New York – Marzo 1054
Una pennellata
bianca e vaporosa dipingeva il cielo sullo sfondo blu intenso di una giornata
limpida di primavera, una di quelle occasioni in cui le nuvole sembra vogliano comunicare
un messaggio a coloro i quali provano ancora il desiderio di sollevare lo
sguardo sopra la testa. Come un pittore attento assistevo all’originale susseguirsi
di forme armoniche cercando di carpirne il significato intrinseco o
semplicemente di rubarne l’ingegnoso incorporeo tratteggio. Era uno spettacolo
meraviglioso e per una volta lasciai che il sorriso avesse la meglio
sull’espressione vuota che di solito avevo disegnata in volto e in quell’attimo
la grigia nebbia che avvolgeva il mio cuore accennò a diradarsi. Quella
sensazione di leggerezza ebbe la durata di un paio di respiri, poi il sorriso morì
sulle mie guance, veloce così come vi era sorto. Chiuso nel mio cappotto,
troppo pesante per la temperatura mite di quel mattino assolato, vagavo apparentemente
senza una meta precisa, percorrendo lo stesso sentiero lungo il quale, ogni
giorno da troppi anni, cercavo disperatamente delle risposte.
Central Park era un
buon posto per pensare. Mi impediva di rimanere solo, anche se al tempo stesso
mi rendeva consapevole di quanto fosse reale e concreta la mia solitudine.
Incrociavo volti dalle espressioni più svariate durante quelle lunghe passeggiate
e sebbene le persone evitassero accuratamente il mio sguardo sentivo di
condividerne le emozioni, quasi che l’immenso parco ci accogliesse tutti
benevolmente affinché potessimo confortarci silenziosamente a vicenda.
Lo scricchiolio del
ghiaino sotto la suola delle scarpe mi aiutava a calmare la mente. L’incessante
canto della natura che avevo intorno sortiva l’effetto di cullare i miei
pensieri inquieti al nucleo dei quali vi
era sempre Lei.
Isabella.
Lei e nessun’altra.
La mia musa, il mio
sole, la mia compagna di giochi, la mia amante e grande gioia e il più doloroso
rimpianto della mia vita. L’unica che avessi mai chiamata… Amore.
I piccoli sassolini
frastagliati del sentiero scricchiolavano sotto i miei passi. Erano di un pallido
colore rosa che mi ricordava la crema alle fragole e meringhe che Isabella
preparava per guarnire la mia torta di compleanno. Era una ricetta speciale,
tramandata dalla sua illustre famiglia da epoche dimenticate, dall’aspetto
invitante e dal profumo intenso ed io ne andavo pazzo. Isabella fingeva sempre
di aver dimenticato di aggiungere un ingrediente, ma lo faceva soltanto per costringermi
a ricordarle quanto fosse brava in cucina e quanto fossero speciali tutte le
cose che sapeva creare con le sue splendide mani. Richiamare alla memoria il
sapore di quei giorni mi faceva soffrire, perché in essi erano racchiusi i
migliori momenti di tutta la mia vita. Mi chinai appoggiandomi al bastone e
raccolsi una piccola manciata di quelle rosee briciole dal passato.
Cosa ne era stato
di noi? Cosa era accaduto di così terribile da impedire che fossimo felici per
sempre? Lo eravamo poi davvero?
Voltai in direzione
dell’imponente Bow Bridge che si intravedeva tra i rami degli alberi carichi di
gemme. I prati si arricchivano di un colore verde intenso, punteggiati qua e là
dei primi fiori di campo. Molte persone sul ponte erano impegnate a chiacchierare o ad osservare con meraviglia
le acque scure che si stendevano pigre sul letto del lago. Una nebbiolina densa
e candida aleggiava a pelo d’acqua rendendo alquanto poetico e suggestivo il
quadro che avevo davanti.
Nessuno pareva
accorgersi della mia presenza. Sfioravo le persone cercando di carpirne i
discorsi, tanto per sentirmi ancora parte integrante di questo mondo, ma non
cercavo mai di avere un contatto vero e proprio. Mi appoggiavo al parapetto
fingendo di osservare le papere che rumoreggiavano tentando di accoppiarsi e
intanto ascoltavo le voci intorno, entravo nelle vite degli altri, cercando di
provare le loro paure, le loro gioie, i loro entusiasmi, qualsiasi sensazione
potesse dimostrarmi di essere ancora vivo. Ma come ogni giorno, da quando
compievo quel percorso, dentro di me non sentivo altro che l’eterno dolore che
l’assenza di Lei mi procurava.
Isabella viveva in
ogni parte di me e lottavo con fermezza per cercare di mantenere vivo e attivo
il mio inutile corpo, affinché mi fosse possibile sentirla nelle mie ossa,
sotto la mia pelle e nel mio respiro, nell’intensa fitta di dolore che mi
lacerava il petto, cercando di evitare di perdere per sempre quell’ultimo
brandello che mi rimaneva di lei.
Il suo ricordo.
Abbandonai il ponte
affollato e come un automa raggiunsi la mia abituale panchina posta, insieme a
molte altre, lungo la via più frequentata. Appoggiai il cappello accanto a me,
alla mia destra, dando un piccolo colpetto alla tesa come era mia abitudine. Passai
le dita tra i capelli sistemandoli e il bastone lo addossai al poggia schiena
alla mia sinistra. La routine nei miei gesti mi rassicurava e sapevo che
osservati dall’esterno donavano alla mia persona una parvenza di signorilità. Avevo
sempre curato il mio aspetto, anche quando non ero abbastanza ricco per
potermelo permettere, sembrava conferisse maggiore rispettabilità e dignità
alla mia immagine. Isabella si era sempre burlata per queste mie frivole
consuetudini e in alcuni momenti mi pareva di udire ancora le sue risate
cristalline, così delicate e carezzevoli,
che mi regalavano quella serenità di cui non ero consapevole che ora
sentivo di avere irrimediabilmente perduto.
Come un nodo scorsoio
il suo ricordo mi stringeva la gola e più i pensieri volavano a lei più si riduceva
lo spazio vitale intorno al collo. Cercai di distrarmi osservando le giovani
mamme che sfilavano una accanto all’altra spingendo le carrozzine dei loro
neonati. Sembravano felici. Probabilmente il recente lieto evento le
rassicurava sul loro futuro, come se quel figlio rappresentasse la conferma di
una serena gioia che le avrebbe accompagnate fino alla fine dei loro giorni. Ma
l’esperienza vissuta mi aveva insegnato che le nostre certezze sono effimere, che
nulla può durare per sempre e che la sorte, troppo beffarda per elargire gratuitamente
favori, agisce contro la nostra volontà, per puro capriccio e senza logica
apparente. Avevo imparato a concedere che il destino si prendesse gioco di me,
poiché dopo la perdita di Isabella non vi era più nulla che potesse ferirmi o
scalfire il mio cuore infranto. Non mi importava di nulla.
Nulla…se non il suo
ricordo.
Infilai le mani
nelle tasche e assaporai sotto le dita la consistenza ormai logora di quel
foglio di carta dove erano impresse a chiare lettere e di suo pugno le ultime
parole che Isabella mi aveva voluto lasciare prima di andarsene. Mi trattenni
dall’estrarla, quasi che l’attesa potesse modificarne il doloroso contenuto.
Sospirai ripensando
al giorno in cui era scomparsa senza dirmi una parola, senza concedermi
l’opportunità di tentare di trattenerla dal compiere quell’insensato gesto.
Ancora non trovavo una spiegazione valida per accettare quella sua scelta così
risoluta e mi condannavo attribuendomi ogni sorta di responsabilità, pur non
essendo certo di quale fosse la mia colpa. Ero confuso e non trovavo il modo di
rassegnarmi al fatto che se ne fosse andata e avesse scelto di lasciarmi solo.
Più solo di quanto io lo fossi prima di incontrarla.
Il parco era
particolarmente affollato e la presenza di molti bambini in età scolare mi
confermò che doveva essere un giorno di festa. Si ricorrevano sollevando senza
intenzione i piccoli sassolini, colpendo gli ignari passanti e affrettandosi poi
a nascondersi dietro le strette gonne delle loro madri vestite a festa per non
essere rimproverati. Indossavano dei pantaloni corti tenuti in vita da bretelle
più grandi di loro e calzavano quei berretti a coppola che, più che fornirgli
reale riparo, donavano loro quell’aria da canaglie che li faceva apparire molto
più grandi della loro età.
Alcune giovani
donne con cappellini sgargianti, gonne ampie e foulard legati in modo
sbarazzino intorno al collo, facevano capannello di tanto in tanto lungo la via,
assediate dall’incessante corte di altrettanti gruppi di giovani in cerca di una
prima vera avventura. Sorridevano spensierati.
Com’era bello
essere ragazzi ingenui e cullati dalle illusioni. Avere un’intera vita davanti
e non conoscere le amarezze che a volte essa riserva ai più sfortunati. Pensare
al proprio futuro con entusiasmo e soprattutto con crescente meraviglia. Avere
un mondo di cose da scoprire e mille sogni da realizzare.
Alla soglia dei
cinquant’anni le mie speranze di felicità si erano dissolte e non c’era più
niente che mi desse ragione di sperare che qualcosa di bello mi potesse ancora
accadere. Non avevo progetti che dessero un senso alle mie giornate, che mi
impegnassero la mente, nessuno di cui occuparmi, nemmeno un cane che mi facesse
compagnia rendendo meno solitarie le mie lunghe passeggiate. Tutto ciò che mi
rimaneva e che ancora avesse valore …era Lei nei miei pensieri.
Raccolsi la lettera
avvolgendole tra le dita, stringendola in attesa di decidermi a leggerla per la
milionesima volta. Sapevo che mi avrebbe procurato il tormento, ma al tempo
stesso avrei provato il masochistico piacere di risentire la sua voce…anche se le sue parole distruggevano con
rinnovato vigore le mie speranze di riaverla accanto per sempre.
Abbassai lo sguardo
e poi chiusi gli occhi.
Rividi chiaramente
il suo volto stanco, l’aria afflitta che cercava di nascondere dopo essere
tornata dalla sua vacanza in casa della cugina Rosalie a Boston. Vi aveva trascorso poco più di un mese,
all’inizio dell’estate del ‘46, invitata in occasione del battesimo del terzo
figlio nato in casa Hale. Sembrava felice e quando ricevevo i suoi telegrammi
leggevo soltanto di quanto si divertisse e di come Rosalie e il marito Emmet fossero
contenti di organizzare cene e festicciole intime per presentarla a tutti i loro
amici dell’alta società. La nostra di New York era una casa signorile, ma senza
dubbio non all’altezza dello sfarzoso tenore di vita del resto della sua
famiglia. Isabella non sembrava dare peso a questa cosa, ma a distanza di tempo
e con gli occhi bene attenti di chi in passato non ha avuto cura di osservare, mi
resi conto che forse la serenità che ostentava era solo un’ingannevole finzione. Forse tutta la vita che conducevamo
a quel tempo era pura illusione. Eppure ogni giorno Isabella sfoderava un
sorriso così straordinariamente contagioso che mi risultava impossibile credere
che una eventualità simile fosse probabile… il solo rievocare il suo volto felice mi
costrinse a sollevare le labbra e a sorridere a mia volta. Era impossibile che
la sua fosse una farsa. Mi rifiutai di credere alle assurde supposizioni che di
tanto in tanto elaboravo in testa. Come parassiti esse divoravano i bei ricordi
che conservavo di lei, di noi e della nostra vita insieme. E non volevo
accadesse. Non ora che rappresentavano la sola cosa che mi rimaneva di Isabella.
Non mi aveva fornito
alcuna spiegazione per l’atteggiamento scontroso e scostante che mi aveva
riservato dopo il suo rientro a casa e io stupidamente non mi ero dato la pena
di richiederla. Avevo pensato che il viaggio l’avesse stancata e che il cattivo
tempo avesse reso capriccioso il suo umore di natura mutevole, ma mi ero
sbagliato. C’era molto di più in quegli occhi velati dal pianto. Qualcosa che
avevo sottovalutato e che l’aveva fatta fuggire lontano da me. Da quel giorno
non facevo che chiedermi cosa sarebbe accaduto se in quei momenti l’avessi
stretta tra le braccia costringendola con dolcezza a rivelarmi le sue sofferenze.
Se l’avessi amata con tenerezza, rassicurandola che qualsiasi cosa la
preoccupasse io le sarei rimasto accanto sostenendola. Forse così facendo sarebbe
andata a finire diversamente. Invece avevo permesso che il silenzio ci
dividesse e che il vento dell’inquietudine spegnesse del tutto la fiamma che
ardeva dentro di lei sopita.
Non mi sarei
perdonato mai di averla tenuta a distanza, di averla abbandonata a combattere
sola le sue angosce e di non avere compreso quanto fosse intenso il tormento
che serbava nell’animo.
Una brezza leggera si
sollevò tra i rami degli alberi agitandomi i capelli. Li ricomposi con
movimenti stanchi. L’attimo mi riportò al presente e il sorriso di Isabella scomparve
dissolvendosi nei ricordi, lasciandomi in bocca l’amaro sapore di un futuro sereno
che mi era stato negato.
Tutto il gentil
sesso che mi sfilava davanti sembrava felice di stare sotto braccio al proprio
uomo. Possibile che io fossi stato tanto cieco da non accorgermi che qualcosa
tra noi non stava funzionando?
Avrei dovuto
sposarla, legarla a me con quel patto per lei così importante, ma non lo avevo
fatto. Per noia? Per capriccio? Puntiglio? Per me era solo un inutile pezzo di
carta che non aggiungeva alcun valore al sentimento che ci univa. Preferivo
credere di stare con lei perché lo desideravo e non perché fossi costretto da
una firma in calce a promesse formulate da altri. Nessuno poteva amarla quanto
me, nemmeno Dio. L’avevo convinta quindi che il matrimonio non fosse necessario
e avevo sbagliato.
Se mi fermavo ad
elencare i molti errori da me commessi la lista diventava infinita e piombavo
nella depressione, odiando me stesso e la mia cecità nei riguardi delle sue
esigenze. Le avevo fatto così tante promesse e alla fine ne avevo mantenuta una
soltanto…amarla per sempre.
Ma questo Isabella
non poteva saperlo. Non lo avrebbe saputo mai.
Sciolsi l’abbraccio
della mia mano sulla penosa lettera ancora nella tasca e la lasciai dov’era.
Accavallai le gambe
e mi abbandonai contro lo schienale della panchina di legno. Gettando lo
sguardo sul prato accanto scorsi le prime margherite della stagione e in un
attimo fui travolto dal passato.
***
New York - luglio
1925
Il cuore mi batteva
forte mentre salivo di corsa le scale per raggiungere il dodicesimo piano del
Palazzo della Swan Agency.
Ero stato assunto
come fattorino soltanto da una settimana ed essendo il mio primo lavoro potevo
ritenermi veramente fortunato. Le segretarie sembravano sempre molto contente
di vedermi arrivare per la consegna dei plichi e venivo accolto ogni volta con
grandi sorrisi. La più carina era Jessica Stanley che pareva molto disponibile
ad approfondire la nostra conoscenza, visto che ogni volta che capitavo da lei
non mi lasciava più andare via. Non era l’unica a puntarmi gli occhi addosso,
ma era troppo presto per gettare l’amo su uno di quei bellissimi pesci, dovevo
prima rendermi conto di che cosa volevo pescare.
La giornata era
splendente di sole e la calura iniziava già a farsi sentire alle prime ore del
mattino. Correvo ormai da due ore e sentivo la camicia appiccicarsi alla pelle.
Odiavo sentirmi in disordine, ma per quanto cercassi di non sudare l’impresa
era impossibile. Avevo escogitato un buon modo per evitare che la cosa si
notasse portandomi un cambio di abiti nella sacca e per il momento il
trucchetto sembrava funzionare.
«Ciao Edward, come
sei impetuoso stamattina.»
Angela Weber era la
più intraprendente delle ragazze presenti nel palazzo. Ventotto anni, capello
scuro e raccolto, abiti impeccabili e trucco alla moda. L’occhiale nero,
allungato come gli occhi di un gatto, le davano quel vezzo in più anziché
apparire un difetto. In soli sei mesi era riuscita a diventare da semplice
impiegata a segretaria del vicepresidente e non mi sarei stupito di vederla al
quindicesimo piano, seduta sulla scrivania della segreteria del capo prima
dello scadere dell’anno in corso. Una bellezza sobria ed elegante che evidentemente
sapeva sfruttare nel modo giusto. Era molto intelligente e l’ironia completava
il quadro perfetto della sua dotata personalità.
«Le energie non mi
mancano se è questo che intendi.»
«Ne sono certa, ma
vedi di non bruciare le suole delle scarpe.»
«Non temere, ho le
ali ai piedi.»
«Buon per te perché
ho sei fascicoli da farti consegnare al quarto e all’ottavo piano, pensi di
farcela?» Mi tese un pacco di scartoffie piuttosto pesante e le afferrai senza
esitare. Le infilai sotto al braccio e agguantai la sua mano prima che la
ritraesse. Guardandola negli occhi mi abbassai sfiorandole le dita con le
labbra.
«Volerò per te. Sei
contenta?» Sorrise divertita. Non c’era malizia nei suoi occhi e scherzare mi veniva
più facile che con tutte le altre. Tolse la mano e si permise una risata.
« Va via prima che
mi innamori di te, veloce.»
Mi voltai e uscendo
dalla stanza le lanciai una sfida.
«Sarai pazza di me
prima dello scadere del mese, scommettiamo?» Lei rise.
«Illuso!» Mi urlò
prima che chiudessi la porta.
Era divertente
gironzolare di scrivania in scrivania scambiando battute e portando qualche
sorriso. Appagava il mio ego goliardico e in più riempiva le mie tasche vuote
di bei soldoni.
La mia famiglia non
era povera, ma il passo per diventarlo era breve e poter contribuire finalmente
alle spese di casa mi era di grande conforto. Mia madre Esme era molto attiva e
gestiva la famiglia come una vera matriarca giusta ed esigente, mio padre invece
sembrava aver dimenticato il buon carattere che l’aveva fatta innamorare e
usciva di casa al mattino col muso duro, tornando soltanto la sera tardi da
lavoro e il più delle volte crollando sul divano con un bicchiere di whisky in
mano. Mia sorella Alice era troppo piccola per accorgersi che le cose non
stavano andando bene tra mamma e papà e la mia speranza era che riuscissero a
sistemarle prima che lei fosse in grado di farlo. Mio fratello maggiore Jasper
era un uomo scrupoloso e molto risoluto. Avvenente e determinato era riuscito
ad arrivare dove voleva senza apparente sforzo e di questo dovevo rendergli
merito. Un avvocato in famiglia non poteva che riempirmi di orgoglio. Era un
uomo con obiettivi importanti. Non era mai soddisfatto a pieno di ciò che
otteneva e questo lo rendeva inquieto, senza che in realtà avesse motivo di
esserlo. Era fatto così. Probabilmente sereno e tranquillo non lo sarebbe stato
mai.
A ventun anni io
avevo i miei sogni a cui pensare e non potevo farmi carico anche dei problemi
del resto della mia famiglia. Volevo innamorarmi molte volte, uscire con gli
amici fino al mattino e avere un buon lavoro che mi permettesse di fare tutte
queste cose. L’esempio di Angela mi faceva sperare di poter migliorare la mia
posizione lavorativa salendo uno scalino più alto e questo fungeva da motore
per cercare di dare sempre il meglio di me stesso.
Portai a termine le
mie consegne e continuai fino all’ora di pranzo quando mi era concessa una
breve pausa per uscire e metter qualcosa sotto ai denti. Ero stanco e il caldo
afoso non mi dava tregua. Volevo uscire da quel palazzo e stendermi per un po’
sotto l’ombra degli alberi del parco di fronte.
Mi avviai al
bancone dall’usciere per avvertire che stavo per prendermi la mia ora d’aria,
ma quando mi avvicinai Mike Newton mi bloccò prima che potessi aprire bocca.
Stava discutendo con una donna che mi dava le spalle e non mi accorsi subito di
quanto fosse graziosa.
«Cullen c’è
un’urgenza. La signorina ha bisogno che consegni questa busta all’ultimo piano
per il Capo Swan.» Lo guardai sbuffando un po’.
«Sono appena sceso
e stavo per prendermi qualche minuto di pausa.» Mi voltai per parlare
direttamente con la giovane donna e restai folgorato dal volto bellissimo che
mi trovai di fronte. Il suo profumo mi avvolse elevandomi in paradiso e la
reazione del mio corpo mi lasciò stordito.
Le parole che volevo dire scomparvero dalla mia mente e la bocca rimase
penzoloni. Lei mi guardava divertita e senza pensarci agii d’istinto e le
afferrai il braccio trascinandola in disparte. Mi seguì incuriosita.
«Hai fame?»
Spalancò gli occhi all’inaspettata domanda.
«Ma cosa ti salta
in mente, sei pazzo?» Rideva.
«Non lo sono. Allora
hai fame?» La divoravo con gli occhi, ma non volevo si spaventasse e mi
costrinsi a posarli altrove, purtroppo senza riuscirvi molto.
«Certo che sono
affamata è ora di pranzo, ma questo che vuol dire?» Mi accorsi di stringere le
sue mani e abbassai gli occhi per guardarle. Erano così piccole rispetto alle
mie lunghe dita che mi fecero tanta tenerezza. Sorrisi e alzai nuovamente lo
sguardo su di lei. La fascia di seta che le avvolgeva il capo copriva la sua
fronte mettendo in evidenza gli occhi scuri di fuoco e neve. Sprigionava una
sorta di energia sensuale e dirompente ed ero sconvolto di me stesso per il facile
modo in cui mi stava catturando.
«Vuol dire che
pranzeremo insieme. Poi quel che sarà sarà. Ci stai?» Le brillavano gli occhi e
fui certo che mi avrebbe detto di sì. Afferrò invece la busta facendola
penzolare davanti alla mia faccia.
«Consegna questa
busta per favore. Il Capo Swan l’aspetta con urgenza.»
«Gliela porterò
dopo.» Feci un passo avvicinandomi di più a lei.
«Subito.» Intimò la
ragazza con gli occhioni spalancati sui miei.
Era giocosa e molto
intrigante. Ne ero innegabilmente stregato. Doveva avere più o meno la mia
stessa età, ma il trucco ben disegnato poteva ingannarmi. I capelli corti, dal
taglio alla moda, le stavano d’incanto.
«Non puoi dire al
tuo capo che ti sei persa per strada? Che ti si è sciolto un camion di ghiaccio
davanti e quasi annegavi? Che una mandria di bufali inferocita ti ha assalita e
sei dovuta fuggire?» Scoppiò a ridere.
«Eh no! Non posso
proprio…»Lasciò sospesa la frase in attesa che la finissi io per lei.
«Edward, mi chiamo
Edward Cullen.»
«Edward…»si
avvicinò con fare complice «ora corri di sopra, consegni questa piccola busta e
poi vediamo cosa possiamo fare io e te, ok?»
L’abito lungo e
scollato rivelava la sua pelle candida e mi venne l’istinto di baciarle la
spalla nuda che mi aveva esposta piegando la testa di lato. L’avrei morsa,
leccata e baciata fino a marchiarla, ma mi trattenni e le piantai invece gli
occhi sulla bocca carnosa, salendo lentamente a sfiorare ogni dettaglio del suo
splendido volto. Il trucco perfetto, le labbra disegnate ad arte. Era straordinaria.
E sexy da morire.
«Non te ne andrai,
vero?» Le chiesi sicuro del contrario.
«Assolutamente no.
Promesso.» Si disegnò la croce sul cuore con le dita e poi le baciò allungando
le labbra rosse e voluttuose. Arricciò il naso in modo buffo e me ne innamorai.
«Sappi che, se non
dovessi trovarti quando torno, verrò a cercarti in capo al mondo.» Le sussurrai
sfiorandole il naso con la punta del dito.
«Ci conto.»
«Ci metto un
minuto, comincia a contare i secondi.» A malincuore mi strappai da quella visione
afferrando la busta e correndo verso l’ascensore che solitamente mi era
proibito. In questo caso era una urgenza ed ero in pausa pranzo, quindi non mi
feci scrupolo e salii in fretta.
«Portami all’attico
Tyler, più presto che puoi.»
«E secondo te cosa
dovrei fare scendere e spingere?»
«Che c’è, hai una
brutta giornata?»
«Son chiuso qui
dentro a lavorare tutto il giorno, pensi che sia divertente?»
«E tu cosa pensi
che stia facendo? Che mi stia svagando facendo un giro sulla tua giostra?»
«Chiudi il becco.»
Aprì il cancelletto facendolo scorrere e brontolando mi permise di uscire dalla
cabina.
Trovai Tania in
procinto di andarsene e le consegnai in fretta la busta.
Non le diedi modo
di dirmi una sola parola che mi lanciai nuovamente nell’ascensore per ridiscendere
al piano terra.
Volevo rivederla
subito e il desiderio divenne incontenibile. Balzai fuori guardando in
direzione della colonna vicino a dove poco prima l’avevo lasciata, ma non c’era
più. Corsi nella hall cercandola in ogni persona presente ma della ragazza non
vi era traccia. Deluso corsi da Mike per chiedere se mi avesse lasciato un
messaggio.
«Ti ha detto
qualcosa Mike?»
«Chi?»
«La ragazza di
prima, quella della busta.»
«La signorina è
uscita subito dopo che sei salito, non vedo perché avrebbe dovuto lasciar detto
qualcosa per te.»
«Perché avevamo un
appuntamento, ecco perché.» Non permisi a Mike di finire quel che mi stava
dicendo e uscii dal palazzo correndo.
Il caldo era
insopportabile e mi colse come una doccia di vapore. Cercai ovunque, ma non la
vidi da nessuna parte.
Come uno sciocco mi
resi conto di non averle neppure chiesto il nome.
New York 1954
Com’era stato buffo
il nostro primo incontro. L’esperienza acerba mi aveva giocato un brutto
scherzo e dopo quel giorno ne erano passati molti altri senza che ricevessi
alcuna notizia di lei. Chiedevo costantemente a Mike della ragazza con la busta
e lui si limitava dire che la Signorina non si era più vista nel palazzo. Le
notti mi rigiravo nel letto pensando alla sua pelle nuda e candida come la neve
fresca, alla sua bocca arricciata in quella smorfia buffa e sedavo la mia brama
di lei cercando il piacere effimero e frustrante dell’autoerotismo. Gli amici
si chiedevano dove fossi finito, ma tutto sembrava diventato insignificante, al
confronto del bisogno che sentivo di lei.
Se in quei lontani
giorni avessi saputo cosa il futuro ci avrebbe riservato probabilmente non ci
avrei creduto. Non era prevedibile che le nostre vite si sarebbero incrociate e
strette l’una con l’altra fino a spezzarsi.
Non era lontano
dalla mia panchina il luogo esatto in cui più tardi riuscii a rivederla. Ogni
giorno, durante il mio girovagare nel parco, desideravo tornarci e poi invece
mi convincevo che farlo sarebbe stato inutile perché lei, sotto al grande
castagno, non c’era più.
Il mio corpo obbedì
al desiderio inespresso e, alzandomi dalla panchina, raccolsi bastone e
cappello e mi incamminai lento in direzione della sponda nord del lago.
Respirai a fondo cercando di rievocare il profumo di quel giorno e il vento
magnanimo mi fece questo regalo. Niente è più potente del profumo di un dolce
ricordo. Lungo il cammino tornai a quei giorni …e il laccio al collo si strinse
fino a togliermi il fiato.
Agosto 1925
Era passato quasi
un mese intero dal giorno in cui avevo incontrato quella ragazza splendida e le
mie allegre giornate di lavoro si erano lentamente trasformate in uno
sfiancante calvario di attese estenuanti. L’aria era diventata irrespirabile e Manhattan
si stava svuotando di tutti i suoi abitanti, impegnati a raggiungere i luoghi
di villeggiatura o semplicemente a cercare aria più fresca che desse loro
refrigerio. Il mio stato d’animo era altalenante. Passavo dall’intenso
desiderio di vederla, all’odiarla perché non me ne dava l’occasione e poi di
nuovo a morire dalla voglia di toccare la sua carne bianca e infine a
contorcermi di desiderio troppo a lungo inappagato. Stavo per abituarmi
all’idea che non l’avrei più rivista quando un venerdì, alla fine del lavoro,
addentrandomi un po’ di più nelle zone interne del parco, d’improvviso me la
trovai davanti. Non potevo crederci. Tutto quello scervellarmi a pensare dove
cercarla e lei ora era miracolosamente lì di fronte a me. Stava giocando con
un’altra ragazza sulle sponde del lago, probabilmente un’amica e la sua
incantevole risata mi fece rimescolare dentro. Era diventata un’ossessione e
ora che la potevo finalmente avvicinare di nuovo non trovavo il coraggio di
farlo e rimasi a distanza, nascosto tra il fogliame verdeggiante dei cespugli
di ortensia in fiore.
Sostai così per un
tempo indefinito. Tutto intorno a lei sembrava sospeso e sfuocato e mi ci volle
tutto l’autocontrollo che possedevo per riscuotermi e decidermi ad andare da
lei. L’amica la chiamava per tirarle la palla e così finalmente seppi quale
fosse il suo nome.
Isabella.
Uscito fuori
camminai lento verso di lei con le mani in tasca, la cravatta snodata e le
maniche della camicia azzurra arrotolate fino al gomito. I capelli li avevo
tagliati qualche giorno prima e li sentivo disegnati a pennello sulla mia
testa. Il pantalone grigio era ampio e nascondeva bene la reazione che mi
provocò l’ondata di profumo della sua pelle accaldata.
«Edward?» Mi venne
incontro con le guance arrossate e l’abito leggero che le scendeva fino alle
ginocchia. Il giallo pastello le donava, in contrasto coi colori scuri dei suoi
lineamenti e la sua pelle leggermente ambrata. Doveva aver fatto qualche giorno
di vacanza, oppure ero io che, chiuso sempre tra le mura di quel palazzo, non
ero ancora riuscito a prendere un po’ di colore.
«Proprio io.»
«Cosa ci fai qui?»
«Sono venuto a
prenderti per il nostro appuntamento, non ricordi?» Lei fece una smorfia strana
come a disagio, ma non si allontanò e quindi incalzai «Te l’avevo detto che
sarei venuto a cercarti in capo al mondo.»
«Siamo a poca
distanza dal Bow Building dove lavori, non in capo al mondo.»
«Non è colpa mia se
tu sei qui. Ti ho trovata e quindi ora non ti lascio finché non vieni con me a
cena.»
«E’ una minaccia?» Sorrise
e io ammiccai abbassandomi d’istinto a baciarle la guancia. Non avevo
resistito. Volevo sentire di nuovo il suo profumo e indugiai qualche istante sulla
sua pelle calda.
«Una promessa.»
Sussurrai alitandole sull’orecchio e la mia voce le provocò un brivido. Mi
scostai di poco per guardarla negli occhi e quello che vi lessi provocò nel mio
cuore e nei miei pantaloni un grido di
vittoria.
«Ne hai messo di
tempo per trovarmi, eh?» Sussurrò a sua volta. Sbarrai gli occhi sorpreso, ma sorridevo.
Era divertente oltre che bella.
La sua amica mi
guardava con palese approvazione colpendo il gomito di Isabella perché
accettasse di seguirmi ovunque la volessi portare.
Avrei mangiato
anche l’erba del prato pur di stare in sua compagnia, ero felice, avevo le
tasche piene, era estate e avevo finalmente la donna più bella di tutta la
città accanto a me.
Rimasi a parlare
con entrambe fino a che l’amica si decise ad andarsene. Seduto sul prato, con
le braccia appoggiate alle ginocchia, aspettavo che Isabella decidesse le sorti
della serata e intanto ci scambiavamo curiosità sulle nostre vite. Mi girava
intorno a piedi nudi e ogni tanto si metteva vicino a me sull’erba fresca.
Mi raccontò di
essere figlia unica e che suo padre era un uomo molto scontroso e volubile. Per
questa ragione si era trasferita, dopo la morte prematura della madre, avvenuta
un anno prima, in un appartamento di loro proprietà a un paio di isolati da lì
a vivere da sola. Il padre la vedeva solamente per firmare gli assegni e
sostanzialmente lei gestiva il proprio tempo come meglio credeva. Le piaceva la
musica Jazz e amava leggere romanzi d’avventura.
«Quindi lavori solo
per diletto?» Le chiesi.
«Io non lavoro
Edward.»
«Ma l’altra volta
eri dal Capo Swan per …»
«…consegnare le
ricevute da pagare entro il mese.»
« Tu sei la figlia
di Charlie Swan?Il mio capo?»
« Ebbene eccomi
qua. In persona.» Ero stupefatto , ma se pensavo alle circostanze che ci
avevano fatti incontrare tutto alla fine aveva un senso.
Il fatto che lei
appartenesse alla casta degli intoccabili di Manhattan non mi importava. Non temevo
di essere meno meritevole di altri di frequentare una donna della sua levatura
sociale. E se avesse davvero deciso di accettare l’appuntamento con me sarei
stato felice di portarla a cena in un localino per niente tranquillo, a
scoprire come ci si diverte nei medi bassifondi di una città come New York.
«Vuoi ancora uscire
con me dopo aver saputo chi sono?» La guardai chiedendomi cosa intendesse. Poi
compresi e la gettai sul ridere.
«Certo mi mette un
po’ in imbarazzo dover dire ai miei amici che sei la figlia del mio capo, ma
che vuoi che sia…nessuno è perfetto.» Si mise a ridere sollevata e le allungai la
mano per aiutarla ad alzarsi.
Le serate
successive furono una più movimentata della precedente. I miei amici la
adoravano e lei sembrava non dare peso al fatto che tutti noi fossimo gente
comune, con poche pretese, ma con tanta voglia di divertirsi. Una sera portò
con lei l’amica Victoria, che giurò di non essersi mai divertita tanto come
quella sera a ballare la musica jazz più sensazionale che avesse mai sentito
suonare. La ragazza mi girava intorno ed era evidente che non si facesse
scrupolo di sorta a provarci con me. La cosa mi infastidiva, ma visto che era
una cara amica di Isabella cercai di essere gentile tenendola a distanza con
discrezione. Mio fratello Jasper era libero da impegni per qualche giorno e
così aveva acconsentito ad uscire con noi. Jasper e Isabella andavano d’accordo
e una sera delle successive rimasero a parlare per quasi un’ora al tavolo
del Blue
River senza degnarmi di uno sguardo. Victoria ed io avevamo ballato e poi
con la scusa di farsi indicare il bagno mi aveva trascinato nei corridoi del
retro e aveva tentato di baciarmi allungando le mani, tirandomi i capelli; aveva
perfino cercato di aprirmi i pantaloni e a quel punto non avevo avuto scelta. L’avevo
allontanata in malo modo perché comprendesse una volta per tutte che non c’era
niente che potesse convincermi a cederle e questo aveva dato il via ad una
accesa discussione.
«Non sono
abbastanza bella?» Mi alitava addosso e il suo fiato che puzzava di alcol mi
disgustava.
«Lo sei, non è
questo il problema Vicky.» Aveva decisamente bevuto troppo. I suoi capelli
rosso fiamma e gli occhi blu chiaro non mi piacevano affatto.
«E allora il
problema qual è? Forse non sono sufficientemente ricca per i tuoi standard, non
è così?»
«Ma di cosa stai
parlando? Sai bene che dei soldi di Bella non mi importa niente.»
«Questo è quello
che tenti di farle credere, ma io mi sono accorta di come la stai manipolando.
Credi sia una sciocca?»
«Hai le visioni
credimi. E comunque smettila di starmi addosso e tieni le mani lontane dai miei
pantaloni, ci siamo capiti?»
« Sei un bastardo e
se credi di farmi paura ti sbagli di grosso.»
« Non voglio farti
paura, voglio solo che la smetti di darmi noia. Non mi piaci e non voglio fare
sesso con te, quindi mettiti il cuore in pace e datti una regolata.»
«Te la farò pagare
per come mi stai trattando.»
«Ti tratto per
quella che sei e non mi interessa che ti stia bene o meno, mi basta che la
pianti e ti togli da torno. Non vali nemmeno quanto la scarpa di Isabella.» Si
era girata quasi ringhiando, mi aveva
schiaffeggiato in pieno viso e poi se n’era andata. Era tornata al tavolo dagli
altri chiedendo a Jasper di riaccompagnarla a casa. Lui aveva brontolato, ma
alla fine l’aveva accontentata.
Sbattendo la porta
del bagno mi ero lavato di dosso il suo odore estraneo. Scosso e disgustato ero
tornato da Isabella che sembrava non essersi accorta di nulla se non del caratteraccio ormai noto di
Victoria.
Quella notte
l’avevo riaccompagnata a casa più presto del solito e lei mi aveva chiesto di
salire in casa sua. Aspettavo quel momento da molto tempo e nonostante fossi
ancora nervoso per la precedente discussione accettai e la seguii col cuore
gonfio. Finalmente avevamo l’opportunità di stare soli e preferii cancellare
dalla memoria le ultime ore sgradevoli, per non imbrattare la purezza del tempo
che avrei trascorso con lei.
Non appena varcata
la soglia del suo appartamento Isabella parve diversa. Il lusso che la
circondava sembrava stonare con l’immagine che avevo assimilato di lei e solo
in quell’istante mi resi conto del grado di ricchezza cui era abituata. Tutto sembrava
studiato nel dettaglio e l’opulenza del mobilio mi mise notevolmente a disagio.
Avevo sottovalutato quanto fosse
rilevante nel nostro rapporto la differenza d’ambiente dal quale Isabella proveniva
e mentre osservavo le mie certezze dissolversi, sentii crescere in me il tormentato
timore di perderla. Si muoveva con naturalezza tra le sue cose senza rendersi
conto di quale shock avesse sortito in me trovarmici dentro. Non appena mi fu
vicina il candore e la semplicità di Bella scomparvero rivelando la sua vera
indole.
Mi desiderava come
io bramavo lei e ci vollero pochi istanti per ritrovarci stesi nudi sul soffice tappeto bianco che
regnava la zona antistante il camino. Le grandi finestre erano spalancate sul
parco e qualche occasionale folata d’aria entrava per rinfrescare i nostri
corpi sudati.
«Non voglio che tu
esca mai più da dentro me.» Ansimava, mentre pompavo lento e profondo dentro la
sua carne bollente. Mi trattenevo per prolungare il piacere e lo sforzo mi
faceva diventare pazzo. La sua pelle mi inebriava ed era difficile non perdersi
in quel paradiso di benessere.
«Hai qualche
suggerimento?» Non era facile resisterle e parlare di cose futili aiutava
nell’impresa.
«Potresti smettere
di lavorare, di mangiare, di respirare e pompare su di me senza pausa finché ti
imploro di smettere.» Mi eccitai ancora di più.
«Pensi che sarebbe
saggio?»
«Sì penso che
sarebbe mooolto saggio Edward.» Rallentai per non venire in lei e scivolai sul
fianco trascinandomela sopra. La tenni ferma per riprendere fiato, ma non
voleva saperne e cominciò a cavalcare come se avesse visto l’acqua in pieno
deserto e volesse raggiungerla per dissetarsi.
«Fermati o non
potrò più avere il controllo…ti prego…Isa…bellaaa» Non ascoltava e con gli
occhi chiusi aumentò l’andatura fino a scoppiare spargendo il caldo liquido del
piacere su di me. La seguii senza più trattenermi e crollando su sul mio petto
l’abbracciai stretta. Tremava come una foglia al vento e sentirla scivolarmi
addosso fu sublime.
Passarono pochi
istanti e mentre riprendevo fiato mi uscì di getto quello che in cuor mio
sapevo da tempo.
«Ti amo piccola.»
Mi sorprese quello che disse lei di rimando.
«Lo so.» Era
appoggiata a me e quindi non le potevo vedere il volto.
Non aggiunse altro
e rimasi un po’ deluso dandomi dello sciocco per aver creduto che anche lei mi
amasse. Passarono alcuni minuti e lentamente il nostro respiro tornò regolare.
« Bella, va tutto
bene?» Si stese accanto a me e appoggiandomi la mano sul torace si sollevò per guardarmi. Stava lacrimando in
silenzio, sprigionando in quello sguardo annebbiato la luce intensa di quello
che provava. Sorrise dolce sfiorando le mie labbra con tenerezza.
« Dillo di nuovo. »
E un sorriso la illuminò.
Afferrai il suo
viso tra le mani accarezzandola con le dita e amandola con gli occhi. In lei
vedevo tutto quello che avevo sempre desiderato in una donna e soltanto sapere
che accettava il mio sentimento appena nato mi faceva arrivare alle stelle.
« Ti amo…ti amo…ti
amo…» la soffocai di baci mentre le risate si sostituivano al pianto e in
quella notte di agosto mi convinsi di aver vinto il destino.
1954
Isabella rimase
incinta quella notte e perse il bambino il mese seguente appena dopo aver
scoperto di essere in attesa di un figlio. La giovane età le avrebbe permesso
di averne molti altri, ma per lei fu un trauma violento dal quale si riprese
lentamente e con grande sforzo. Le rimasi accanto come avrebbe fatto un marito
e il padre non seppe mai dell’accaduto perché Isabella non ritenne necessario
ne venisse a conoscenza. Nessuno lo aveva mai saputo, tranne me e lei. Mi
trasferii in casa sua convincendo la mia famiglia che era per una giusta causa.
Non erano d’accordo, come era prevedibile, ma non diedi ascolto a nessuno e mi
stabilii da lei. Suo padre non disse nulla.
Lasciai il lavoro
di fattorino e mi iscrissi a giurisprudenza, convinto che offrirle una solida
base economica fosse importante per il nostro futuro insieme. Jasper mi diede
una mano e nei tempi stabiliti conseguii la laurea e iniziai praticare come
associato nel suo studio già avviato. Le cose sembravano andare bene e Isabella
pareva aver ritrovato la serenità e la spensieratezza dei giorni felici.
Era tornata da me. Con
il corpo, il cuore e la mente.
Di nuovo riempiva
la mia vita di colore e di sapore…di emozione e di sentimento. Lunghi anni di
vita insieme che però sembrarono diventare sempre più bui visto che nella
nostra vita, nonostante avessimo tanto provato, non arrivava un figlio.
La casa le sembrava
vuota senza le grida di un bambino e nonostante comprendessi questo desiderio
di maternità non sentivo in cuore di condividerlo. Stavo bene così come stavo e
per quanto mi riguardava un figlio non era nelle mie priorità.
Per anni avevamo
condotto una vita agiata e apparentemente felice. O così a me sembrava. Poi
quel viaggio a Boston aveva mutato e alterato il nostro precario equilibrio e
tutto il nostro mondo era crollato.
Ma su quali basi
era fondato se era bastato un semplice viaggio a distrarla da noi e a
convincerla che fosse arrivato il momento di rinunciarvi.
Raggiunsi la sponda
sulla quale aveva avuto inizio la nostra storia e fermo tra le aiuole di
ortensia ancora in bocciolo cercai la mia Isabella ventenne…
1946 Boston -
Isabella
L’invito che avevo
ricevuto da Rose mi aveva sorpreso perché erano alcuni anni che non la vedevo e
sapevo che il marito non aveva molta simpatia per me. La mia scelta di vivere
accanto ad un uomo senza il matrimonio aveva agitato l’intera stirpe degli Swan
e mia cugina Rosalie era l’unica che si fosse rifiutata di tagliare i ponti con
me. Mi ero commossa quando avevo saputo della nascita del suo terzo figlio,
invidiando la famiglia meravigliosa che aveva saputo costruire con l’uomo che
aveva scelto come compagno. Emmet era un uomo buono. Forse un po’ troppo legato
ai rigidi canoni della società in cui era cresciuto, ma pur sempre un buon
padre e un marito devoto. Era stata fortunata e io ero molto felice per lei.
Questa
considerazione mi fece pensare al rapporto che avevo io con Edward e a come
avessi accettato con troppa superficialità il fatto di convivere senza rendere
legale il nostro legame. Le affinità tra noi erano palesi a tutti, ma nel
profondo del mio cuore mi sentivo tradita da colui il quale avrebbe dovuto
sentirsi felice di affermare davanti al mondo intero il suo amore per me.
Invece si era cortesemente, ma in modo inflessibile, rifiutato di prestarsi per
quella che per lui era soltanto una farsa.
Non mi ero sentita di insistere perché volevo arrivasse da solo a
comprendere quanto fosse importante per me, per essere accettata nuovamente
dalla mia famiglia, dagli amici che frequentavo prima di incontrarlo, da chi mi
guardava come se fossi una poco di buono. Non era sciocca la mia visione della
vita…era soltanto pratica o almeno era quello del quale cercavo di convincermi.
Mi ero convinta che nel momento in cui avessi messo al mondo suo figlio anche
Edward avrebbe ceduto al desiderio di festeggiare con un matrimonio e allora
avrei avuto tutto ciò che desideravo in una sola volta. Ma nessun figlio era
più arrivato. Dentro di me stavo convincendomi di non poterne avere più. Avevo superato
da un po’ i quarant’anni e nel mio cuore sapevo che il mio tempo era scaduto.
Non lo volevo accettare e quella mancanza mi gettava nello sconforto più
totale. Edward mi era stato sempre fedele, ne ero certa. Lo stesso avevo fatto
io perché lo amavo come il primo giorno e lo avrei amato sempre. Eravamo felici
insieme, ma non avevamo costruito niente e del nostro grande amore, una volta
passati ad altra vita, non sarebbe rimasto nulla.
Mio padre era morto
lasciandomi i suoi soldi, ma anche sul letto di morte non avevo chiesto di
vedermi. Non era stato un vero padre, ma soltanto un grande portafogli colmo di
banconote dal quale attingere al bisogno. Era un uomo completamente privo di
sentimenti. L’affetto mi era mancato, ma l’amore di Edward aveva sopperito alla
sua negligenza di padre.
I rapporti tra di
noi si erano lentamente adagiati nell’abitudine e nonostante fosse
ineccepibile, la nostra vita era divenuta priva di stimoli, stabile e noiosa. E
io ero stanca. Stanca di aspettarmi un qualcosa che perdeva la sua
identità via via che il tempo
inesorabilmente trascorreva.
La permanenza a
Boston mi aveva rigenerata e quando venne tempo di rientrare a casa non vedevo
l’ora di rivedere l’uomo che amavo.
Il treno per New
york era in ritardo di un paio di ore e
me ne stavo seduta in sala d’attesa con un giornale di moda preso dal
giornalaio.
L’aria era fresca e
avvolta nel mio cappotto di pelliccia stavo benissimo e mi sentivo elegante.
L’umore era alle stelle e non vedevo l’ora di raccontare tutto a Edward. Mentre
raccoglievo da terra la borsa dei regali per appoggiarla nella panca accanto a
me mi si avvicinò una donna e sollevando gli occhi la guardai in viso.
«Non sei
invecchiata per niente.» Riconobbi il tono acido di colei che un tempo mi era
amica.
« Ciao Victoria.»
Si sedette accanto a me e appoggiò anche lei alcune borse di acquisti.
« Sono anni che non
ho tue notizie, come te la passi?» cercavo di essere gentile.
«Molto bene in
verità. Mio fratello ha ereditato tutta la fortuna della suocera e così ha
sistemato anche me …e mia figlia.»
«Oh bene, ti sei
sposata, mi fa piacere. Lo conosco?» Mi guardava torva e con un lieve sorrisino sarcastico che mi fece salire
i brividi.
«Lo conosci eccome.
Il padre è un bastardo che si è voluto divertire a mie spese e poi se n’è
lavato le mani.»
« Mi dispiace molto
Victoria, non potevo sapere. Ma chi è? Quando è successo?» Ero curiosa.
«Lo conosci eccome.
Cullen è un uomo importante adesso e non vuole avere rogne nella sua vita. Mi
ha mandato dei soldi i primi anni dopo la nascita di Lilian e poi è sparito. »
Rideva mentre il mio mondo fatto di certezze crollava sprofondandomi
nell’abisso più nero.
«Stai mentendo.»
« Lo credi davvero?
Chiedilo ai Cullen chi ha mentito per tutti questi anni. Mia figlia ormai è una
donna sposata e tra qualche mese sarò nonna. E’ una ragazza per bene e non sa
nulla di chi è il suo vero padre..e nemmeno glielo dirò mai, ma sono felice di
avere avuto l’occasione di dirlo a te che ti sei sempre creduta migliore di
me.»
Non avevo la forza
di ribattere alle sue stupide accuse quando ancora faticavo a focalizzare una
verità tanto dolorosa.
«Salutami il tuo
bel maritino» disse alzandosi per andarsene «quello che non ha avuto nemmeno il
coraggio di metterti l’anello al dito» ero morta «salutamelo tanto e digli che
odio lui e la sua famiglia con tutto il cuore» prese le sue borse e se ne andò
senza aggiungere altro.
Ero definitivamente
a pezzi e niente avrebbe più potuto essere come prima.
1954
Una donna
completamente vestita di bianco era seduta sulla riva del fiume proprio nel
punto in cui ci eravamo sistemati Isabella ed io quasi trent’anni prima. I
capelli erano raccolti in una crocchia morbida e qualche ciuffo le copriva la
nuca dandole un’aria sbarazzina. Mi sembrava familiare. Le girai intorno
incuriosito e quando girò la testa di lato per guardarsi intorno la riconobbi.
Era la mia Bella.
Mi sentii mancare.
Non la vedevo da
nove anni e nella mia mente era ancora
quella di allora.
Mi aveva scritto
che sarebbe andata lontano e che non voleva che la cercassi in nessun modo e
invece ora era lì, esattamente dove la nostra storia era iniziata.
Ero impalato e
ancora pallido per la sorpresa quando volse la testa dalla mia parte e
incrociai i suoi occhi. Non brillavano più. Non mi amavano più.
Quel po’ di vigore
mentale che mi era rimasto svanì e senza più alcuna speranza nel cuore l’avvicinai.
Non disse nulla. Mi sedetti qualche metro da lei sull’erba novella e attesi che
fosse lei a parlare.
«Ciao.» la sua voce
era la stessa splendida melodia di sempre.
«Ciao, amore.»
«Non chiamarmi
così.»
«Perdonami, ma è
quello che sei per me.» faticavo a togliermi le parole dalla bocca. Non mi
sembrava reale poterlo fare di nuovo con lei.
«Puoi smettere di
mentire.» Sbarrai gli occhi.
« Ma di che parli,
lo sai che questa è la verità, io ti amo, ti ho sempre amata Isabella.»
«Lo credevo anch’io,
ma è evidente che mi sbagliavo.»
«Come puoi dire una
cosa simile. Ti sono sempre stato fedele e credo…»
«Ne sei sicuro?» Mi
interruppe.
«Certamente, cosa
stai insinuando?»
«So tutto di te e
di Victoria. Le ho parlato quando sono andata a Boston e mi ha detto di Lilian
e dei soldi che le hai mandato per la bambina quando era appena nata.»
Ero esterrefatto
delle sue parole e in pochi secondi mi resi conto di quale immenso equivoco
avesse provocato tanta sofferenza e tante sciocche supposizioni. Non c’era
niente di vero in quella lettera che mi aveva lasciato anni prima. Era stato
solo un modo sbrigativo per liquidarmi e impedirmi di raggiungerla per
riportarla indietro.
«Isabella. Lilian è
figlia di mio fratello Jasper.» Mi guardò velenosa.
«Dopo tutti questi
anni infanghi il nome di tuo fratello per non prenderti le tue responsabilità. E’ deplorevole che tu ricorra a simili
bassezze.»
«Jasper potrà
confermartelo. E’ successo la sera che lui l’ha riaccompagnata a casa perché si
era arrabbiata con me. Non le avevo ceduto e lei si è rifatta con mio fratello.
Lui lo ha tenuto nascosto a tutti perché la sua carriera non ne venisse macchiata.
Soltanto io ne ero a conoscenza. Sono io che ho aiutato Victoria, ma l’ho fatto
soltanto perché era tua amica.»
«E perché non me lo
hai detto?»
«Perché non volevo
renderti partecipe di una cosa che non riguardava noi e perché Jasper mi aveva
chiesto espressamente di non farlo e io gli ho obbedito convinto fosse meglio
per te, visto quello che ti era appena successo.»
«Il mio aborto?»
«Il nostro bambino
Isabella. L’ho amato anch’io, anche se tu sei sempre stata convinta del
contrario.»
«Perché non mi hai
mai detto nemmeno questo.»
«Perché amavo te di
più e questo era per me molto più importante.»
Il sole splendeva
sull’acqua e i bagliori illuminavano il suo volto ancora incantevole. Leggevo
le sue insicurezze e il veloce scorrere di pensieri contrastanti ai quali non
sapeva dare un ordine. Mi avvicinai fino a sedermi accanto a lei. Il suo
profumo divenne parte reale del mio fiato e mi sembrò di tornare a respirare
dopo anni di assenza d’aria. Allungai la mano e accarezzai la sua con la punta
delle dita. Lei rimase immobile.
«Perché sei tornata
solo ora.»
«Non lo so.» fece
una pausa e continuò sussurrando «Non so più niente ora.»
«Sono passati nove
anni. Perché non mi hai parlato prima di questa cosa. Ci saremmo evitati tanta
penosa sofferenza. Nove anni Isabella, ti rendi conto?»
«E’ troppo tardi?» Lo
disse a occhi bassi.
Afferrai le sue
mani e stendendola a terra la sovrastai incollando le mie labbra sulle sue. Le
energie che mi avevano abbandonate sembravano risorte da remoti angoli del mio
essere e mi sentii, giovane, potente e vivo. Vivo come non lo ero mai stato.
Isabella si aggrappò alle mie spalle affondando in me come io le richiedevo e
il letto d’erba che ci aveva uniti la prima volta lo fece ancora.
La baciai con
trasporto e tutto l’amore sprecato in quei nove anni di lontananza lo riversai in
lei riportando me alla vita. Non mi importava nulla della gente intorno, dei
commenti di disapprovazione che il nostro agire avrebbe provocato. Volevo solo
stringere la mia donna e non lasciarla mai più. La guardai per un istante e mi
accorsi del cambiamento avvenuto in lei. L’amore sgorgava dai suo occhi e seppi
finalmente che niente me l’avrebbe mai portata via di nuovo.
«Vuoi ancora
tenermi dentro di te per sempre?» le sussurrai mordendole le labbra.
«Pensi sia saggio
vista l’età che abbiamo?» l’eco dei ricordi ci cullava entrambi.
«Mooolto saggio,
amore mio. E non dire altro. Ti prego.
Amami e basta.»

Questa mi è piaciuta veramente tanto!!! L'Edward di questa ff entra diretto nella classifica degli Edward che mi hanno fatto innamorare, i suoi stati d'animo sono così definiti!!! L'ambientazione storica è sullo sfondo ma riesce ad emergere attraverso le piccole osservazioni dei personaggi. Veramente bellissima, complimenti!!!
RispondiEliminaAleuname
Questo Edward è meraviglioso. Il suo arrovellarsi disperato alla ricerca di un perché inesistente è davvero toccante, tanto quanto l'entusiasmo fiducioso con cui l'Edward giovane aveva saputo conquistare una donna tanto fuori dalla sua portata. Non riesco a non provare un po' di antipatia per Bella, invece: all'inizio si è semplicemente lasciata amare, poi ha gettato alle ortiche l'amore di una vita sulla base delle cattive parole di una ex amica invidiosa, senza dare al proprio uomo nemmeno il beneficio del dubbio... Storia molto coinvolgente, comunque. Brava!
RispondiEliminaFederica - Fede13
1954 Non 1054
RispondiEliminaOddio l'amo!!!
RispondiEliminaNon so nemmeno spiegarti quanto mi sia piaciuta.
Innanzitutto l'ambientazione che ho visto chiaramente nelle immagini che hai saputo disegnare con grande maestria, poi loro due, i loro modi, le loro espressioni, persino gli abiti dell'epoca, sebbene non descritti, che ho visto ugualmente!
La storia è stupenda, ho sentito la sofferenza e... ho sofferto! Dapprima pensavo lei fosse morta e mi è venuto un groppo in gola, poi hai spiegato minuziosamente gli avvenimenti e ci sono entrata dentro - continuando a soffrire - e poi... nove anni! Ti dico sul serio quello che ho pensato: lei sparisce per nove anni e poi ritorna e si chiariscono? Subito mi è sembrato troppo, ma poi... poi ho capito. E' stata una lunga separazione, come lungo è stato il loro rapporto da quando Isabella non si sentiva più troppo felice. Troppi anni a disagio e ci sono voluti altrettanti anni per capire, per sentirne la mancanza, per perdonare, per considerare, forse, che in età matura vengono fuori cose più importanti e cioè quelle che da giovani lo sembrano di meno.
Amo questa storia. Ho amato com'è stata scritta e ammirato profondamente la perfezione nel riuscire a farla entrare in un unico capitolo.
Questa è classe.
-Sparv-
Oh! E c'è una cosa che mi ha fatto impazzire: Il vento dell'inquietudine. E' così! L'inquietudine è un vento! Sei stata geniale! Me la tengo questa!!! Se la uso ti cito! hahahaahahahahaha!!!
EliminaChe tristezza!!!!!!!
RispondiEliminaUna vita persa per un'incomprensione!
Ma quanto è vera! Quanto spesso accade realmente!!!
Quanto amore e quanta amarezza in questa shot, ma anche quanto sentimento e speranza. Bravissima, come sempre.... E anche stavolta credo di sapere chi sei, acqua cheta che travolge argini e fa sparire valli!!!
Questo Edward determinato e fedele, votato a lei per sempre e nonostante tutto... Bellissimo!
Superlativa. Davvero superlativa.
RispondiEliminaAnche io credevo che Bella fosse morta... ma poi, dai pensieri di Edward... dalla lettera stretta tra le dita... dal suo cercare affannosamente un perché ancora dopo tutto quel tempo... si è delineata la verità. Una verità che mi ha lasciato delusa da Isabella che ha creduto alle parole di una megera invidiosa solamente perché il suo compagno era un po' fuori dalle righe non avendole "messo l'anello al dito". Delusa perché la sua vita è in fondo vissuta passivamente in un certo senso e viene travolta da un esuberante Edward, pieno di voglia di vivere, di affermarsi, pieno di positività. Che riesce a conquistarla, che si assume le sue responsabilità nonostante non riconoscesse la validità di certe convenzioni, che la ama totalmente e profondamente, facendo di lei la sua unica ragione di vita. Per lei invece sono bastate due parole per farle crollare tutto ciò che era stato costruito. E non ha neanche avuto il coraggio di affrontarlo. Se lo avesse fatto si sarebbero risparmiati nove anni di sofferenza. Però, come è stato detto prima di me, c'è tanta verità in questo. Perché accade spessissimo nella vita vera che non ci si capisca, che non si abbia il coraggio del confronto, di parlarsi con il cuore in mano...
Scritta in maniera perfetta, è delicatissima nella terminologia, nelle descrizioni, nella semplicità del linguaggio... è c'è solo una persona che scrive così... una persona che con i suoi scritti ha accarezzato il mio cuore. E questa non fa eccezione...
Grazie. Ancora una volta grazie.
Edward è un uomo distrutto dal pensiero di non aver fatto abbastanza per rendere felice la sua amata o di essere andato oltre spingendola a desiderare di allontanarsi da lui. Si incolpa e si tormenta fino ad annullarsi. Isabella è una donna che pur essendo ricca cresce nella solitudine e trova con Edward la gioia di vivere e l'entusiasmo nel domani. Ma l'amore a volte non è sufficiente a rendere felici e l'assenza di un figlio la consuma. Probabilmente il loro rapporto era già in crisi quando Victoria le urla in faccia il suo segreto e quella confessione volutamente sibillina e feroce non fa altro che far traboccare un vaso già pieno da tempo. Non penso che lo abbia lasciato perchè convinta di essere stata tradita, ma perchè quella figlia illegittima rappresenta il suo fallimento...il suo sogno mancato...e si sente responsabile dell'incompletezza del loro rapporto e si sente inutile e fugge da lui credendo di fare bene a entrambi. Ma ci si rende conto solo perdendolo di quanto sia grande e vero un amore...e di quanto sia importante non rinunciarvi privandosene. Li amo entrambi...e li capisco...e non li condanno. Mi è piaciuta molto.
RispondiEliminaNon so che dire... Questa shot mi è entrata nel cuore. All'inizio non volevo neppure leggerla, mi aspettavo una malinconia pazzesca.... e in effetti si è rivelata così. Le sensazioni di Edward sono stata capace di viverle sulla mia pelle. I ricordi, i colori, gli odori....tutto.
RispondiEliminaSono rimasta attaccata parola dopo parola, a questa storia, senza avere il coraggio di staccarmene, senza avere la forza di andare avanti con un'altra lettura e questa lasciarmela indietro perchè troppo triste. E invece poi...poi mi sono ricreduta. Le ferite di anni prima si sono rivelate mere incomprensioni, che hanno portato i due protagonisti a soffrire inutilmente... E il loro ritrovarsi è un momento così dolce che mi ha scaldato il cuore. Sono stata felice, al punto finale, di non aver staccato gli occhi da questa storia e di aver proseguito nella lettura, sballotata da una sensazione malinconica all'altra, con qualche pizzicore di profumi e ricordi, vento, colori... emozioni.
Complimenti, con tutto il cuore.
Bravissima
Credo di avere riconosciuto questa mirabile penna, ma se non sei tu, complimenti comunque. Una storia profonda, melanconica e scritta benissimo. L'angoscia provata lungo buona parte della lettura, causata dal sapiente dosaggio di parole, immagini, ricordi ed emozioni, è stata così profonda da trasportarmi in questo mondo lontano, anche se poi non così lontano. Ho creduto anche io che Edward avesse perso per sempre la sua amata e sofferto con lui per le sue insicurezze, i suoi sensi di colpa, le sue domande rimaste senza risposta. Non ti dico il sollievo provato sul finale (e anche un po' di rabbia per questi due che non si sono detti una parola nel frattempo). Mi è piaciuta moltissimo! Un'altra a cui avrei dato i virtuali tre punti... Grandissima! - Cristina-
RispondiEliminaDolce, emozionante, commovente <3
RispondiEliminaDavvero bellissima!!!
Sei riuscita a farmi vivere visivamente tutta la storia, dalla prima all'ultima parola :-)
Bravissima!!!
Una storia molto romantica. Intessuta tutta sull'amore eterno, quello che rimane dentro per sempre, a dispetto di tutto. Commovente, tenera, triste...per un certo verso però, anche capace di infondere speranza, perchè a volte, anche quando non ci si crede più, non tutto è perduto.
RispondiEliminaCerti amori fanno dei giri immensi e poi ritornano.
RispondiEliminaQuesto Edward e superlativo.
La sua sofferenza e il suo affannarsi in cerca di una valida ragione mi ha coinvolto.
Favolosa!
Meravigliosa, mi ha stregata questa OS e mi ha tenuta incollata fino alla fine......
RispondiEliminaL'anno sbagliato all'inizio mi ha messo in crisi ma poi ho capito.......sono lenta ma ci arrivo.
Le tue descrizioni e non solo quelle esterne, sono stupende e ti fanno entrare dentro la storia. Dentro la vita di questi due amanti che dopo anni per fortuna si ritrovano, per un attimo ho temuto che non s'incontrassero......
Grazie, un Bacio
JB
Quando ho cominciato a leggere pensavo che Isabella si fosse tolta la vita e mi sono preparata a fiumi di lacrime... non che non abbia avuto il groppo in gola per tutto il tempo.
RispondiEliminaAnni di felicità e amore buttati al vento per un'incomprensione, triste ma più comune di quanto si pensi. Per fortuna hai deciso di dare ai protagonisti una conclusione piena d'amore.
Vorrei anche sottolineare anche che, pur essendo lunga, è talmente intensa e scritta bene che avrei letto per ore, è bellissima.
Complimenti, davvero, davvero, davvero.
Bellissima!! Intensa e malinconica SONO UN FIUME DI LACRIME!!!!
RispondiEliminaComplimenti ci hai ricordato che spesso per delle inezie si può perdere molto ...