.
Il cono circolare che la ospitava era a suo modo accogliente e pulito. Al centro un piccolo fuoco che illuminava l’ambiente. Addossati alle pelli che formavano la tenda altri giacigli, armi e suppellettili di legno decorato e dipinto.
La donna le si avvicinò con una ciotola di latte che Isabella prese ringraziando con un sorriso.
Un leggero raspare alla sua destra annunciò l’ingresso di un uomo. Era grosso, alto e terribilmente serio. La cosa che colpì Isabella ero il copricapo che l’uomo indossava. Aveva un lungo strascico di penne d’aquila e crini di cavallo ed era ornato frontalmente di una banda di perline e, ai lati delle orecchie, da frange di ermellino. Quello strano copricapo gli conferiva un’aria di autorità che la intimorì. Così come i segni colorati sul viso: due strisce nere che lo attraversavano ininterrottamente da uno zigomo all’altro.
Dietro l’uomo entrò il ragazzo, anche lui serio, con il viso ripulito del sangue ma comunque dipinto. Di rosso però, e le tre strisce partivano appena sotto gli occhi per scendere inclinate verso la mandibola.
Quello che Isabella immaginò essere un capo si avvicinò, si sedette a terra accanto al suo giaciglio e la guardò negli occhi.
- Come chiamare? –
La voce dell’uomo la sorprese per la sua profondità e perché non sapeva che quei selvaggi conoscessero la sua lingua.
- I…Isa…bella – rispose e, notando l’espressione incerta dell’uomo, aggiunse – Bella… Bella è più semplice… e lo preferisco – concluse quasi a se stessa.
- Bella? – ripeté l’uomo e lei annuì.
- Tu non potere tornare tra la tua gente… tu essere nostra… -
- Ahte, padre… - lo interruppe il giovane.
Dio la sua voce!!
Isabella si voltò a guardare il giovane guerriero. Sotto le pitture si notava il taglio sullo zigomo destro ma che non deturpava assolutamente la sua bellezza. Anzi, gli conferiva un aspetto più vigoroso dato che sembrava sfoggiarlo con estremo orgoglio.
Non riusciva a togliergli gli occhi di dosso mentre il giovane parlava con il vecchio in quella lingua totalmente sconosciuta. Il timbro della sua voce era melodioso alle sue orecchie e i gesti delle mani, grandi e affusolate, accompagnavano le sue parole quasi a volerne avvalorare l’importanza.
Quando il ragazzo tacque, il vecchio indiano si alzò lentamente, abbassò lo sguardo su di lei e disse:
- Tu benvenuta qui. Mio figlio prendere cura di te –
Volse gli occhi sul ragazzo, gli strinse le spalle scrollandolo leggermente e si allontanò lasciandoli soli in quell’angolo quasi buio della tenda.
Il cuore di Isabella era frenetico e aveva paura che il giovane se ne accorgesse. Guardava quella bocca che qualche ora prima aveva sfiorato la sua provando un profondo senso di calore.
- Tu capisci la mia lingua? – domandò.
Lui la guardò e, incrociando i piedi, si mise a sedere di fronte a lei nello stesso modo di suo padre. Annuì.
- Cosa mi farete adesso? – lui non rispose. – Mi ucciderete? Cosa ne farete di me? –
- Niente! Col nuovo sole noi lasciare questo posto –
- Io non… -
- Tu venire con noi… - Aprì la bocca per rispondere ma il giovane, alzando un dito, proseguì – Tu sacra per tribù. Io trovato te in posto sacro agli Antichi Spiriti… nessuno uccidere giovane donna bianca –
- Come ti chiami? – il ragazzo socchiuse gli occhi come a dire che non capiva. – Il tuo nome… -
- Enapay –
- Enapay…. – ripeté.
- Chi era l’uomo che… -
- Mio padre. Ta-Tanka I-Yotank. Grande capo tribù –
- Perché avete il viso dipinto? – domandò indicando il volto del ragazzo.
- Simboli. Nero dice gioia… mio padre sollevato per salvezza di Enapay. Rosso essere sacro… dice forte e invincibile in battaglia –
- Perché mi hai salvato? I bianchi sono tuoi nemici… -
- No sangue in terra sacra. No violenza… no contro bella donna bianca –
Al ricordo di quanto sarebbe successo se lui non fosse intervenuto, Isabella crollò in un pianto liberatorio. Si chiuse nelle spalle singhiozzando disperata e si sentì avvolgere da braccia robuste che la strinsero forte.
- No! – disse Enapay alzandole poi il mento. – Bella no piangere. Qui sicuro per te. Nessuno male te. Io proteggere te –
E istintivamente si strinse contro il corpo duro e caldo del ragazzo lasciandosi cullare fino a calmarsi.


Le aveva dormito accanto, tenendola stretta a sé ed era stata la cosa più bella del mondo. Era sorpreso dalla forza di quel sentimento nuovo nei confronti di un nemico. Ma suo padre gli aveva detto che gli Spiriti non lasciavano nulla al caso e lui era figlio del nemico. L’uomo sacro aveva previsto l’arrivo di una donna bianca nella tribù e quindi era giusto così.
Le accarezzò il collo con due dita sfiorandole la fronte con le labbra.
La voleva.
Voleva assaporare il sapore della sua femminilità, esplorare il suo corpo che si plasmava così perfettamente contro il suo.
Bella mugolò accoccolandosi di più contro il suo petto e lui sorrise.
- Bella! – sussurrò piano. – Bella svegliare ora… noi partire –
La ragazza spalancò gli occhi e si tirò su a sedere guardandosi intorno. Non c’era nulla di famigliare e fu assalita dalla paura. Solo quando si sentì sfiorare i capelli si voltò verso l’uomo seduto al suo fianco incontrando il bellissimo sorriso di Enapay.
- Allora non ho sognato! È tutto vero! Sono… sono qui… con te – disse prendendo il suo viso tra le mani.
A quel punto anche lui prese quello di lei tra le proprie e cominciò ad accarezzarle lento le guance vellutate. Il suo sorriso era dolce e bellissimo e si accentuò quando le dita arrivarono a toccare le labbra calde di lei. Poi la baciò. Delicato come la prima volta nella radura. Un labbro. Poi l’altro. Dolcemente, senza fretta.
Isabella non protestò, anzi, si abbandonò a quel bacio, pronta ad imparare quanto lui le avrebbe insegnato. La sua pelle odorava di muschio e di desiderio. La mano di lui le sfiorò il collo, quindi, attraverso i vestiti, i seni rotondi i cui capezzoli erano ora duri come sassi.
Si separò piano da lei.
- Noi ora partire. Bella venire con me… -


Con lo sguardo fisso davanti a sé, Jacob Black era furioso. Furioso per l’umiliazione di essersi fatto sorprendere da un insignificante selvaggio. E tutto perché quando era vicino a Isabella Swan perdeva il controllo. Quella ragazzina risvegliava i suoi istinti più bassi. Il suo sesso reclamava a gran voce la voglia che aveva di lei tanto da essersi sentito costretto a chiederla in moglie. La voleva a tutti i costi e non avrebbe tollerato che qualcuno gliela portasse via. Men che meno quel selvaggio… perché Jacob era certo che fosse stato lui a farla sparire.
Quando si era risvegliato dolorante nella radura era buio ed era solo. Non c’era traccia della donna né dei cavalli. Aveva trovato la forza di alzarsi e, lentamente, passo dopo passo, sostenuto dalla rabbia furiosa per quella sconfitta, si era avviato lungo il sentiero percorso poche ore prima per tornare alla villa degli Swan.
Lì mise al corrente il padre di Isabella dell’accaduto promettendo sul suo onore che lui, Jacob Black, l’avrebbe riportata a casa. Mr Swan lo fece medicare e riaccompagnare alla sua villa dove lui non si trattenne.
Prese poche cose, indossò la sua divisa blu e raggiunse il suo comandante a Fort Lincoln.
Ed ora era lì, accanto all’uomo che per lui era un mito. Il tenente colonnello George Armstrong Custer, eroe della Guerra Civile nella quale aveva raggiunto il grado di generale ma che era anche conosciuto per il suo carattere impetuoso e indisciplinato.
Proseguivano uno a fianco all’altro, al comando della colonna del 7° reggimento di Cavalleria che si stava dirigendo nel luogo in cui si sarebbero uniti al resto dell’esercito americano che avrebbe distrutto quei maledetti selvaggi una volta per tutte.
E lui fremeva all’idea di trovarsi quel bamboccio davanti. Perché gliel’avrebbe fatta pagare. Era certo che avrebbe partecipato alla battaglia ma, anche se non ci fosse stato, lo avrebbe cercato fino in capo al mondo e lo avrebbe schiacciato come un insetto. Riprendendosi ciò che gli apparteneva di diritto. Perché Isabella era sua… sua e di nessun altro.
In qualità di secondo in comando, Jacob conosceva bene quali fossero gli ordini della sua colonna. Dovevano scendere a sud risalendo il fiume Rosebud. Una volta incrociata la pista degli indiani, gli ordini erano di continuare a Sud in modo da portarsi ben oltre il nemico. Dopodiché avrebbero dovuto girare ad Ovest, fino ad incontrare il Little Big Horn e da lì seguire il fiume fino ad intercettare i nativi. La cavalleria di Custer avrebbe dovuto attaccare gli indiani solo dopo che la fanteria di Gibbon fosse stata in posizione per bloccare la ritirata.
Le marce forzate a cui Custer aveva sottoposto la colonna avevano permesso loro di arrivare nei pressi del villaggio nemico con un giorno di anticipo rispetto agli altri. E ora erano finalmente pronti alla battaglia: davanti a loro c’era il più grande accampamento indiano mai visto prima. E il suo comandante non aveva alcuna voglia di aspettare.
Era l’alba del 25 giugno 1876.


L’accampamento al quale il clan di Toro Seduto si era unito si estendeva a perdita d’occhio nella valle. La tensione era palpabile ovunque e Isabella si sentiva tremendamente fuori posto.
Il giorno dopo il loro arrivo, Enapay l’aveva condotta dall’uomo sacro che l’aveva cosparsa di fumo profumato e dichiarato che, pur essendo figlia del nemico, quella donna non era un pericolo per la tribù. Gli Spiriti l’avevano strappata alla morte sulla terra sacra grazie all’intervento di Enapay. Scelta saggia e indotta dagli Spiriti stessi.
Quando Enapay non era con lei, Isabella cercava di rendersi utile aiutando la prima moglie del grande capo indiano nelle mansioni quotidiane. Imparò ad innalzare il tepee, a preparare i pasti, cucire le pelli e preparare le armi per la battaglia.
Quella sera si ritrovò ad essere stremata come mai prima, non essendo abituata a nulla di simile, anche se decisamente soddisfatta di sé. E quando Enapay fece il suo ingresso nel tepee che lei stessa aveva preparato per loro, non le fu facile trattenersi dal gettarsi tra le sue braccia e tenerlo stretto a sé.
Lui la guardò rimanendo sorpreso di trovarla coperta dalle pelli di cervo tipiche della sua gente. La lunga casacca le lasciava scoperte le gambe ben tornite e ai piccoli piedi indossava i tipici mocassini femminili. I capelli le erano stati acconciati in due grosse trecce e una piccola fascia rossa le cingeva la fronte.
La trovò bellissima. Le andò vicino e di istinto la baciò senza riserve.
E, quando poi si sdraiarono l’uno accanto all’altra, appropriarsi reciprocamente dei loro corpi fu la cosa più naturale del mondo.
Lui l’accarezzò e baciò dove mai si sarebbe aspettata, prima di prenderla. Bella urlò di dolore e gli artigliò la schiena con le unghie quando sentì dentro di sé il grosso membro turgido dell’uomo per la prima volta.
Mi ucciderai, pensò. Ma il dolore si disciolse nel piacere più intenso che le fosse mai capitato di provare. Fuoco liquido che le scorreva nelle vene al posto del sangue.
Riprendendo fiato, Bella abbandonò la testa sul largo petto di Enapay e cominciò a baciarlo così, come aveva fatto lui prima. Sapeva di sale e la rada, corta peluria chiara che aveva sullo sterno e intorno ai capezzoli, le solleticava dolcemente le labbra. Le piaceva, così grande e forte e magnificamente modellato. E… sensibile, pensò sfiorandogli un capezzolo con la lingua.
Sotto di lei aveva la prova che lui non apparteneva alla tribù così come le era stato raccontato dall’uomo sacro. Enapay aveva capezzoli, labbra e gengive molto più chiari di quelli che aveva visto negli altri uomini della tribù. Era un bianco, non aveva in corpo neanche una goccia di sangue selvaggio. Su quello non poteva esserci dubbio.
Quando Enapay le rotolò sopra per possederla ancora una volta, lui gli mormorò sulla bocca:
- Io essere tuo, ma così tuo che non potrò più essere di nessuno –


Furono attaccati all’improvviso. Al sorgere del sole.
Enapay si precipitò fuori dal tepee coperto solo dei pantaloni di pelle, scalzo e armato di tutto punto.
Nel vederlo scappare via, Isabella si sentì ghiacciare il sangue nelle vene.
E pregò.
Pregò che quel magnifico maschio non le fosse portato via.


EPILOGO

Lo scontro, passato alla storia come La battaglia di Little Big Horn, fu il più famoso incidente delle guerre indiane e costituì una schiacciante vittoria per i Sioux e i loro alleati.
Gli uomini di Custer furono totalmente sterminati ed Enapay tornò vittorioso dalla sua donna, offrendole lo scalpo dell’uomo che aveva tentato di usarle violenza su un luogo sacro.
Il destino di Enapy cambiò da quel giorno anche se non si era sottoposto alla cerimonia di purificazione. L’immensa tribù indiana, formatasi per attaccare il nemico bianco che invadeva la sua terra, lo riconobbe come capo indiscusso del grande clan dei Sioux. Ta-Tanka I-Yotank era fiero di quel figlio non suo, sacro agli Antichi Spiriti.
La donna bianca che divenne prima moglie di Enapay si rivelò essere la chiave per le comunicazioni con il governo americano.
Gli Spiriti degli Antichi Avi avevano scelto.

37 commenti:

  1. Mi é piaciuta un sacco!!! Qui ci vuole la long... Non scherzo davvero! É veramente bella e ben scritta.

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    1. E questa volta credo proprio che la long ci sarà. Perché mentre la scrivevo mi sono resa conto che racchiudere ciò che avrei potuto dire in una shot era limitativo e lasciava molti punti in sospeso. E' rimasta bloccata per mesi perché avevo fatto un intreccio tale che non mi dava possibilità di andare avanti proprio perché diventava troppo lunga per un contest come questo. Così ho tagliato, cambiato alcune cose e sono riuscita a proseguire. Quindi sì... non so quando ma credo proprio che la farò lunga... Grazie per averla letta e apprezzata.

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  2. Meravigliosa!!! Enapay che dice "Io essere tuo, ma così tuo che non potrò più essere di nessuno" mi ha fatto sciogliere!!! E poi Edward selvaggio ha un fascino inaspettato, chiamala scema, Bella!!! Complimenti,
    Aleuname

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    1. Grazie. Grazie. Grazie. Non avrei mai creduto che delle semplici frasi potessero lasciare il segno.

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  3. Aaaaahhhhh bellissimissima questa storia <3
    L'Edward il Selvaggio detto Enapay mi ha preso il coreee :-D Tipo queste frasi di 'Qui sicuro per te. Nessuno male te. Io proteggere te' ed 'Io essere tuo, ma così tuo che non potrò più essere di nessuno ' mi hanno conqustato al 100%
    Mi è piaciuta come si è evoluta la storia dall'inzio sino alla fine e un continuo della storia ci sta tutto..Bravissima e complimenti davvero!!!

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    1. Anche tu colpita dalle frasi. Ah ah ah ... mi fa immensamente piacere. Grazie per averla letta e commentata.

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  4. Una delle mie preferite, finora. E' così dolce e struggente... la purezza d'animo dei protagonisti è qualcosa che ti tocca nel profondo. Sembra davvero che qualcosa di più grande li abbia fatti incontrare. L'ambientazione è perfetta, evidentemente conosci molto bene le usanze dei nativi americani, ma sai anche descrivere in modo così pittorico che sembra di essere dentro le scene, nascosti dietro un albero a spiare. Brava davvero.

    Federica - Fede13

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    1. Io ho il pallino della storia in generale. A parte qualche periodo che proprio non digerisco diciamo che mi piace tutta. E quella degli indiani d'America è tra le mie preferite. Fin da bambina ho parteggiato per gli indiani, ho letto libri su di loro e ce n'è uno in particolare che ho letto almeno cinque volte per quanto è delicato, preciso e profondo nel farti entrare nella vita dei Dakota Sioux. E' questo libro che mi ha aiutata con i termini in lingua originale, anche se non li ho trovati tutti. Se riuscirò a fare la long come credo, cercherò di completare la ricerca per renderla ancora più precisa.
      Grazie di averla letta e comentata.

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  5. Premetto che ho molta ammirazione per gli indiani d'America, la loro storia e le loro tradizioni. Ho trovato questa shot molto bella e storicamente accurata. Mi piace il linguaggio scelto per descrivere ambienti, persone e conversazioni. Enepay mi ha conquistata subito. Mi sembra di vederlo correre leggero nella radura, fiero e leale, capace di amare con sincerità e devozione il padre adottivo e di darsi senza paura e remore a una donna bianca come lui ma ad anni luce da quello che lui è diventato e da quello che sente di essere. Menzione speciale per il Jacob più odioso di sempre e comunque un bel contrappasso per il personaggio originale nativo americano, che in questa shot stermina i suoi simili! E poi un Edward abbronzato, sempre mezzo nudo e con perline e pitture misteriose sulla pelle mi fa un sangue pazzesco!

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  6. Ciao. Non ho idea di chi tu sia ma la tua storia e semplicemente meravigliosa. Volevo leggere e non commentare ma non posso. Semplicemente non posso. È troppo bella, la storia di per se e come è descritta, nei piccoli particolari come nell ampio respiro. Ma soprattutto è emozionante ! E sai una cosa avevo pensato anche io di fare un Edward indiano bianco. Ringrazio il cielo è la fortuna di aver sviluppato altro... che misera figura avrei fatto. Bravissima Un sinceri simo Applauso!!! Luisa

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  7. Una delle mi preferite fino ad ora. Scritta bene, articolata altrettanto bene. Un'altra di quelle storie del contest in cui ti sembra di assistere ad un piccolo, meraviglioso film. Scrivere one shot, a mio avviso, è molto complicato. Si rischia sempre di lasciare perdere particolari importanti per ragioni di spazio e di tempo. Invece questa è una piccola perla completa. Bravissima.

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    1. Grazie mille. E detto da te ha un peso non indifferente. Sto imparando un sacco di cose... e ho le insegnati migliori.

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  8. Una storia molto bella, articolata nei dettagli al punto giusto e visivamente d'effetto. Ho amato l'Edward indiano dalle prime battute e mi è piaciuta molto la trama. Interessanti anche i personaggi di contorno descritti bene e in modo completo.Bel film..grazie!

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    1. Wow. Grazie... mi piace sapere che sia stato apprezzato il mio modo di descrivere le situazioni. Grazie.

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  9. Bellissima!!!! Davvero stupenda questa storia!!
    Hai la mia totale ammirazione, chiunque tu sia, per scorrevolezza di trama, documentazione precisa e uso perfetto della lingua italiana.
    Grande davvero. Adoro il tuo selvaggio, e chi mi conosce sa quanto amo i "primitivi nelle emozioni"
    (Vedi Britanno)

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    1. Ecco un'altra delle mie insegnanti. E' grazie a voi che mi sono gettata in questa avventura... e grazie dell'aiuto. Magari non per questa... ma in altre occasioni sì.
      Sono contenta di sapere che ha riscontrato parere positivo proprio da te, che scrivi in maniera impeccabile. Grazie per aver letto e commentato.

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  10. E ricordiamoci che Garrett è "stato tanto cos dal mordere Custer." ;)
    Magnifica! L'ho adorata dall'inizio alla fine. Accurata, scorrevole, scritta benissimo. L'ho proprio immaginata nella mente senza alcuno sforzo. Lui poi non ne parliamo: favoloso!
    Complimenti!
    -Sparv-

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    1. Grazie capo. Soprattutto per gli incoraggiamenti a buttarsi, a fare, a mettersi in gioco.
      Sono contenta di aver partecipato e soprattutto di aver colpito anche te. Grazie ancora.

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  11. Dolcissimo Enapay, un giovane uomo, sangue guerriero e cuore puro. Davvero bella, scritta bene, scorrevole e in grado di catturare l'attenzione. Mi auguro possa diventare una long, avrei voluto leggere ancora di loro...magari di come Bella si integra nella comunità indiana o di come Enapay, che tutti abbiamo capito essere il figlio del governatore Cullen scampato all'incendio, ma creduto morto, scopre la propria identità e di come magari gli altri reagirebbero a questa scoperta...mi scopro curiosa leggendo questa storia.

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    1. Come ho scritto più sopra, ho tutta l'intenzione di farne una long. Non so quando ci riuscirò ma lo farò... è rimasto ancora troppo da dire e alcune cose sono state modificate per farne una shot degna di questo contest.
      Grazie per aver letto e commentato.

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  12. Non conoscevo nulla di questo argomento, prima di imbattermi in questa storia.
    E' delicata, tenera, forte e allo stesso tempo profonda.
    L'ho trovata perfetta, da molti punti di vista. E' chiara e precisa, senza errori, con le emozioni al punto giusto.
    Di sicuro di questa voglio la long, e quando scoprirò chi sei (anche se un'idea me la sono fatta chiara in mente) ti tartasserò affinchè tu scriva una storia di qualche capitolo. Sarà emozionante leggerti.
    Ti faccio i miei complimenti, farmi rapire dalla storia e sentirmi parte di essa, soprattutto in contesto storico, non è per nulla semplice. Tu ci sei riuscita.
    grazie di averci regalato questa perla.....meravigliosa.
    Bravissima

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    1. Tutte a chiedere la long... allora è proprio vero... è piaciuta tanto!! Sono contenta... ma lo sono di più per aver coinvolto una che è restia all'argomento "storia". Quindi già il fatto che non ti abbia annoiata è già qualcosa. Tornando al discorso long... sì... credo proprio che la farò... non so quando ma la farò...
      Grazie mille...

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  13. Li puoi descrivere in tutti i modi possibili ,e il tuo è stato veramente bello questa coppia è sempre meravigliosa ,poi questo giovane Edward cosi focoso ,lei Isabella non poteva non scegliere che lui per sempre .

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  14. Avresti tutti i miei 3 punti.
    La mia preferita in assoluto.
    Originale la trama e l'idea di Edward selvaggio pellerossa.
    Delicata nel loro incontro.
    Ho amato follemente il tuo Edward.
    Non ho davvero le parole giuste per spiegarti come mi hai conquistato!
    Non vedo l'ora di scoprire chi c'è dietro questa "penna"

    Strepitosa!

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    1. Grazie... sono contenta che ti sia piaciuta. Non credevo di avere tale riscontro davvero.
      Grazie mille...

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  15. i miei più sinceri complimenti! una storia che ti appassiona, dalla prima all'ultima riga.. la trama è assolutamente scorrevole, si legge che è un piacere, la grammatica è impeccabile, e i personaggi, nonostante sia una storia breve, sono descritti davvero con precisione. Ho amato il tuo edward guerriero, così appassionato ma così dolce, e isabella e la sua fermezza. Ho detestato (come al solito) jacob black e la sua supponenza, insomma chiunque tu sia un brava col cuore in mano!!

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    1. Grazie mille. Sono contenta che ti sia piaciuta. Ma soprattutto di averla commentata con così belle parole.

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  16. Leggere questa storia è stato come aprire una finestra in un altro tempo.
    Pensare a Edward adottato in giovane età dalla tribù di Toro Seduto e vederlo tentare di conquistare il suo diritto a farne parte è stato a dir poco emozionante. Per non parlare dell'incontro con Bella, del suo modo di aiutarla, sia quando è svenuta che quando l'ha strappata dalla violenza di Jacob, del suo modo di amarla. Ho amato Enapay sin dalle prime parole, visionando gli ambienti in cui viveva, il teepee che divideva coi genitori adottivi, il modo di avvisare del suo arrivo grattando sulla tenda, la sua vita semplice e appagante più di quella tanto blasonata dell' "uomo bianco".
    Sei stata molto accurata nelle ricerche e sei riuscita a creare un'ambientazione perfetta per tutti i piccoli parcolari che hai inserito.
    Che dire se non BRAVA, anche se mi sembra poco non so come altro complimentarmi con te!
    Continua a scrivere perché regali delle bellissime emozioni e spero che tu voglia trasformare questa OS in una Long.
    Complimenti
    Samu

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    1. Ho già detto sopra che ho intenzione di lavorare alla long. Non so quando ma lo farò.
      Grazie per aver letto e commentato. E' un piacere sapere che il mio lavoro è stato così apprezzato. Grazie mille.

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  17. Veramente molto bella. E' evidente che sei una patita del contesto, non si può scrivere in questo modo solo documentandosi per l'occasione. Hai reso tutto talmente scorrevole che più che leggere sembrava di guardare un bellissimo film. Molto coinvolgente. Che posso dire? Non posso decidere quale Edward amo di più di questo contest.
    Complimenti.

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    1. E già... la storia dei Sioux è una mia malattia... ma lo è la storia in generale, a parte qualche periodo che proprio non riesco a farmi andare giù. E sono contenta di sapere di aver lasciato il segno anche in te che sei una delle mie autrici preferite. Mi dispiace di non aver riconosciuto la tua ma mi rifarò in un'altra occasione. Grazie per aver letto e commentato.

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  18. Racconti e leggende su i nativi americani non mi hanno mai coinvolta più di tanto, diciamo che non mi piace il genere. Questa però e' davvero WOW!!! Mi ha tenuta incollata fino alla fine!!!
    Bravissima!!! Davvero molto molto bella!!!

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    1. Wow. Detto da te allora ha un peso enorme. Grazie mille per aver letto e, a questo punto, apprezzato.

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  19. WOW WOW WOW
    Amo i Sioux e tu me li hai fatti amare ancora una volta di più con il tuo giovane Selvaggio!!!
    Veramente bella e accurata. Descrizioni perfette. Si mi è sembrato di vedere un film del quale mi piacerebbe vedere il sequel!!!
    Come hanno già detto concordo per una trasformazione in long..........per lo meno mi piacerebbe tanto leggere di nuovo del nostro Giovane Sioux
    Complimentissimissimi
    Grazie, un Bacio

    JB

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    1. Grazie. Grazie. Grazie. E sì... come ho detto prima farò la long. Non so in quanto tempo ci riuscirò ma ho tutta l'intenzione di farne una long... grazie ancora per aver letto e apprezzato il mio lavoro.

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